STOP AND GO A BORGONATO DA GUIDO BERLUCCHI…QUI DOVE NACQUE IL MITO DEL FRANCIACORTA di Francesca Fiocchi e Carlo Aguzzi

Quando si entra in un luogo mitico, che ha tracciato in maniera netta il percorso di un vino e di un territorio cucitogli addosso come una seconda pelle, la storia, la cultura, le tradizioni si arrogano il diritto di entrare nel bicchiere, per farti capire che tu non stai semplicemente degustando ma sei parte di un passato glorioso. Quello dei conti Lana de’ Terzi e di Guido Berlucchi, dell’intuitivo Franco Ziliani e dei suoi figli Arturo, Paolo e Cristina. Una saga famigliare dalla quale non puoi prescindere. E questo è quello che percepisci nel bicchiere prima di qualsiasi aroma ed esperienza sensoriale immaginabile: il peso, il corpo di una storia che si tramanda e cui si aggiungono sempre nuovi tasselli.

Siamo qui, per la degustazione di cinque Franciacorta Riserva Palazzo Lana: il Satèn e l’Extreme 2006, il Satèn, il Brut e l’Extreme 2004, quest’ultima una delle migliori vendemmie degli ultimi quindici anni. Una linea che nasce nel 2004 con il chiaro intento di essere qualcosa di diverso. Riuscendoci. Sarà perché i Palazzo Lana sono creati solo in particolari annate di eccellenza con il fiore del mosto, pari al due per cento soltanto dei vini base, sarà per il lungo invecchiamento sui lieviti e dopo la sboccatura che li porta a quella piena maturità e consapevolezza del loro essere, sarà per la bravura e le continue attenzioni di chi li ha creati, l’enologo gentile Arturo Ziliani, gentile appunto, garbato e misurato come i suoi vini, che il paragone con uno spumante omaggiatoci diverso tempo fa da un altro produttore e aperto ieri per una cena tra amici e colleghi giornalisti senza peli sulla lingua – non si preoccupi il diretto interessato perché saremo discreti – diventa spudoratamente inaccettabile. Palazzo Lana è un gran bel bere. Solo quaranta-cinquantamila bottiglie all’anno su quattro milioni e mezzo del totale della produzione, quindi circa l’uno per cento. Numeri bassissimi che lo diventano ancora di più con l’Extreme 2004 da noi molto apprezzato: disponibili quattromila esemplari.

La storia nel bicchiere, dicevamo. Varchiamo la soglia del cinquecentesco Palazzo Lana de’ Terzi. A colpirci è l’imponenza statica al passare inesorabile del tempo di un antico e prezioso pianoforte a coda, quello del conte Guido Berlucchi, bravo pianista, uomo colto e sensibile: le note di “Georgia on my mind” sembrano riecheggiare nell’aria, quasi conferendo un tocco di grazia e classe alla nostra degustazione. Domina la stanza un ritratto di Ignazio Lana de’ Terzi, ultimo discendente della famiglia, la cui unica figlia sposò il suo amministratore, tal Francesco Berlucchi. Proprio qui, negli anni a venire, il mito della Franciacorta avrebbe avuto inizio. In un palazzo meraviglioso dell’antica nobiltà dove il conte Guido Berlucchi, senza eredi naturali, e l’enologo “fratello” Franco Ziliani, due metà opposte ma complementari della stessa mela, insieme all’amico Giorgio Lanciani concepirono l’idea del primo Franciacorta. Era il 1954 e sette anni dopo, nel decennio del boom economico, si sarebbero create le prime tremila bottiglie di spumante metodo classico, ribattezzato “Pinot di Franciacorta”, con il toponimo riportato per la prima volta su una bottiglia di vino. Nel 1962 avrebbe fatto il suo ingresso trionfale il primo spumante rosato d’Italia: il metodo classico Max Rosé, fiore all’occhiello ancora oggi dell’azienda di Borgonato. Di Franco Ziliani, primo fuoriclasse di una serie di imprenditori lungimiranti e capaci, si è già scritto a lungo. Ma forse una cosa che non proprio tutti sanno è che oggi, all’età di ottantaquattro anni, non è, come si potrebbe immaginare, il classico nonno in pensione. Ebbene sì, Franco Ziliani si trova in Canada, sempre alla ricerca di nuovi progetti in cui credere. Perché è così: quando si viaggia con la mente e con il cuore alla velocità della luce, abbandonandosi a quello stato di grazia che deriva dall’essere dei numeri uno, la vita diventa essa stessa un viaggio in continua evoluzione. Dove non si finisce mai di imparare. E di investire. Prima di tutto se stessi.

Un passaggio del testimone, quello da Franco ai tre figli, graduale. All’inizio, come un bravo maestro, il capostipite del Franciacorta controlla ogni cosa e non si muove foglia che lui non voglia. Del resto sa perfettamente cosa vuol dire essere un imprenditore e i figli sono ancora dei ragazzi che devono farsi le ossa. Un ruolo, quello che papà gli offriva in azienda, che avrebbe intimidito e disorientato qualsiasi altro giovane. Ma non i figli di Franco. Perché, come scrive bene Decio Giulio Riccardo Carugati nel volume per i cinquant’anni della Guido Berlucchi, i padri della Patria devono avere degli eredi. Sempre.

Oggi la Guido Berlucchi conta ottantacinque ettari in proprietà ad alta densità di impianto, dislocati principalmente intorno a Borgonato e tutti a conduzione biologica, e ne controlla altri quattrocento attraverso una rete di una sessantina di vigneron, anch’essi convertiti al biologico. In totale 500 ettari su tremila della Franciacorta: numeri che ti fanno capire che l’azienda ha un suo peso specifico all’interno del territorio. Soprattutto ora che utilizza solo uve coltivate in loco. Una svolta significativa, questa, iniziata nel 2004 con il Franciacorta Docg Cuvée Storica, annata 2001: da lì in poi tutta la produzione si sarebbe allineata al metodo e al brand territoriale.

Le lunghissime cantine interrate – quasi diecimila metri quadrati – sono un’esperienza straordinaria, se pensiamo che la prima spumantizzazione in Franciacorta è avvenuta nell’allora cantinetta del palazzo risalente al 1680, dieci metri sotto il livello del suolo e che oggi ne costituisce la parte storica, di notevole pregio e suggestione. Un vero e proprio tempio che ha qualcosa di sacro, dove regna un silenzio assoluto e dove un semplice ticchettio di scarpe si amplifica fino a diventare quasi ingombrante: le bottiglie devono “dormire” – la cosiddetta maturazione sur lie – per lunghi periodi senza essere minimamente “disturbate”, se non dai successivi remuage e degorgement, fino alla danza finale: il poignettage. Una gioia per gli occhi.

Comuni denominatori delle cinque riserve degustate sono il bouquet aromatico complesso, l’eleganza, il perlage fine e persistente: il tutto è tenuto insieme da un perfetto equilibrio tra durezze e morbidezze. Per gli amanti, come noi, del Pinot Nero, non si può restare indifferenti di fronte al Palazzo Lana Extreme 2004, da uve pinot nero in purezza, extra brut (3,5 g/l i zuccheri), resa in mosto 32 per cento. Il colore è un bel giallo brillante con riflessi dorati, limpido. Le bollicine sembrano danzare nel bicchiere, quasi rincorrendosi. Lo degustiamo a sei anni e mezzo dalla sboccatura – un tempo lunghissimo – e dopo altri quattro anni di affinamento sui lieviti. Al palato è molto piacevole: ancora fresco e sapido, equilibrato, con una buona alcolicità. Il Bouquet è ampio e richiama la frutta matura: dai sentori tropicali al litchi, fino alla pesca gialla. Un Franciacorta dal carattere deciso, dove tutto è calcolato alla perfezione. Un vino degno di Franco Ziliani.

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