COME VEDO L’OLTREPÒ VINICOLO di Carlo Aguzzi

Da pavese, inauguro il ciclo di riflessioni sul mondo del vino partendo proprio dal mio Oltrepò, terra che conosco molto bene per quanto riguarda i vini, i produttori e le sue problematiche. Come ho già anticipato nel mio articolo su Il Giorno, in Italia e nel mondo il panorama vinicolo sta cambiando a grandissima velocità. Oggi si beve meno ma si cerca di bere meglio. L’Oltrepò pavese ha potenzialità notevoli in questo campo. Purtroppo non ancora ben sfruttate a causa di fattori storici e di “qualche” errore del passato. Fattore storico di primo piano è la “famigerata” damigiana che per molto tempo è stata oggetto di florido mercato con la vicina Milano. Situazione commerciale che ha portato benessere economico ma non ha valorizzato l’immagine del territorio, in quanto si confondeva il vino di qualità con quello di minor pregio venduto sfuso. L’errore che ritengo sia stato fatto nella seconda metà del secolo scorso è che, mentre altre zone vinicole hanno “sfoggiato” annate strepitose (vedi Piemonte) o vini particolari (Supertuscans), l ‘Oltrepò ha puntato su vini che nulla avevano a che fare con la tradizione: chardonnay, sauvignon, cabernet, merlot etc… Unica decisione a mio parer saggia è stata quella di puntare sul pinot nero vinificato non solo come spumante ma anche in purezza, ossia in rosso. L’Oltrepò è diventato così una tavolozza di gusti,una specie di catalogo di vini. Basti pensare che sono più di venti le doc rappresentate come “Oltrepò Pavese” per un totale di oltre 70 tipologie: vini frizzanti, fermi, amabili, spumanti, rosati, invecchiati, giovani, dolci per assecondare i gusti dei consumatori. Solo negli anni ’90 si è assistito ad una ricerca più accurata, direi quasi a un ritorno alle origini, grazie ai giovani viticoltori o ai lungimiranti imprenditori che hanno migliorato e rinnovato le tecniche sia in vigna sia in cantina. Come sostiene Alberto Zaccone dell’Università Cattolica di Piacenza la produzione va segmentata: occorre valorizzare i vini più importanti dando loro un nome e un marchio specifico. Trovo sia sbagliato chiamare un vino col nome di un vitigno perché si finisce col trovare accomunati prodotti diversissimi per qualità e prezzo, inducendo in confusione il consumatore. Altro fattore da ponderare è la zonazione: illogico impiantare viti di croatina dove cresce meglio il moscato o allevare il barbera in terreni adatti al pinot nero. Sarebbe giusto produrre secondo la vera vocazione del territorio. A mio parere bisogna sfoltire la grande massa del doc. Mi piacerebbe avere un grande “rosso” e un valido “bianco” d’Oltrepò: un moscato, un bonarda, un barbera stile piemontese, un pinot nero e un riesling. Ovviamente non vanno trascurati gli spumanti: un metodo classico e un metodo Martinotti, quest’ultimo magari un po’ più ruffiano per contrastare la moda del prosecco.

Un pensiero su “COME VEDO L’OLTREPÒ VINICOLO di Carlo Aguzzi

  1. povero Oltrepò! anche il pittore più innamorato di questa terra non potrebbe che dipingerla con le tue tinte fosche ,ombrose , meste , ammalianti e fascinose.
    si! perchè in fondo , forse , è così che lo vogliamo.
    Preservandolo da svincoli autostradali ,capannoni , totem e menhir di una civilizzaziome che lo corromperebbe inevitabilmente e irremediabilmente portandosi via per sempre insieme all’aria pulita,agli aironi,ai cieli tersi , la sua genuinità e autenticità.

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