TIMORASSO: AUTOCTONO ED ESCLUSIVO di Carlo Aguzzi

Oggi parliamo del timorasso, vitigno autoctono da sempre presente sulle colline tortonesi ma da qualche tempo ritornato in auge. Nel prossimo appuntamento io e Francesca Fiocchi visiteremo per voi una bella azienda piemontese a conduzione famigliare che da qualche anno ha attivato un importante progetto di recupero e valorizzazione del vitigno.

Bere un bicchiere di Timorasso oggi va di moda, ma più che su questo aspetto vorrei soddisfare la mia e la vostra curiosità storica. Il timorasso è un vitigno autoctono a bacca bianca, coltivato nelle valli Curone, Grue, Ossona e Val Borbera. La sua produzione è assai limitata ma di alta qualità: la sua caratteristica peculiare è che necessita di un lungo affinamento in quanto, nel primo anno di vita, non dà particolari sensazioni. Caso quasi unico in Italia, il Timorasso è un vino bianco che si comporta come un vino rosso: migliora con l’invecchiamento in bottiglia.

Pare che il nome del vitigno derivi da “timoratum”, ossia uva di resa incerta. Le prime testimonianze ufficiali risalgono al 1500 con le annotazioni di Sante Lancerio, storico e geografo ma soprattutto bottigliere di Papa Paolo III, e con gli scritti – datati 1620 – di Pier de’ Crescenzi: “Il gioiello della viticultura tortonese sono i vini bianchi secchi. E hanno uno splendido avvenire”.

Purtroppo l’incostanza della produzione ed alcuni fattori negativi registratisi agli inizia del 1900 hanno praticamente causato l’abbandono del vitigno: la fillossera prima e la Grande Guerra poi, che ha tolto preziosa manodopera alla terra coltivabile, hanno visto una supremazia di barbera, vitigno più rigoglioso e con rese più abbondanti, e del cortese, maggiormente richiesto dal punto di vista commerciale. Il Timorasso rimane così praticamente ignorato. Poi, negli anni ottanta la svolta. Forse, per la prima volta, un vitigno ritorna ad essere valorizzato grazie ad un sottoprodotto della vinaccia: la grappa. Il merito di questa ripresa va ascritto ad una donna: Antonella Bocchino, della dinastia dei distillatori piemontesi. Fu lei ad invogliare un giovane della Val Curone, Walter Massa, a reimpiantare questo vitigno quasi dimenticato. Ad Antonella Bocchino il vino interessava relativamente: quello che lei voleva erano le vinacce, dalle quali traeva una sorprendente grappa dai profumi affascinanti. Walter Massa ed altri giovani viticoltori hanno capito i punti critici che in passato avevano favorito l’abbandono della coltivazione del vitigno. Questo li ha portati ad individuare nella vinificazione razionale, che gioca esclusivamente sul tempo da concedere al vino per crescere, senza subire le pressioni di un mercato sempre frettoloso, il suo punto di forza. In più, una intelligente comunicazione ha fatto sì che critici, giornalisti e sommelier paragonino questo gioiello ai più nobili vitigni a bacca bianca del mondo: vini con una decisa e caratteristica mineralità, in quanto questo vitigno – per seguire le indicazioni di Walter Massa – “ predilige terreni scarni, di resa molto bassa, tra l’altro situati su proti pendii, quasi proibitivi per la viticultura”.

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