GIANMARCO TOGNAZZI E LA SUA… AGRICULTURA di Francesca Fiocchi

L’intervista a Gianmarco Tognazzi ve l’avevamo promessa… Ed eccola! Di questi giorni è la presentazione ufficiale delle nuove etichette della Tognazza amata al “Taste of Excellence” di Roma, evento sul food – conclusosi oggi – con showcooking di chef stellati, degustazioni di etichette prestigiose e conferenze sul tema dell’alimentazione. Premiate anche le ladies del vino, donne imprenditrici che con coraggio hanno scelto il mondo dell’enologia e della viticoltura.

Cinematograficamente, lo abbiamo visto in “Bolgia totale”, con Giorgio Colangeli e Domenico Diele e lo rivedremo nel film “Il ministro”, una commedia noir dell’esasperazione, scritta e diretta da Giorgio Amato, e in “I misteri di Laura”, una serialità in otto puntate, a metà tra il comico e l’investigativo, dal 27 ottobre su Canale 5.

Il mestiere di attore e la sua Tognazza: quando arte, cultura e vino si allineano.

La Tognazza è focus su vino, cibo, cultura: una filosofia di vita che abbraccia tante cose insieme.

<<La Tognazza è la conseguenza logica e naturale di un percorso di vita, o meglio di più percorsi di vita simili e diversi al tempo stesso. Io sono questo ma non perché devo esserlo: perché lo sento. La mia scelta dieci anni fa è stata quella di vivere qui, a Velletri: mia mamma non aveva più la forza fisica di mandare avanti la gestione delle vigne e della struttura. Ho avuto la fortuna di incontrare Alessandro Capria, con cui ho messo in piedi la società e con cui condivido gli stessi obiettivi di conservazione e di innovazione: il mantenimento di quello che si ha non sarebbe possibile senza il rinnovamento, necessario a un’azienda che vuole crescere. È Ugo dall’Alto che ci ha suggerito di non essere stagni su quello che aveva fatto lui, pur nel massimo rispetto di quello che la Tognazza è stata>>.

Ma lei non è il classico produttore che fa il vino e lo va a vendere. C’è molto altro intorno a questo progetto…

<<Proprio per questo il claim che sta dietro alla nostra azienda è: “Oltre al vino, una storia da raccontare”. Ed è quello che faccio nelle serate e nei laboratori teatrali, nelle conferenze. È un modo anche per riappropriarci della nostra memoria storica e cinematografica, e anche culinaria visto che mio padre è stato un grande precursore dei tempi con i suoi cinque libri, storie di cucina e di vita. La Tognazza nasce nel 1969 come cantina e tra un po’ compirà cinquant’anni. La storia che sta dietro non è legata a Ugo come artista ma a Ugo come amante della campagna e del vino che lui propinava ai suoi colleghi in maniera molto diretta, anzi lo imponeva a chi veniva qui a condividere le serate con noi. Grazie al vino e alla goliardia che lo accompagnava, che hanno generato un vero e proprio modus vivendi, sono nate le supercazzole di “Amici miei” e i film di Marco Ferreri. Ho grande rispetto per tutti quegli artisti che hanno comprato vigne e si sono messi a fare il vino, ma qui c’è l’amore e la passione di un uomo che ha anticipato i tempi con le sue visioni>>.

Quindi lei sta facendo un percorso inverso?

<<Sì, sto partendo da mio padre e dai miei vini, e cioè “Antani”, “Come se fosse”, “Tapioco” e domani il “Tarapia”, che sono le definizioni della supercazzola, per tramandare un pezzo di storia alle nuove generazioni. Ugo sarà ricordato anche come artista attraverso le sue più grandi passioni: la cucina e il vino. Sto facendo un percorso inversamente proporzionale alla mancanza istituzionale di tramandare la cultura. Oggi un ragazzo di vent’anni non sa chi è stato Ugo Tognazzi e quelli più distratti pensano che io sia il figlio di Ricky. Negli ultimi trent’anni c’è stata una grande confusione, un deficit nella comunicazione ai giovani di quella che è stata in generale la nostra artisticità nel campo cinematografico, teatrale, musicale, televisivo, storico. Il più grande patrimonio del nostro Paese è artistico e culturale. Credo che se avessimo basato la nostra industrializzazione sulla cultura non ci sarebbe stata la crisi. Questo perché la cultura è composta da una miriade di operai specializzati che consentono agli artisti di esistere: per mettere in piedi un film con venti attori servono quattrocento operai specializzati; per un concerto occorrono cinquecento persone a montare le luci, il palco e tutto quello che viene dietro a ruota. Oggi mi piace parlare di a-g-r-i-c-u-l-t-u-r-a>>.

Frutto di questo è la Tognazza al Douze?

<<È il primo comedy club gourmet nel cuore di Roma, a Trastevere: uno spazio che offre assaggi culturali e gastronomici, dove io e i miei soci, i bravissimi Giampaolo Morelli, Barbara Foria, Dario Bandieri e Gianluca Ansanelli prima di tutto ci divertiamo. Saltuariamente riproporremo la serata “Amici miei”, che ha avuto grande successo. Risate, teatro e gusto in stile Tognazzi con tanta improvvisazione e interazioni con il pubblico. Sempre al Douze, da novembre una volta al mese o ogni due, non mancheranno le mie serate dal titolo “Il grande abbuffone”, format legato alle letture di Ugo, che faccio insieme all’attore Marco Paparella: uno spettacolo ricco sul piano dei contenuti con integrazioni fotografiche, filmati e accompagnamento musicale con chitarra. Con la partnership del Primo Municipio di Roma mi piacerebbe portare sempre al Douze dei format per trenta persone sperimentati l’anno scorso qui a Velletri: “Ugo e Monica Vitti”, “Ugo e Vittorio Gassman”… Anche il nostro contest “Cucina con la Tognazza” vorrei trasformarlo in serate dal vivo>>.

Tanti progetti culturali e un vino nuovo in arrivo con questa vendemmia…

<<Il Tarapia, un vino bianco fermo che stiamo ancora studiando. L’Antani Merlot, invece, è appena diventato “Come se fosse”. Non vogliamo più identificarci con gli uvaggi ma con il nome che deve immediatamente rimandare alla nostra storia>>.

E Phileo 47?

<<È il nostro vino solidale della linea ”La Tognazza che ama”, un’etichetta speciale nata in collaborazione con l’Associazione Italiana Persone Down, sezione di Roma Onlus, un gesto di amore e condivisione. Abbiamo fatto venire da noi alcuni di questi ragazzi a fare una parte della vendemmia e gli abbiamo fatto fare un loro vino: sono stati molto bravi a disegnare le etichette>>.

In questi ultimi anni stiamo assistendo a una rinascita dei vini laziali.

<<Questa è sempre stata una zona un po’ depressa. È da qualche anno che i vini laziali hanno fatto passi in avanti grazie ai piccoli produttori, che hanno lavorato e investito sulla qualità, e ai grandi nomi come Casale del Giglio, nell’Agro Pontino. Sono felice che Nicola Zingaretti mi abbia voluto tra le eccellenze del Lazio in rappresentanza della regione a Expo: vuol dire che il lavoro fatto ci ha dato credibilità>>.

La sua passione fin da piccolo per la cucina le ha permesso di scoprire suo padre sotto un’altra veste.

<<Anche perché se non stavi ai fornelli con lui quando era a casa, non lo vedevi! Viveva in cucina, in camera sua o in studio in simbiosi con i suoi libri. Pensava a come cambiare la ricetta, a cosa preparare il martedì piuttosto che il giovedì, e poi c’era il venerdì con le mitiche cene dei dodici apostoli. Ugo partiva dalla cucina tradizionale per poi rielaborare di testa sua anche una cosa che il giorno prima gli era venuta benissimo. Il suo diktat era la variazione continua. E io ero il suo assaggiatore di fiducia: potevo stare accanto a lui mentre cucinava, cosa che invece non era permessa a mia mamma o ad altri>>.

Si sente più imprenditore o attore?

<<L’attore oggi deve essere imprenditore di se stesso, non essendoci più l’industria nel cinema e nel teatro. Bisogna essere imprenditori anche a livello di idee. In azienda ho un potere decisionale reale, cosa che non ho nel mio mestiere di attore>>.

Il suo vizietto culinario quando sgarra?

<<Io sgarro pesantemente quasi tutti i giorni ma poi mi metto in riga tanto pesantemente quanto ho sgarrato. È per questo che ho una forma fisica invidiabile quasi a cinquant’anni non facendo sport>>.

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