STOP AND GO A SAN COLOMBANO AL LAMBRO, NEL MILANESE, DA BANINO di Carlo Aguzzi e Francesca Fiocchi

Quando si parla di vino lombardo vengono in mente realtà già famose, come i vini di Valtellina, le bollicine della Franciacorta o il bonarda ed il pinot nero dell’Oltrepò Pavese. Ma ci sono anche altre zone che nascondono tesori ancora da scoprire o, tutt’al più, da valorizzare. Zone poco note al di fuori della loro area di produzione e per le quali l’aggettivo “minore”, riferito al vino, è molto limitativo se non ingiusto.

Il vino di San Colombano al Lambro rientra in questo contesto. Zona di produzione limitata, scarse risorse per farlo conoscere al meglio: sono gli handicap del “vin de Milan”, chiamato così da Gianni Brera, ma poco conosciuto nel capoluogo lombardo. Tra l’altro unica doc di Milano. Ed è proprio qui che questa settimana decidiamo di fare il nostro stop and go. Sempre alla ricerca di nuovi vini da degustare e di nuove storie su cui scommettere, intrise di quei valori contadini che vanno preservati e valorizzati come punto di forza per vincere la sfida dell’omologazione e difendere il made in Italy di qualità.

L’azienda agricola Banino, di Antonio Panigada, a San Colombano produce vino da tre generazioni. Una piccola realtà da venticinquemila bottiglie annue e quattro ettari di vigneto, che ha scelto di puntare sulla qualità, utilizzando solo le proprie uve per la vinificazione. <<Per mio nonno Antonio e mio padre Stefano fare vino era un secondo lavoro, una passione, giusto per arrotondare la “michetta” a fine mese: l’attività principale era la salumeria qui accanto, bottega storica ancora in attività con tanto di riconoscimento regionale. La vendemmia era una grande festa. Appena il vino era pronto e si spargeva il profumo per l’intero borgo, i nostri vicini arrivavano con delle piccolissime botti a mano da tre o quattro litri l’una da riempire, che ancora conservo giù nei sotterranei come cimelio>>, ricorda Antonio Panigada. Per lui fare vino è oggi l’attività principale. Quarantotto anni, due figlie piccole, una moglie che fa l’impiegata e una laurea in Economia all’Università Cattolica di Milano conseguita velocemente e “gettata” alle ortiche. Per fare il vignaiolo. <<Volevo diventare insegnante di matematica, ma il richiamo della terra è stato più forte. Mio padre all’inizio non voleva neanche farmi entrare dal portone con il trattore: finalmente era riuscito ad avere un figlio laureato e ne era orgoglioso>>, ci racconta mentre stiamo scendendo nelle cantine sotterranee dove riposano bottiglie preziose in affinamento. Antonio è uno di quelli che definiamo “personaggi del vino”: ama conversare, conosce la storia, il territorio, con le sue problematiche, in paese è rispettato e soprattutto è dotato di un’etica profonda e di un’onestà che gli si leggono in viso. Continua: <<Ho preferito una vita contadina al business: il mio è ancora il vino dei nostri vecchi, senza sofisticazioni o rimaneggiamenti vari. Il vignaiolo deve raccogliere le uve migliori e cercare di rovinarle il meno possibile in cantina. È la terra che fa il vino>>. I vignaioli come lui passano il tempo in vigna e in cantina a seguire minuziosamente tutte le fasi di produzione e affinamento. Con poca attenzione al lato più imprenditoriale della professione. <<Frescobaldi, Antinori fanno comunicazione e marketing. Noi vignaioli siamo chiusi: da me vieni se mi conosci e se sai come lavoro. Tra la gente dovrebbe diffondersi la voglia di andare alla ricerca delle piccole cantine, di visitarne il territorio, ricercarne la storia e le tradizioni>>. Quelle di Antonio Panigada sono piccole e grandi battaglie a tutela del consumatore.<<Sulle mie bottiglie è indicata la dicitura “Integralmente prodotto e imbottigliato all’origine”, ciò significa che i nostri vini sono prodotti solo con uve nostre. Tutti quelli che come me fanno parte della Fivi – la federazione italiana dei vignaioli indipendenti che promuove la qualità e l’autenticità dei vini italiani e ha come motto:” il vignaiolo difende il proprio terroir, coltiva la sua vigna, raccoglie la sua uva” – dovrebbero riportarla, invece c’è chi tenta sempre di fare il furbo>>. E accende una piccola polemica:<< Non capisco perché il vino è l’unico liquido che non riporta in etichetta gli ingredienti, per esempio il residuo zuccherino, che è importantissimo. Mio padre è diabetico e se beve un vino con un’alta concentrazione di zuccheri rischia la vita. Scriverò al ministro della salute Beatrice Lorenzin>>.

Ci spiega che il nome dell’azienda deriva da “banino”, termine con cui vengono indicati gli abitanti di San Colombano al Lambro, antico borgo storico pedecollinare la cui vita sociale e culturale si aggrega intorno al famoso castello e la cui economia si basa sul vino. I vigneti in questa zona ricadono in tre province: Lodi, Pavia e la Città Metropolitana di Milano. Il terreno è sabbioso e calcareo; il sottosuolo è ricco di minerali, come testimoniano le acque sorgive delle terme di Miradolo e delle fonti minerali Gerette di San Colombano. I colli si elevano isolati e solitari, tra la pianura lodigiana e la bassa pavese. Comprendono i comuni di Graffignana e Sant’Angelo in provincia di Lodi, di San Colombano in provincia di Milano e di Miradolo Terme e di Monteleone in provincia di Pavia. Un movimento tellurico avrebbe fatto emergere dal mare le colline di origine miocenica, motivo per cui il borgo ospita un piccolo museo paleontologico. La vista si perde tra i vigneti che ne coprono i fianchi; nelle piccole anse nascoste alle viti si alternano boschi di robinie e castagni, mete preferite delle escursioni domenicali. Secondo la tradizione popolare fu san Colombano, monaco missionario irlandese, a convertire gli abitanti di queste colline e a insegnar loro la coltivazione della vite. Da questo suo passaggio trarrebbe il nome la zona. In realtà non vi è alcun documento che lo comprovi. È durante la signoria dei Visconti che si registra un notevole sviluppo della viticultura, come è testimoniato da un diploma del 1371 di Galeazzo II: già allora esisteva un “cru” denominato vigna Costa Regina. Il vino divenne sempre più importante nella locale economia: furono impiantati nuovi vigneti e in documenti della prima metà del 1500 appare il vitigno Barbera, che si diffuse in Piemonte circa due secoli dopo. Dopo i flagelli della fillossera sono rimasti vitigni di croatina, barbera, malvasia e verdea. Da qualche decennio sono iniziate le coltivazioni di pinot nero, cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot, chardonnay, riesling, mentre sono in via di estinzione freisa, dolcetto e malbec tra le uve rosse e chasselas e uva regina tra quelle bianche. Fino a cinquant’anni fa le uve bianche coltivate erano soprattutto uve da mensa, da raccogliere in cassette per essere destinate alle tavole dei milanesi e dei lodigiani. Oggi per fortuna le cose sono cambiate. La verdea è il vitigno a bacca bianca di tradizione più longeva perché vanta quasi un millennio di storia. Per i viticoltori della zona è ancora tradizione conservarne qualche grappolo da consumare durante il pranzo di Natale, in segno di gratitudine e di buon auspicio.

Per la nostra degustazione abbiamo scelto una verticale di Banino Riserva La Merla, annata 2008 e 2009. Un vino rosso fermo straordinario che sopporta lunghissimi invecchiamenti. Una bottiglia è buona anche dopo dieci anni, quando il bouquet si apre sprigionando nuovi profumi e aromi terziari. Il vino, ottenuto da uve barbera, croatina, uva rara e merlot provenienti dalle vigne La Merla e San Pietro, affacciate sull’antico borgo, è prodotto solo in annate particolari e affinato per ventiquattro mesi in botti di rovere e successivamente per altri venti mesi in bottiglia. L’annata 2009 è di un bel color sangue di piccione tendente al rubino carico, con un bouquet di piccoli frutti rossi e una nota iniziale di tabacco, ma deve ancora star chiuso in bottiglia due o tre anni per evolversi nei profumi e aprirsi a note vellutate. La Merla 2008 in bocca sprigiona sentori di liquirizia e aromi terziari legnosi, di cuoio, con toni minerali: i tannini iniziano legarsi e si percepisce in maniera netta una maggior concentrazione di uva croatina rispetto all’annata successiva. Entrambi sono vini con una buona struttura che non hanno subito chiarifiche, filtrazioni e stabilizzazioni. Perfetti con carni rosse, cacciagione e formaggi stagionati e saporiti.

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