LUIGI VERONELLI, UNA VIA NELLA SUA MILANO……di Carlo Aguzzi

“Ogni vino bevuto ha il suo racconto”. Sono queste le parole che mi disse Luigi Veronelli quando lo incontrai la prima volta a Milano: lui giornalista affermato, gastronomo ineccepibile, editore anticonformista; io piccolo e inesperto sommelier. Lo ricordavo in televisione con Ave Ninchi: sempre preciso nel linguaggio, alla ricerca del termine giusto che identificasse il profumo di quel determinato vino; sempre sul “pezzo” ma mai protagonista perché amava dare la parola ai vignaioli, amava farsi raccontare le loro storie. Sorrido pensando a un improbabile paragone tra lui e molti giornalisti di lungo corso, sommelier, gastronomi e quant’altro che si credono, con i loro giudizi “altissimi”, onnipotenti. A loro ricordo che di Dio ce n’è uno solo, e sta lassù. Imparate da Luigi Veronelli e Gianni Brera la classe, la maestria, l’etica, il buon gusto, l’eleganza, l’essere sopra le righe ma al tempo stesso fra le righe. E soprattutto non dite che siete i migliori, lasciate giudicare agli altri… Ai posteri l’ardua sentenza.

Tornando al Maestro, mentre gli versavo il vino (Bricco dell’Uccellone) le mie mani tremavano e sentivo le gote infiammarsi sempre più. Lui se ne accorse, mi avvicinò il bicchiere per agevolarmi nella mescita e mi sorrise. Un sorriso sincero, che mi rincuorò. “Ami gli abbinamenti tra cibo e vino?”, mi chiese improvvisamente. Con voce tremolante mi feci coraggio e risposi che sì amavo gli accostamenti tra cibo e vino, soprattutto quelli della tradizione.

“Vedi” – mi rispose sempre sorridendo -”è giusto quello che dici ma questo deve essere solo un punto di partenza: per noi golosi, professionisti dell’enogastronomia, ci vuole qualcosa di più. Devi osare, avere intuizioni anche strampalate: il nostro compito è quello di educare e al tempo stesso stupire, senza fare le cose per convenienza. Un po’ come nel matrimonio: ci vuole amore, tenendo presente che tra cibo e vino possono esistere incompatibilità di carattere e quindi vanno sposati con giudizio”. Furono queste le parole che mi spinsero e mi spingono tuttora alla ricerca dell’abbinamento, se non perfetto, almeno corretto.

Finalmente la città di Milano gli dedica una via – la passeggiata tra piazza Gae Aulenti e via Gaetano de Castillia, tra Garibaldi e Gioia per intenderci – dopo che, nel 2003, gli fu conferita la medaglia d’oro di civica Benemerenza in quanto “cantore del gusto”. Riprendendo le parole della motivazione vorrei che tanti sommelier ed enogastronomi ne facessero un credo:”É stato capace di riscoprire ed esaltare i sapori e i profumi della tradizione, artefice del rinascimento delle cantine nazionali. La sua conoscenza, unita all’amore e all’inarrivabile capacità di raccontare, ne hanno fatto l’indiscusso maestro dell’editoria gastronomica.

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