CRISTINA ZILIANI, LA MANAGER CHE SA DI FAMIGLIA di Francesca Fiocchi

Con l’intervista a Cristina Ziliani inauguriamo la nostra rubrica “Lady in wine”, dedicata alle donne del vino. Tante sono le donne che oggi operano in questo settore, poche, ancora troppo poche quelle che meritano una menzione a parte. Cristina Ziliani è tante cose insieme: figlia, sorella, moglie, mamma, manager. Figlia del grande Franco, inventore del Franciacorta; sorella di Arturo e Paolo, contitolari insieme a lei della Guido Berlucchi; moglie di uno stimato medico mantovano; mamma di tre figli (distribuiti tra medicina, sociologia, ed economia e commercio); una brillante manager che ha portato in azienda un valore aggiunto fondamentale: il suo essere donna. Aggiungo sensibile, tenace, perfezionista. E, sopra ogni cosa, intelligente. Una donna che, quando le parli, ti presta la massima attenzione. In più ha il dono della modestia, ma questa è una conseguenza della sua intelligenza.

Cristina, cosa apprezza di più nella sua famiglia?

Che mi ascoltano, tutti. Io sono iper critica anche quando ho di fronte un ottimo prodotto: se dal punto di vista organolettico qualcosa non mi convince, mio fratello Arturo tiene in grande considerazione le mie osservazioni. Nelle degustazioni sono consapevole di essere la meno esperta della famiglia, però mi ascoltano. Ed è importante quando si è una squadra. Una cosa che amo particolarmente di mio padre è che mi ha sempre spronata tantissimo ad essere autonoma economicamente, e di questo lo ringrazierò per il resto della vita.

Cosa significa essere una donna del vino famosa?

Beh, prima di tutto non mi reputo così famosa. È senz’altro un impegno che ti porta via molto tempo per te e soprattutto per la tua famiglia. I miei figli, anche se adesso sono grandi, mi rimproverano l’assenza. Non amo la scena: preferisco la parte organizzativa, di esecuzione. Mi rendo conto, però, di fare bene delle cose dagli sguardi e dai sorrisi delle persone che incontro: è come se avessero davanti qualcuno importante. Anche se io non mi sento assolutamente tale. Questo capita soprattutto quando vado all’estero e dico di essere la figlia di Franco Ziliani. Devo essere sempre all’altezza delle aspettative.

Da donna, quali sono le resistenze più forti che ha incontrato in ambito professionale?

Oggi le donne che operano nel comparto vitivinicolo hanno un ruolo molto più importante di quello che avevano quando ho iniziato io, nell’81. Trent’anni fa erano sottovalutate, tanto che chi decideva di intraprendere questa strada era vista un po’ come una rivoluzionaria. E non credo che sia colpa solo di una mentalità maschilista: molte volte sono le donne che non si fanno avanti. Anche perché questo è sì un lavoro bellissimo, ma ricoprire ruoli istituzionali richiede tempo, dedizione. La maggior difficoltà è senz’altro riuscire a farsi ascoltare. Molte donne nel vino rivestono un ruolo nella comunicazione, d’accordo perché a noi viene più facile relazionarci con gli altri, ma anche perché per occuparsi di produzione bisogna studiare e tirar fuori delle competenze tecniche di un certo livello e questo le donne lo stanno facendo solo da qualche tempo.

Qual è il valore aggiunto che lei ha portato in azienda?

L’autocritica. Io cerco di superarmi anche quando ottengo l’eccellenza: sui vini, su tutto. C’è sempre qualcosa che non va bene, ogni volta tutto deve essere di più… di più…di più… Un nostro collaboratore che fa parte del consiglio di amministrazione mi ha detto che sono lo spirito critico dell’azienda. Qualcuno mi dice che lo sono anche troppo, ma per me è un ruolo fondamentale. E poi negli ultimi anni sento come un dovere portare avanti questo palazzo, con la storia e i segreti della famiglia Lana.

Quali sono i pro e i contro di essere figlia d’arte?

Per quanto riguarda i pro, mia figlia dice che essere nati dalla parte giusta qualche volta è un bene. È successo a me, succede a tanti. Sicuramente ho avuto una vita agiata. Quando ho deciso di lavorare in azienda ci sono stati dei vantaggi indubbi. Però a mio padre ho sempre detto che mi sento una manager e non un’imprenditrice.

E lui cosa le ha risposto?

Che devo essere un’imprenditrice. Ma io non mi sono mai sentita tale perché non ho mai investito niente di mio, non ho mai assunto rischi. Tornando a prima, ci sono stati anche i contro: per esempio confrontarmi con un uomo che riteneva di essere sempre nel giusto. Con lui non c’era possibilità di dialettica. Potevi convincerlo con strumenti tecnici come la competenza, ma quando non c’era la possibilità di giocarsi questa carta perché magari le tue erano solo sensazioni, lì era dura spuntarla. Dovevi trovare il momento giusto per andargli a parlare, capirne l’umore. I primi anni sono stati duri: giravo la macchina e andavo via in lacrime perché litigavamo in continuazione. Col senno di poi mi rendo conto che è stata la scuola migliore.

Cosa ammira di più di suo padre?

Di sicuro non la sensibilità, che non ha. Gli invidio la grande autostima.

Perché a lei manca?

Sì, un po’. Vorrei essere più sicura di me.

Qual è stata la sua impronta in azienda?

Mi occupo delle relazione esterne del brand e ho creato ex novo l’ufficio comunicazione. Mio padre, come un po’ tutti i genitori, aveva già configurato il futuro di noi figli: io dovevo stare in amministrazione, Arturo in produzione come enologo, Paolo nel settore commerciale. Mi fa sorridere, a distanza di anni, il ricordo di un lungo viaggio mio e di mio fratello Arturo in California, con degli amici, finita la maturità: tornati a casa scoprimmo che Arturo era già stato iscritto all’Università da papà. Io in amministrazione, però, non sono andata perché sono totalmente negata a fare i conti, non so neanche tenere il budget di casa, figuriamoci. A me piace portar dentro manager, nuove competenze. Cosa che mio padre all’inizio non digeriva. Lui è nato qui come enologo ma col passare degli anni ha saputo diventare anche un grande amministratore, oculato: se gli chiedi qualche dato di bilancio, si ricorda tutto.

Circa quattro milioni di bottiglie annue e oggi 100% uve Franciacorta. Come influisce tutto questo sulla politica del consorzio?

Sappiamo di determinare il destino della Franciacorta, ma non vogliamo prevaricare e proprio per questo ci siamo dati delle regole interne. Faccio un esempio chiarificatore: avremmo tranquillamente potuto, e l’abbiamo preso in considerazione, partecipare al bando di gara per l’Official Sparkling Wine Sponsor di Expo, invece di agire come poi abbiamo fatto. I due partecipanti erano le cantine Ferrari di Trento, che si sono candidate anche al bando del padiglione Italia, e il nostro consorzio. Noi abbiamo deciso di non esserci né al primo né al secondo perché sarebbe stato assurdo partecipare contro i nostri colleghi della Franciacorta.

L’intervista in realtà è molto più lunga e articolata ma decidiamo di concludere con questa risposta importante e che la dice lunga sulla filosofia di un’azienda per innescare, saremmo contenti se ci riuscissimo anche in minima parte, delle riflessioni costruttive in un mondo vitivinicolo sempre più diviso.

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