STOP AND GO A CA’ DEL BOSCO, A ERBUSCO…FRANCIACORTA DOCET di Francesca Fiocchi e Carlo Aguzzi

Siamo a Ca’ del Bosco, in quella magnifica terra di Franciacorta che ti fa sentire a casa, in occasione della conferenza stampa organizzata dall’Unione Italiana Vini. Tra qualche giorno, il week-end del 19 e 20 settembre, torneremo per il festival “Franciacorta in cantina”, con le aziende coinvolte in una serie di degustazioni ed eventi di food, cultura, sport e tanta natura. Un territorio al vertice da anni della spumantistica italiana grazie a un gruppo di imprenditori intelligenti e capaci, che hanno saputo investire nella direzione giusta, e a un consorzio che funziona. Nessuna sviolinata, anche perché chi scrive non ha padroni, ma una semplice presa d’atto innegabile. Non crediamo che sia una questione di denaro ma di come si spenda (bene) quello che si ha a disposizione. Qui ci sono riusciti, e ci riescono. Nell’interesse di tutto il territorio. Chapeau!

Non si può venir via senza aver scambiato quattro chiacchiere con il padrone di casa Maurizio Zanella, geniale fondatore di Ca’ del Bosco e presidente del Consorzio Franciacorta, famoso per i suoi inconfondibili, e supremi, Franciacorta Metodo Classico che degusteremo in coda. Persona umanamente squisita, estremamente educata e molto signorile. Che ti dedica una cosa preziosissima per un imprenditore del suo livello: il tempo. Tempo per quattro chiacchiere che diventano qualcuna in più, senza francamente averne bisogno, tempo per fare bilanci e scommettere sul suo futuro nel dopo consorzio: il suo incarico da presidente è stato prorogato, in vista di Expo 2015, fino alla prossima assemblea del 16 dicembre. Un avveduto manager, folle – come lui stesso usa più volte questo termine nel corso della nostra chiacchierata/intervista – che ha investito e saputo investire con lungimiranza e in modo avveniristico in Ca’ del Bosco, allora agli albori della sua storia. Un presidente di consorzio come pochi, che ha portato il suo territorio ad alti livelli di immagine nel mondo. Smarcandolo anni luce da altre realtà vitivinicole, arenate, in confronto, all’età della pietra.

Lo stile Franciacorta si nota subito. Perché è di questo che si tratta. Di una filosofia di vita, di un atteggiamento mentale, di un lifestyle. Che contagia ogni cosa: dal modo di vivere al vino. Qui dove tutto punta all’eccellenza, raggiungendola. Prima del vino c’è il territorio, e l’intelligenza creativa che plasma dal nulla progetti e visioni straordinarie, sogni impossibili per centinaia forse migliaia di altri viticoltori. Quello che gli americani chiamano “american dream” qui diventa “Franciacorta dream”. Possibile perché questi imprenditori continuano ad avere – ed è questo il segreto – i sogni propri dei ragazzi, quella lucida follia che rende tutto possibile, anche l’impossibile.

Ca’ del Bosco è un’azienda agricola sui generis, o meglio dell’azienda agricola come la intendiamo abitualmente ha ben poco. Per entrare in questo tempio della produzione vitivinicola italiana ci vuole una certa sensibilità. Sensibilità necessaria per coglierne l’anima, e con essa la progettualità che ne sta alla base. Un posto unico, immerso nel verde, a sud del lago d’Iseo. L’affermazione di Luigi Veronelli “il vino è un valore reale che ci dà l’irrreale” qui trova un senso cosmico perfetto, e diventa fusione tra natura e intellettualità dell’arte. A cominciare dal magnifico cancello d’entrata realizzato da Arnaldo Pomodoro, inno al sole, e dalle sculture sapientemente disseminate qua e là – nulla è lasciato al caso – in un gioco di prospettive che creano l’illusione, al libro “11 fotografi, 1 vino”, una raccolta, edita da Skira, degli scatti dei più celebri fotografi al mondo, tra cui Helmut Newton, quegli stessi scatti in bianco e nero che nel 2004 sarebbero diventati una mostra alla Triennale di Milano. In attesa di visitare la cantina, mentre la vista si perde nei vigneti tutt’intorno perfettamente pettinati, ci sforziamo di cercare un misero filo d’erba fuori dal coro: ricerca vana.

Dall’iniziale ca’ nel bosc di acqua sotto i ponti ne è passata. Era la metà degli anni ’60 quando Annamaria Clementi – madre di Maurizio Zanella, cui è dedicata la straordinaria cuvée che degusteremo in seguito – decise di acquistare due ettari di proprietà e una piccola casa in un bosco di castagni (conservato integro ancora oggi). Non c’era neanche il pozzo dell’acqua, fatto costruire in seguito dal padre di Maurizio, Albano Zanella. Oggi Ca’ del Bosco è una realtà che produce un milione e mezzo di bottiglie, con un fatturato di ventotto milioni di euro e un centinaio di dipendenti. Gli ettari sono diventati 180 (di cui 15 intorno al corpo principale dell’azienda), con vigneti dislocati in otto comuni e coltivati per l’85% a chardonnay, per il 15% a pinot nero e per il resto a pinot bianco, con un’età media delle viti superiore a vent’anni (la più vecchia ne ha 45 e la più giovane è stata piantata all’ingresso della tenuta un annetto fa). Il punto più alto è la collina Belvedere, dove si produce il Dosage Zero Noir, neo vincitore del premio speciale “Bollicine dell’anno” del Gambero Rosso. La cantina con i tank in acciaio è avveniristica. Scendiamo a visitare i sotterranei con il brillante enologo Stefano Capelli: la cupola tutta in pietra, la barricaia. Qui si affinano gli storici Franciacorta Docg: dalla Cuvée Prestige, un Franciacorta non millesimato in bottiglia speciale trasparente, ai millesimati con periodo di affinamento più lungo come i Vintage Collection brut, satèn, dosage zéro, dosage zéro noir. Il vertice assoluto è la cuvée Annamaria Clementi, anche in rosé, unico spumante italiano fra i cento migliori vini del secolo, affinato dieci anni prima di essere messo in commercio. Il clima è ottimale per le bottiglie in affinamento ma non per la cervicale di chi scrive. A catturare la nostra attenzione sono tre foto: sulla prima André Dubois, chef de cave di leggendarie maison di champagne (Taittinger e Moet & Chandon), suoi i primi top wines di Ca’ del Bosco agli inizi degli anni ’80; al centro Annamaria Clementi; sulla terza Antonio Gandossi, storico fattore dell’azienda, che piantò i primi vigneti, tra cui quelli ad alta densità (10mila ceppi per ettaro), all’epoca non presenti in Italia. Un segno di continuità col passato e di rispetto della storia bello da trovare in una grande realtà spumantistica, che si potrebbe ritenere più fredda e spersonalizzata rispetto alla fattoria di campagna.

Della cuvée Anna Maria Clementi si è già detto quasi tutto. Nulla da invidiare ai migliori champagne francesi, pochi (a voler esagerare) i competitors in Italia. Quello che degustiamo è un Franciacorta Riserva 2006, da uve chardonnay (55%,) pinot bianco (25%) e pinot nero (20%), affinato otto anni e tre mesi sui lieviti (tiraggio aprile 2007), con dosaggio di zuccheri alla sboccatura pari a 1 grammo/litro. Una selezione rigorosa delle uve provenienti dai migliori cru. La resa media per ettaro è contenuta in 7200 kilogrammi/2800 litri di vino. Le basi sono ottenute da mosti di primissima spremitura, con fermentazione alcolica direttamente in piccole botti di rovere ricavate da legni stagionati per almeno tre anni. Qui il vino resta sui propri lieviti per altri sei mesi,durante i quali si svolge la fermentazione malolattica. Solo il vino migliore delle venticinque basi di origine andrà a comporre la cuvée Anna Maria Clementi. Il degorgement avviene in assenza di ossigeno, un sistema unico brevettato e ideato da Ca’ del Bosco per evitare shock ossidativi e ulteriori solfitazioni. Il quadro organolettico è complesso. Il perlage è finissimo, continuo e persistente, sintomo di un Franciacorta di razza, e il colore è dorato e vivace. In bocca è fresco, dal gusto secco, con un’ottima acidità che gli consente una magnifica capacità di evoluzione. Siamo di fronte a un vino molto equilibrato e di struttura, persistente al naso e al gusto. Con un bouquet importante: buona mineralità, sentori di maggiorana, nocciola tostata, mandorla. E una nota burrosa stuzzicante.

Concludiamo con le parole di Maurizio Zanella dedicate alla madre scomparsa l’anno scorso:<<Se non ci fosse stata lei, non ci sarebbe stata Ca’ del Bosco. Come tutte le mamme, mi ha sempre protetto anche quando sbagliavo: non basta un vino per ricordarla>>. Un Franciacorta che vince in austerità, eleganza e modestia, quella propria di chi non vuole apparire.

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