VENDEMMIA E AMPELOTERAPIA di Carlo Aguzzi

 Tempo di vendemmia. Tempo di tradizioni contadine. In ogni azienda, da nord a sud di questa terra secondo Sofocle prediletta dal dio Bacco, è un tripudio di gioia. Divertimento, canti, balli e ottima enogastronomia per festeggiare uno dei frutti più preziosi che la natura in questo periodo ci regala e su cui molte famiglie basano la loro economia: l’uva, antico latte. È proprio così che veniva chiamato il succo d’uva nell’antichità, in quanto questo frutto può essere paragonato al latte materno. I due nettari contengono simili percentuali di acqua (80% nell’uva, 87% nel latte materno), di proteine (0,5% nell’uva e 1,5% nel latte), di zuccheri e di sali. L’“ampeloterapia”, cioè la cosiddetta cura dell’uva, è addirittura citata da Plinio il Vecchio – I° secolo dopo Cristo – nel suo trattato Naturalis Historia.

Ex vite vita (la vita origina dalla vite, ndr). Gli antichi consideravano l’uva la regina dei frutti, sia per la bellezza degli acini sia per le molte virtù. E con piena ragione: contiene zuccheri direttamente assimilabili; numerosi minerali quali sodio, potassio, calcio, fosforo, magnesio e vitamine A1, B2, B6, C.

Oltre al prodotto primario che se ne ricava, e cioè il vino, la vite offre con i suoi frutti un alimento energetico (un chilogrammo d’uva fornisce 900 calorie), ma moderatamente calorico se pensiamo che, a parità di peso, una merendina di pan di spagna fornisce ben 461 calorie. È consigliabile, pertanto, ai bambini e agli anziani, perché facilmente digeribile ed assimilabile; nel contempo, essendo ricca di acqua e con un discreto contenuto in fibra, favorisce il processo digestivo e stimola la secrezione dei succhi gastrici. Se mangiata con la buccia al mattino a digiuno, cura i disturbi del fegato, le malattie giovanili della pelle e assicura un buon funzionamento dei reni, con conseguente eliminazione delle tossine.

Anche le foglie e i cirri possono essere utili per la salute. Ricordo una vecchia ricetta dei contadini di inizio Novecento: con 50 grammi di foglie e cirri, essiccati e fatti bollire una decina di minuti in un litro d’acqua, si ottiene un decotto che aiuta a combattere i disturbi della circolazione. In particolare i cirri aiutano a depurare il sangue e risultano particolarmente adatti nelle forme di gotta e artrosi. È risaputo che le uve rosse (o nere, come qualcuno le chiama) contengono sostanze antiossidanti come i polifenoli, in particolare il resveratrolo, utilissimo contro il colesterolo “cattivo”, valido a combattere le malattie cardiache e i danni al DNA causati dai radicali liberi. In particolare, essendo ricca di minerali come il potassio, aiuta a tenere sotto controllo la pressione sanguigna e a regolare il battito cardiaco.

Una citazione a parte va riservata all’uva passa (uvetta sultanina), che si ottiene dall’essiccazione di varietà molto dolci, come lo zibibbo, il moscato, l’uva sultanina: è un ottimo calmante della tosse e serve anche per i gargarismi contro il mal di gola e la raucedine; la ricetta delle antiche erboristerie consiglia un cucchiaino di acini in una tazza di acqua bollente, lasciando in infusione per un quarto d’ora (massimo due tazze al giorno). L’uva passa ha più o meno le stesse virtù dell’uva fresca ma, avendo perduto molta acqua, è più energetica (circa 300 calorie per 100 grammi) e contiene forti concentrazioni di minerali. Tuttavia esiste anche qualche controindicazione al consumo di questo benefico frutto se si è diabetici o si soffre di colite o di ulcera gastrica.

Settembre, l’uva matura ed il fico pende”. Così recita un antico proverbio stagionale. Croccante, succosa e zuccherina, l’uva racchiude tutto il sole ed il caldo della stagione che sta finendo e in previsione dei primi freddi è un vero e proprio ricostituente naturale, riconosciuto già da Ippocrate, padre della Medicina, le cui dottrine dominarono la civiltà occidentale fino al 1700, e cioè per più di duemila anni. Il famoso medico greco definiva i gustosi grappoli “alimento completo e nutriente” e si narra che mangiasse solo vegetali.

Per non parlare dell’aceto di vino e delle sue molteplici e millenarie proprietà benefiche. L’aceto è citato più volte nella Bibbia e tracce ne sono rinvenute in un vaso dell’Egitto prefaraonico, a testimonianza del fatto che gli Egizi, come i Babilonesi e i Persiani, lo usavano per la conservazione dei cibi. I Greci lo utilizzavano per curare le piccole ferite e altri disturbi. Ippocrate nel 400 a.C. lo prescriveva come cura in caso di piaghe e malanni dell’apparato respiratorio. I legionari Romani se ne portavano dietro addirittura una scorta per preparare la “posca”, una bevanda a base di acqua e aceto ritenuta fortificante e rinvigorente. Una spugna imbevuta di posca fu quella che un pretoriano porse a Gesù agonizzante sulla croce. Quella che per i Romani era la posca per i greci era l’oxycrat, un miscuglio di acqua e aceto con l’aggiunta di miele. A Roma, a base di aceto erano quasi tutte le ricette di Apicio, grande gastronomo epicureo del I secolo d.C.. Impariamo dagli antichi: loro sì che sapevano curarsi, mangiare e bene bene!

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