UNIVERSITÀ E IMPRESA: ATTILIO SCIENZA CONQUISTA FRANCIA E SPAGNA di Francesca Fiocchi

I nuovi portinnesti M, frutto di un progetto di ricerca pluritrentennale dell’Università di Milano coordinato dal professor Attilio Scienza, esperto mondiale di viticoltura, sono pronti per essere sperimentati a Bordeaux e Rioja, e in futuro arriveranno anche in Borgogna. Un bel risultato per la ricerca italiana reso possibile dal supporto di Winegraft, la start-up promossa un anno fa da nove primarie aziende vitivinicole di diverse regioni italiane (Ferrari, Zonin, Banfi Società Agricola, Albino Armani, Cantina Due Palme, Claudio Quarta Vignaiolo, Bertani Domains, Nettuno Castellare, Cantine Settesoli insieme a Fondazione di Venezia e Bioverde Trentino) per finanziare la ricerca sulla nuova generazione di portinnesti, rivoluzionari perché in grado di fronteggiare le emergenze climatiche rendendo le viti più resistenti.

Professor Attilio Scienza, siamo a un punto di svolta importante…

<<Dire di sì. Circa seicento talee dei quattro nuovi portinnesti della serie M sono partite dagli impianti della Vivai Cooperativi Rauscedo per le università di Bordeaux e Rioja, che hanno chiesto di poterli innestare con i principali vitigni autoctoni per avviare una nuova fase di studio e sperimentazione sul territorio, per poi estenderli a tutta la loro viticoltura. Ma anche l’America e l’Australia ce li hanno chiesti, solo che hanno regimi di quarantena molto severi. Per il momento ci accontentiamo di diffonderli in Europa, nei due Paesi più importanti dal punto di vista vitivinicolo. Tempranillo, Graciano e Garnacha in Spagna, Cabernet e Merlot in Francia sono alcuni dei vitigni avviati alla sperimentazione dei nuovi portinnesti destinati a sostituire quelli attualmente utilizzati. Mentre l’M1 e l’M3, per le loro basse rese, sono ottime alternative per una viticoltura di qualità in stile bordolese, l’eccellente capacità di resistenza alla siccità dell’M4 lo rende una risorsa preziosa per i vigneti del Rioja. In Italia abbiamo campi prova dal Trentino alla Sicilia: in sette anni li abbiamo diffusi dappertutto e stiamo monitorando le loro performance su tanti vitigni autoctoni, dal Teroldego al Nero d’Avola, dal Gaglioppo al Montepulciano al Sangiovese, cercando di allargare sempre di più la platea delle varietà innestate. Abbiamo raccolto una montagna di dati. Lo spin off dell’Università di Milano, IpadLab, società specializzata nel campo della fito-diagnostica leader a livello internazionale, monitora il materiale che viene moltiplicato e poi venduto sotto due profili: dell’identità genetica e della sanità nel senso di assenza assoluta di malattie, perché l’obiettivo è applicare una nostra etichetta che dia al viticoltore delle garanzie maggiori rispetto alla certificazione nazionale>>.

Quali sono i vantaggi concreti dei nuovi portinnesti?

<<Saranno piante più tolleranti alla siccità, capaci di assorbire maggiormente il cuneo salino e di sopportare meglio la mancanza di elementi minerali, quindi la carenza di potassio, magnesio e azoto. E molto più sostenibili perché non occorre concimarle. I vantaggi, quindi, sono innumerevoli: dal miglioramento della qualità intrinseca del vino alla sostenibilità dell’agricoltura>>.

Cosa rappresenta per lei questa ricerca?

<<È un grande risultato sul piano procedurale, al di là del suo valore intrinseco. Erano cento anni che non si facevano nuovi portinnesti in Europa. L’interesse delle università di Bordeaux e Rioja conferma la validità di un progetto di studio che è tornato ad occuparsi delle “radici” della vite dopo oltre un secolo di disinteresse da parte della scienza e di un mondo produttivo che dovrebbe essere quello maggiormente interessato alle scoperte. Quando arrivò la fillossera in Europa, tutta la ricerca, in particolare quella francese, si mobilitò per creare dei portinnesti in grado di salvare le viti da questo tremendo afide. Ed è una bellissima storia da raccontare, fatta di uomini, esplorazioni in America, successi e contrapposizioni. Ma risolto il problema principale e quello connesso del calcare e della siccità, l’Europa non solo si adagiò ma si creò un fronte contro l’innesto e i portinnesti come si è creato oggi contro l’ogm. In cento anni lo scenario mondiale è profondamente cambiato. Se alla fine dell’Ottocento la viticoltura era esclusivamente europea, oggi si sta spostando progressivamente verso Sud America, Cina, Russia, con un conseguente fabbisogno di portinnesti molto più articolato, visto che i suoli sono differenti da quelli europei. E poi c’è il discorso complesso del cambiamento climatico, che impone scelte molto diverse dal passato per via di due aspetti che prima non erano così pregnanti: la mancanza di acqua e di sale nel suolo. Questi sono alcuni degli argomenti che ci hanno spinti alla ricerca, un lavoro lunghissimo iniziato nell’85 con il mio team dell’Università di Milano. Si sono resi necessari trent’anni per portare a casa un risultato valido. Abbiamo cominciato a creare nuovi incroci implementando i portinnesti con sangue di Berlandieri per renderli più resistenti: siamo arrivati a un numero elevatissimo di circa quarantamila nuovi soggetti da studiare: i quattro che abbiamo omologato sono la punta dell’iceberg>>.

Il collegamento tra università e impresa è sempre stato deficitario e mostra segni di scollamento con la realtà produttiva…

<<Questo accade in Italia, all’estero, invece, ci sono meccanismi molto più efficienti: le grandi università hanno un ufficio che si occupa di vendere i brevetti e di incassare i relativi proventi. Da noi questo manca. Abbiamo solo dei luoghi di formazione ma non sappiamo vendere ciò che produciamo. Speriamo che la sinergia che abbiamo oggi instaurato tra università, mercato e produzione diventi un esempio anche per altri colleghi che hanno dei progetti e devono contattare le imprese, parlare con i produttori. Grazie a un finanziamento importante delle fondazioni bancarie, attraverso il progetto Ager a sostegno della ricerca scientifica in ambito agroalimentare, siamo riusciti in tre anni a omologare i portinnesti, a preparare i dossier per il ministero e soprattutto a individuare dei geni coinvolti nel controllo dell’acqua nella pianta. Come capita sempre in università uno si trova in mano una grande innovazione ma non sa cosa farne, e allora abbiamo pensato che era tempo di coinvolgere i produttori perché il vantaggio è loro. Lo spin off di Lodi, IpadLab, ha fatto da tramite tra l’università e un gruppo di imprenditori volonterosi: ho impiegato un anno per metterli insieme, facendo tre tentativi con gruppi diversi, alla fine ho trovato dei giovani, la nostra grande risorsa. Giovani che rispondono al nome di Marcello Lunelli, vicepresidente di Cantine Ferrari, e Domenico Zonin, che si sono attivati per coinvolgere altre cantine, un fornitore di prodotti per l’agricoltura che è Bioverde e una fondazione bancaria del Veneto, la Fondazione di Venezia. Questo gruppo di persone si è dato una struttura societaria, Winegraft, e ha anticipato il finanziamento dei prossimi tre anni, ossia quattrocentocinquantamila euro, senza battere ciglio. Su ogni barbatella prodotta c’è una royalty che va a compensare l’anticipo della società, ma soprattutto a continuare il finanziamento anche in futuro. E questa è l’idea di come la ricerca italiana deve sviluppare un rapporto di collaborazione con il mondo della produzione, due realtà che sono sempre state separate. Bisogna puntare sui giovani: forse un imprenditore di settant’anni ha meno prospettive, ma uno di quaranta ha voglia di cambiare quello che hanno fatto i predecessori e portare qualcosa di nuovo nell’impresa. La collaborazione tra Winegraft e l’Università di Milano consentirà di sviluppare nei prossimi anni nuovi portinnesti anche utilizzando tecniche diagnostiche molecolari innovative>>.

Quindi serve un ripensamento del modo di fare agricoltura?

<<I cambiamenti climatici non si possono ignorare o bloccare. Abbiamo due strade di fronte a noi: trovare zone dove l’impatto con il cambiamento climatico è meno forte, delocalizzando l’agricoltura in ambienti temperati. La seconda è però molto più efficace: io non posso delocalizzare il nebbiolo per produrre il Barolo, perché ci sono limiti molto precisi dal punto di vista vocazionale e delle denominazioni, quindi dovrò fare in modo di produrre dei nebbiolo capaci di tollerare maggiormente l’impatto con le malattie, che con il cambiamento climatico sono diventate molto più aggressive, e agire con tecniche moderne di genoma editing, che non significa transgenia, per sviluppare in quella pianta una maggiore capacità di reazione agli insulti ambientali>>.

Biologico e biodinamico sono un via senza uscita?

<<Il biologico è una quantità irrisoria della nostra viticoltura: meno del 5%, ed è un dato stazionario. È un grande bluff: le regioni contribuiscono con un finanziamento importante di mille/milleduecento euro all’ettaro per chi fa scelte di agricoltura biologica o integrata, e proprio in quest’ultima direzione l’Europa sta spingendo. Un’azienda di quaranta ettari riceve cinquantamila euro all’anno. Chi ricorre al biologico fa una scelta difficile, costosa, che non viene ripagata dal punto di vista di una maggior qualità del prodotto, tantomeno dal lato economico perché i vini non sono venduti a un prezzo più alto del normale. Poco tempo fa su Altroconsumo leggevo una ricerca molto precisa in merito, dove si sosteneva che facendo un raffronto tra prodotti biologici e quelli tradizionali non si registra nessuna differenza. Si fa il biologico perché ci sono degli interessi sottesi. E poi c’è il problema del rame, che è destinato ad essere proibito nei prossimi anni, quindi chi adesso fa il biologico dovrà trovare altre strategie. Non mi sento di avvallare neppure il biodinamico: favole, come quella del corno riempito di letame, che si possono raccontare ai ragazzini per farli addormentare>>.

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