STOP AND GO SUI COLLI PIACENTINI, A NIBBIANO, AL “SAN GIORGIO” DI GENEPRETO di Carlo Aguzzi e Francesca Fiocchi

È un sabato caldo e afoso di luglio. Siamo in giro per i colli piacentini, in quell’universo a sé del gusto e dei sapori, “tesoretto” dell’enogastronomia italiana di qualità, alla ricerca di nuovi (e indimenticabili) vini da degustare, preferibilmente accompagnati da qualche succulento piatto della cucina territoriale, di cui gli osti del Piacentino conservano gelosamente le ricette, forti della loro tradizione importante. Ci fermiamo in quel di Nibbiano, dove la vite era già conosciuta tra il 2000 e il 700 a.C., per la precisione al Ristorante San Giorgio di Genepreto, qualche casa e una chiesa, attratti dallo stile rustico del caseggiato e dalla felice vista panoramica sui dolci pendii dell’appennino emiliano. Qui, dove i proprietari producono artigianalmente degli ottimi vini e degli altrettanto ottimi affettati, tutto sa di antico e il tempo sembra essersi fermato. Immaginiamo il posto in autunno, con la prima nebbia: da incorniciare. Entriamo. Incomincia il nostro primo stop and go. Le generazioni di osti che si sono avvicendate in quello che è un ambiente bucolico che profuma intrinsecamente di campagna, sembrano parlare agli avventori di storia e tradizioni locali. Gli splendidi tavolacci in legno ci invitano a sederci pronti a farci vivere un’esperienza sensoriale straordinaria. I piatti popolari della cucina regionale piacentina trovano qui la loro più alta espressione. In cantina, giù per una scala che sa di vissuto, trovano posto bottiglie di vino e salumi in stagionatura. Accanto al profumo che emanano i salami, le coppe e le pancette della casa notiamo, gelosamente custodite, bottiglie di Gutturnio, fermo ma anche mosso e più secco, Malvasia, Ortrugo e Ortrugo brut, Bonarda. Su tutte, decidiamo di portarne su una di Ortrugo.  La gioia del gusto ha inizio. Si parte, neanche a dirlo, con i salumi accompagnati da torte fritte e qualche fetta di torta salata. Da provare i tortini caldi alle verdure, allo zafferano e alla zucca con fonduta. Principe di questa prima parte del pranzo è il gnocco fritto, fatto con la pasta del pane, morbido e leggero dentro, fragrante fuori. Da qui in poi è un crescendo di emozioni. Complice la gentilezza e l’accoglienza familiare della padrona di casa, elemento non secondario. Fenomenali, oltre al risotto al tartufo di Pecorara, i tortelli tradizionali, ma anche verdi, di zucca, alle ortiche e ricotta. È ora dell’Ortrugo. Si presenta di colore giallo carico e al naso con piacevoli sentori di uva spina, acacia e glicine. Al gusto è fresco, fruttato e leggermente sapido. Una vera delizia. Il giudizio sarebbe positivo già da qui, ma i profumi che arrivano dalla cucina ci invitano a continuare. Ed ecco un magnifico arrosto d’anatra con patate al forno morbidissime e un carpaccio al tartufo nero abbondante e servito caldo. Finora la cucina è leggera e mai invadente. Ci informano (e torneremo per la conferma) che ottimi sono anche la faraona al limone, lo stinco e lo stracotto delicatamente speziato. I dolci hanno il sapore di quelli fatti dalla nonna. Cosa’altro? Ah, dimenticavamo il conto: ottimo il rapporto qualità prezzo.

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