STOP AND GO NELL’ASTIGIANO, A CASTAGNOLE DELLE LANZE, DAI RIVETTI di Francesca Fiocchi e Carlo Aguzzi

barbaresco

Il Barbaresco è il Barbaresco. Dei vini un gran signore: dà il meglio di sé in età adulta, è elegante, strutturato, con tante storie da raccontare al naso e in bocca. Siamo nella storica terra sabauda, invitati dalla famiglia Rivetti, tre proprietà in Piemonte (Contratto, Castagnole, Campè) e una in Toscana, per una degustazione di Barbaresco Gallina e Barbera Bionzo, due vini top de La Spinetta, a Castagnole delle Lanze. Ad affascinarci è l’immagine del rinoceronte, una famosa xilografia del 1515 di Albrecht Durer, artista geniale del wiederwachung tedesco, riprodotta in etichetta e diventata simbolo dell’azienda. Una stampa che ebbe un successo straordinario e fu presa a modello anche da Alessandro de’ Medici nel proprio stemma. Il rinoceronte è accompagnato dalla scritta “vursù” che in dialetto piemontese significa “desiderato”. È un rinoceronte che indossa l’armatura, forte e possente, quello che Durer disegnò basandosi su racconti e descrizioni ma senza averlo mai visto. Una scelta casuale, poi rivelatasi fortunata, nata sui loro Barbaresco e poi adottata anche sugli altri vini, ad eccezione del Barolo, sulla cui etichetta domina incontrastato un altro gigante della savana, il leone.

Qui tra la Bassa Langa e l’Alto Monferrato il paesaggio sembra rubato a una vecchia cartolina. Complice l’autunno con i suoi colori caldi e le mille suggestioni. I terreni si perdono a vista d’occhio, rincorrendosi come onde nel mare. Sulle sommità spiccano i “sorì”, appezzamenti vitati esposti a sud, in forte pendenza, tra i 300 e i 400 metri sul livello del mare, ma si arriva anche a 600. La percezione del loro valore culturale è immediata, a prescindere dalla “World Heritage List” dell’Unesco. Ovunque ti giri l’immersione nella natura è totale, avvolgente come un abbraccio che trasuda di affetto. Un terroir blasonato che, come pochi altri, arriva al cuore, punta e fa centro. È una storia di terra e di uomini, di preziosi crus e di passioni, di tradizioni che a volte si sposano e altre meno con l’innovazione. Un vero e proprio patrimonio, come ha ben sottolineato il sindaco di Castagnole delle Lanze, di saperi, di tecniche di coltivazione e vinificazione, un paesaggio di vitigni dai caratteri diversi e multiformi, di castelli, pievi e torri, che come vedette punteggiano le sommità delle colline. Il risultato? Vini che sanno farsi ricordare. E di cui ti viene voglia anche quando sei dall’altra parte del mondo. Perché il Barbaresco e il Barolo ti legano per la vita e prima o poi ti riportano qui, nella generosa terra che li genera.

Ci accoglie Manuela Rivetti, nipote di Giuseppe (detto il Pin, da cui nacque l’omonimo vino, blend di Nebbiolo e Barbera) e Lidia (cui è dedicato il Lidia Chardonnay), fondatori de La Spinetta nel ’77 insieme ai figli Bruno, Giorgio e Carlo. Trentaquattro anni, laurea in economia con indirizzo amministrazione, finanza e controllo, in azienda dal 2006 dopo un anno sabbatico in Australia e Nuova Zelanda ad imparare la lingua. Una famiglia, la sua, che nel vino ha investito tutto: denaro, sacrifici, passioni, emozioni. Manuela è preparatissima: dalla vigna al vino che decanta nei nostri bicchieri predisponendoci, con il suo complesso ed elegante bouquet, alla degustazione. La parola “direttore commerciale” non le piace su di lei:<<Sono parole che non usiamo perché la nostra è una gestione familiare. Si fa quel che c’è da fare, siamo abbastanza intercambiabili>>. Manuela Rivetti è il nostro cicerone in cantina: è lei che ci racconta la storia di tre generazioni di vino e dei suoi crus più preziosi: Bionzo, Campè, Gallina, Starderi, Valeirano.

barricaia spinetta

La barricaia è un luogo di grande fascino: sono tutte barriques, quasi 900, ad eccezione di qualche tonneaux che viene usato per i vini bianchi. La nostra guida d’eccezione ci spiega i vari ampliamenti negli anni: nel ’93 nasce il primo magazzino, nel ’99 la barricaia e nel 2005 tutta la parte moderna per l’imbottigliamento e lo stoccaggio. In totale sono cento ettari di proprietà in Piemonte, con viti che arrivano fino a cento anni (Bionzo a Costigliole d’Asti), adagiate su splendide colline dormienti di un lungo ma vitale sonno autunnale: si va dai 250 metri sul livello del mare di Gallina e Starderi, passando per i 300 di Bionzo, fino ai 525 dello chardonnay.

Con i quattro crus di Barbaresco si producono circa 42mila bottiglie: il più grande è il vigneto Starderi (14 mila), poi Gallina (10mila), Valeirano (7 mila), il resto è Bordini. L’altro vino blasonato, il Barolo, i Rivetti lo hanno inseguito a lungo. Il sogno è oggi una splendida e concreta realtà che ha il suo centro nel pregiato vigneto Garretti Campè: due i Barolo, simili per certi versi e completamente differenti per altri. Campè è la sottozona che appartiene al cru Garretti, per un totale di 18 mila bottiglie annue. Ma le produzioni più importanti dal punto di vista quantitativo sono quelle di Barbera, con 120mila bottiglie e terreni nei tre comuni di Castagnole delle Lanze, Costigliole d’Asti e Montegrosso, e di Moscato, il vino da dessert che ha segnato la storia de La Spinetta e che con 200mila bottiglie ricopre il 33% dell’intera produzione. Il Moscato, che stanno imbottigliando il giorno della nostra visita, esce con due etichette: Biancospino e Bricco Quaglia. La differenza è nell’età dei rispettivi vigneti: quelle del Bricco Quaglia sono viti più vecchie e il vino essendo imbottigliato più tardi rimane più a lungo sui lieviti, fattore che gli conferisce una lieve grassezza rispetto al Biancospino, più citrino e fresco. <<La Spinetta nasce con il Moscato, che i miei nonni hanno da subito deciso di lavorare con una filosofia diversa, di qualità. Partendo dal vigneto Bricco Quaglia, un sorì di cinque ettari, si è entrati in produzione con un cru, inusuale perché la produzione di Moscato era legata ad aziende molto più grandi che facevano spumante comprando l’uva da conferitori: non c’era un vigneto che stesse dietro alla produzione. Un discorso di cru sul Moscato è tutt’oggi molto raro perché non esiste una classificazione rigida come per il Barbaresco e il Barolo>>.

I progetti dei Rivetti sono ambiziosi. Dopo il Moscato arrivano i primi rossi: nell’85 il Barbera Ca’ di Pian, nell’89 il Pin, mentre per il primo Barbaresco Gallina bisognerà aspettare il ’95. Il sogno di produrre il Barolo diventa realtà nel 2000 con l’acquisizione di otto ettari di nebbiolo a Grinzane Cavour e con la costruzione di un’altra cantina, La Spinetta Campè, nel 2003. Qui le viti hanno più di 50 anni, con un potenziale di altri 40: da quelle più giovani, che si trovano nella parte bassa del vigneto, si ottiene il Barolo Garretti. <<La cantina del Barolo è stata una scelta obbligata: se per il Barbaresco abbiamo ricevuto una deroga per vinificarlo e imbottigliarlo fuori zona, qui a Castagnole delle Lanze, per il Barolo non è stato possibile. A Castagnole produciamo Barbaresco, Barbera, Moscato e i bianchi Chardonnay e Sauvignon, il resto è a Grinzane>>, ci spiega Manuela Rivetti. Ma non finisce qui. Nel 2011 i Rivetti acquisiscono la storica cantina Contratto, il più antico produttore di spumante metodo classico in Italia, di cui parleremo prossimamente.

barbaresco GRISSINI

Il Barbaresco che degustiamo oggi, è il Cru Gallina annata 2011, nebbiolo al 100%, gradazione alcolica 14,5 per cento, 11500 le bottiglie annue con una resa per ettaro di 2300. Tre bicchieri Gambero Rosso, 94 punti James Suckling ex aequo con Galloni Vinous. A regalarcelo è il sorì di Neive, cinque ettari, primo cru della Spinetta acquisito nel ’95. Per il Barbaresco la terra è tutto. A fare la differenza sono le marne, che generano vini con caratteristiche molto diverse per struttura tannica e profumi. Il Barbaresco Gallina nasce dalla marna di sant’Agata, di origine tortoniana, che restituisce vini molto longevi, corposi e pieni, estremamente profumati, eleganti e femminili, con una buona morbidezza. L’origine tortoniana, in particolare, regala alla marna alcalinità, ricchezza di argilla e arenarie che conferiscono struttura, grado e una bella mineralità ai vini. I vigneti sono tra i 55 e i 60 anni di età, il terreno è prevalentemente calcareo. <<Siamo undici aziende ad uscire con etichetta Gallina: la totalità del cru è di circa 51 ettari. Il terreno dà sempre ottimi risultati perché è protetto dalla sua esposizione a sud>>, precisa Mauela Rivetti. La vinificazione avviene a Castagnole delle Lanze. La fermentazione malolattica è condotta in barriques, l’affinamento in barriques di rovere francese per 22 mesi, dopodiché il vino viene trasferito in vasche d’acciaio per tre mesi prima dell’imbottigliamento, cui seguono ulteriori 12 mesi in bottiglia per poter essere commercializzato.

Il nostro Barbaresco alla vista si presenta di un bel rosso rubino intenso e al naso si apre con un bouquet ampio e complesso di frutti di bosco, in particolare lamponi. In bocca percepiamo una gradevolissima nota floreale di violetta e un sentore terziario accattivante di noce moscata. Un vino di razza e di struttura, corposo, con una buona morbidezza conferita da un’annata particolarmente calda. Si percepisce il tannino che comunque non è invasivo. Un Barbaresco fine, rotondo, ancora giovane per dare il meglio di sé, che va osservato, degustato con estrema calma, goduto, coccolato, riassaporato. Necessita della massima attenzione, come scriveva Luigi Veronelli. Va capito nel suo essere profondo e nel suo continuo divenire. Nulla è scontato. A ogni sorso si rinnova senza mai ripetersi. Il Barbera Bionzo de La Spinetta alla prossima puntata.

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