INTERVISTA A CHIARA SOLDATI, LA LADY DEL GAVI di Francesca Fiocchi

Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo.

La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un soggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati”.

Dopo aver letto queste righe di Mario Soldati (da “Vino al Vino”) era impensabile scrivere della Scolca senza esserci mai stata. Sarebbe stato come tradirne l’anima. E a me le cose che sanno di finto, o peggio scopiazzate, non sono mai piaciute. Come si può capire fino in fondo quello che c’è in un bicchiere se quel territorio non l’hai annusato, respirato, vissuto? E condiviso? O peggio, traendo notizie da altre fonti? Così, contatto Chiara Soldati, nella cui famiglia ha tracciato un solco indelebile il grande scrittore e regista, pur immaginando che nel periodo immediatamente precedente il Natale una manager, per di più vignaiola nel sangue quale è lei, sarebbe stata presissima dal lavoro. E in effetti lo è: per la precisione si trova in America – La Scolca negli Stati Uniti ha un grandissimo mercato –, dove vive un mese all’anno: non c’è vip o personaggio del jet set che non la conosca e non abbia brindato con i suoi vini almeno una volta nella vita. La lista è lunghissima: da Tom Cruise e Katie Holmes, che per il loro matrimonio scelsero il Gavi della famiglia Soldati, a Sofia Loren, Elton John, capi di stato – fra gli ultimi Barack Obama -, teste coronate di mezzo mondo, premi oscar, papi… Tutti conquistati dalla freschezza e dalla splendida mineralità di questi vini che nascono nel comprensorio di Rovereto, nell’Alessandrino, eleganti nei profumi, con un finale lunghissimo, “aristocratici” nel loro divenire. Il Gavi da uve cortese è nato qui. Imperturbabile allo scorrere del tempo e delle mode è il Gavi dei Gavi Etichetta Nera; il brut millesimato d’Antan si può ordinare nei ristoranti più lussuosi del mondo. Oggi siamo alla quinta generazione. Giorgio Soldati insieme alla figlia Chiara e alla moglie Luisa hanno fatto della loro vita un sogno e di un sogno, una splendida e condivisa realtà.

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Dicevamo: Chiara Soldati è in America, ma mi fanno sapere che appena rientrata mi avrebbe richiamata per una visita in azienda. Francamente ho pensato che non le interessasse l’ennesima intervista. Invece no, mi ha sorpresa telefonandomi, non a mezzo segretaria ma personalmente – e qui la classe! – per fissare un incontro. Chiara è una perfezionista, alla ricerca, in tutto quello che fa, di rapporti umani veri, tangibili, diretti. Il lavoro per lei non è solo lavoro. È molto di più. Ecco il bello e il buono della nostra intervista.

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L’export è uno dei vostri punti di forza…

<<Nonostante lo scenario sociopolitico ed economico internazionale, il momento della condivisione rimane importante. La gente vuole uscire, scambiare i propri pensieri, alleggerirsi, e il vino di qualità accompagna tutto questo. Al sogno non si può e non si deve rinunciare. L’Italia resta il nostro punto di riferimento anche nei momenti difficili: qui abbiamo un’ottima rete diretta di vendita, alcuni dei nostri agenti sono di seconda generazione. L’export, che non concepisco come un’opportunità fine a se stessa, va seguito, costruito giorno dopo giorno, così è stato in Arabia Saudita, Bahrain, Oman, India, Russia: oggi La Scolca si beve dall’Europa agli Stati Uniti, dall’Asia al Sud America all’Australia. Ma ci sono voluti anni e anni di lavoro, di credibilità e di cura del dettaglio per creare tutto questo>>.

Il carattere culturale ribelle, tipicamente italiano, di Mario Soldati si ritrova nella vostra scelta di impiantare un vitigno a bacca bianca in una terra di rossi. Quali sono state le difficoltà iniziali e come avete cambiato il modo di pensare e di fare enologia sul territorio?

<<La scelta fu del capostipite, il bisnonno di mio papà, nel 1919, anno in cui decise di comprare La Scolca, che in dialetto locale significa “guardare lontano”. Questa predisposizione trasversale all’innovazione è insita nella nostra azienda fin dall’origine, e profeticamente il nome dà il suo contributo. In casa si è sempre bevuto francese: Chablis, Montrachet… L’idea era di creare un grande bianco italiano sul modello dei vini d’oltralpe e produrre per hobby, anche se poi parte del vino veniva usato come base spumante per le cuvée di Martini & Rossi e Cinzano: dopo la seconda guerra mondiale abbiamo deciso di imbottigliare e commercializzare direttamente noi. Ci hanno definiti “capitani coraggiosi”: oggi, dopo novantasei anni, questo bilanciamento fra tradizione e modernità è ancora fortemente presente. Mario Soldati era un appassionato di vino, di cibo, di cultura. Ed era prima di tutto un grande cantastorie del vino di allora in chiave moderna, l’interprete degli anni della grande crescita enologica italiana: nella sua guida rivoluzionaria “Vino al Vino” era arrivato ad abbinare l’etichetta al viso del produttore, dando così un volto al vino, umanizzandolo, raccontandone i retroscena. Io, forse, incarno questo status “soldatiano”, questo spirito indomito: siamo partiti da una scelta radicale, quella di espiantare le bacche rosse per impiantare bacche bianche, in un secondo tempo abbiamo investito in uno spumante monovitigno La Scolca e negli anni successivi in un vino bianco da invecchiamento, con una politica commerciale e produttiva sempre più innovativa. Per essere competitivi e vincenti sul mercato bisogna essere forti delle proprie origini e sicuri della propria identità, ma bisogna anche saper rischiare e guardare oltre lo stagno. Il non aver paura, la libertà di pensiero, questa visione open minded del mondo e l’indole caratteriale sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo fanno parte della nostra genetica, e sono il nostro valore aggiunto>>.

I consumatori cercano l’unicità delle produzioni tipiche e di nicchia o sono più rivolti ai vitigni internazionali?

<<La scelta coraggiosa e onerosa dell’autoctono si rivela sempre vincente, soprattutto in un mondo globalizzato dove si registra una forte omologazione, con relativo appiattimento culturale e gustativo: l’autoctono garantisce una specificità che si può trovare solo in un dato territorio e in una data caratteristica aziendale. Oggi i grandi player internazionali sono i vitigni più conosciuti come lo chardonnay, il sirah, il cabernet, ma nelle grandi occasioni l’autoctono rimane leader incontrastato, scelto dalla fascia di mercato culturalmente più evoluta e raffinata. Faccio un esempio musicale: abbiamo una grande quota di musica commerciale, ma Verdi e Mozart rimarranno sempre Verdi e Mozart>>.

Come è cambiato, e sta cambiando, il gusto dei consumatori?

<<C’è un grande ritorno al vino bianco. Il cambiamento dei gusti è prima sociale che tecnico: mutando economicamente gli scenari, mutano i momenti di consumo, le fasce di mercato e i consumatori. In questi ultimi quindici anni sono approdati al mercato in maniera preponderante e prepotente le donne e i giovani. Se i grandi rossi restano leader incontrastati, si è verificata un’importante apertura ai vini bianchi e agli spumanti. I momenti di consumo non sono più strettamente legati alla cena ma ai modelli che si sono sviluppati negli ultimi anni nel solco tracciato dall’happy hour; il lunch, che è un momento di convivialità più sbrigativo, richiede un vino con un alcol più basso, quindi difficilmente si opterà per un rosso sui 14 o 15 gradi e strutturato. Sono cambiati pure i mercati di riferimento: ne stiamo vedendo di nuovi che portano il loro bagaglio culturale, cui noi produttori italiani dobbiamo adeguarci, e questa è una nuova sfida>>.

C’è un cliente famoso che l’ha particolarmente stupita?

<<Sono rimasta molto colpita dalla grande umanità e delicatezza del premio oscar Colin Firth. Aveva scelto il nostro Gavi Etichetta Nera in una serata a Richmond, in Inghilterra, per sostenere gli orfanotrofi bulgari. Grande garbo e naturalezza: abbiamo chiacchierato di tutto tranne che di cibo e di vino. Anche Bono Vox è un nostro cliente, così come la regina Elisabetta, Tom Cruise. Viaggiando scopro sempre nuovi personaggi famosi che hanno bevuto il nostro Gavi: Sting, Valentino Garavani, Axl dei Guns N’ Roses, Giorgio Armani aveva addirittura dichiarato a Le Monde che il Gavi dei Gavi Etichetta Nera era il suo vino preferito. Ma anche personaggi dello sport, della finanza, dell’economia. Lo beveva Giovanni Paolo II. La Scolca Etichetta Nera è un vino modernissimo nella sua classicità, trasversale. Alla base c’è un investimento nel costante rinnovamento della tecnica di produzione. Stiamo costruendo una nuova cantina qui di fronte, sintomo di quanto la mia famiglia creda nel Gavi e nel suo territorio>>.

Il mercato che più la intriga?

<<La vecchia Europa assume caratteri nuovi e interessanti. A settembre sono stata ad Atene: mi aspettavo di trovare una città ferita, abbattuta dalle crisi e dalle contestazioni, dall’idea del non futuro, invece l’ho trovata viva, con una grande voglia di riscatto, con tantissimi bar e bistrot, una città raffinata che non dimentica il momento conviviale. L’uomo ha questa capacità di sopravvivenza e rinascita continua. Il mercato, per me, non è sterilmente un assegno circolare, ma è fatto di persone, di un team di lavoro, di correlazioni e messaggi continui perché noi siamo gli ambasciatori della nostra storia e del nostro stile. Se l’Italia oggi rimane in equilibrio è perché sa fare tante grandi cose. Tutti parlano della Cina, che è un mercato interessante, ma ci sono altre aree geopolitiche di cui si parla meno e che possono dare delle soddisfazioni, penso al Nord Europa, al Sud America, all’Australia, alla Nuova Zelanda>>.

Vignaioli si nasce. Tecnicamente si diventa”. Cosa significa essere vignaioli e qual è il valore aggiunto di questa sua esperienza di lavoro e di vita?

<<È una frase che ho scritto e in cui credo. Tecnicamente lo si diventa anche acquistando un’azienda, ma lo si nasce quando è qualcosa che scegli perché lo vivi, lo senti, ti appartiene nell’anima. È una radice che nessuna scuola ti può insegnare. Questo mio attaccamento alla terra e al lavoro, un po’ ancestrale, è viscerale. Ma la passione ha bisogno dello scheletro della ragione, così come la ragione per essere efficace deve avere l’ampio respiro della passione. Rispetto, anche se non è la mia scelta, chi considera un’azienda solo dal punto di vista merceologico: la compra, investe, trae il massimo profitto. Ma il pathos è molto diverso. La sensibilità per la tua terra si riversa nella sensibilità per il prodotto, per il tuo team, per il cliente. Io lavoro in azienda da vent’anni e ci sono arrivata per scelta mia e con grande umiltà. Questo è un mestiere che non puoi ereditare, ma ti deve piacere, e tanto. Il produttore di questo tipo di vino, quello che in inglese chiamo il “signature wine”, cioé il vino con la firma, crede nel prodotto, lo ama, vuole essere partecipe al momento di produzione, essere sul mercato, ma non per protagonismo: è un po’ come il legame che ti lega a un figlio, a un’opera d’arte. Nel periodo della vendemmia ho organizzato a Milano, con l’Associazione Montenapoleone, una conferenza di quindici donne fra cui Ferrari, Antinori, Frescobaldi: pur con aziende di dimensioni diverse e con obiettivi diversi, tutte condividiamo lo stesso attaccamento, la stessa vita, e questo è il valore emerso che mi e ci piace comunicare. Non siamo delle pr, ma sentiamo il nostro lavoro: qualcuna è madre, qualcuna no, io nello specifico sì, ho un figlio, Ferdinando, di tredici anni, e quindi mi sento ancora più responsabile di quello che faccio. Ovunque mi trovi, cerco sempre di prendere l’ultimo aereo per poterlo svegliare io al mattino. Sono valori che sento in maniera passionale>>.

Qual è la lezione più grande di Mario Soldati che porta con sé?

<<Dal punto di vista professionale, consigliava ai suoi cugini di non far mancare il cuore artigianale quando l’azienda sarebbe diventata una grande impresa. E abbiamo mantenuto la promessa. Dal punto di vista personale ho ricordi bellissimi a Tellaro, da bambina prima, da adolescente poi: le sue lezioni culturali, ma anche di vita e di esperienze profonde mi affascinavano. Era un uomo di grande spessore, combattuto tra il rigore e la libertà>>.

Un bilancio della sua passata esperienza da presidente del consorzio e quali le strategie condivise che auspica per un buon governo del territorio dal punto di vista vitivinicolo.

<<Sono stata presidente non del consorzio ufficiale, ma ne avevo fondato uno, diciamo alternativo, con un progetto molto diverso. In quel periodo mi hanno catalogata come una pasionaria del vino, la Giovanna d’Arco di Gavi. Tornando indietro probabilmente lo rifarei, anche se sono rimasta un po’ delusa: le mie idee erano molto moderne e anticipatrici di quello che poi si è verificato. Il mondo del Gavi è frastagliato in diverse realtà: accanto ai piccoli produttori e piccoli proprietari terrieri ci sono gli investitori, c’è chi imbottiglia e produce in zona e chi invece produce e vende il vino sfuso nelle zone di Barolo e di Asti a coloro che hanno più forza commerciale e usano il Gavi come complemento di gamma. È un’anima variegata difficile da governare. Le mie idee propositive puntavano a trovare regole di prezzo e di produzione per rendere più facile al cliente l’identificazione del prodotto sul mercato. Purtroppo certe logiche hanno avuto la meglio sugli ideali e oggi ci si trova a dover far capire il motivo di delta di prezzo così ampi. Quello che auspico è un sistema nazionale del vino, meno individualistico e meno campanilistico. Mi dispiace vedere il Gavi prodotto a Gavi ma imbottigliato a Barolo, e ce ne sono proprio tanti! Quante aziende avrebbero potuto investire di più nelle risorse umane, negli impianti, nella valorizzazione del territorio! Oggi le sfide mi concentrano nella mia azienda. Col cognome che porto, combatto sempre per le cose in cui credo, ma non mi piace neanche, in certi casi, investire male il mio tempo>>.

A livello di turismo del vino, cosa c’è ancora da fare in Piemonte?

<<La mia esperienza in questo settore è stata molto positiva. La Provincia e la Regione mi avevano dimostrato fiducia identificando in me uno dei protagonisti di un progetto pilota per uno sviluppo turistico che nasceva dal basso, e che aveva diviso la provincia in quattro macro aree. Successivamente ho guidato per sei anni e due mandati il movimento del turismo del vino in Piemonte, fondato a livello nazionale da quella grande donna che è Donatella Cinelli Colombini. Il settore turistico va potenziato: le aziende agricole in territori come il nostro vivono di turismo e dell’apprezzamento diretto del consumatore. L’azienda che produce e ha la sua cantina è una bella realtà da mostrare. Sono polemica con chi imbottiglia fuori zona perché svaluta il territorio e il vino, e non crea un indotto: se il cliente viene a visitare la mia azienda, si ferma qualche ora in zona, va a mangiare, si compra gli amaretti, magari visita il castello di Gavi o fa un giro all’outlet, ma se imbottigliano il vino ad Asti, il cliente consumerà là>>.

Il vino è…

<<Tante cose: tradizione, cultura, passione, amore, sacrificio, condivisione, magia, emozioni, ricordo di momenti legati a una certa persona o a un luogo. Secondo Mario Soldati, il vino condiviso con le persone amate è il vino indimenticabile. Ed è anche una gratificazione: Napoleone sosteneva che lo champagne doveva essere bevuto nei momenti di gloria per festeggiare e nelle sconfitte per consolarsi. Ma è anche qualcosa di intimo, di ineffabile, per tante religioni e culture è un tabù. Da Dioniso a Bacco il vino faceva evadere dalla realtà, senza necessità di arrivare all’ebbrezza: un po’ come certe musiche o certi libri censurati che ti regalano le ali della libertà. Come la musica è fatto di tecnica, ma non puoi apprezzare la tecnica se non ne apprezzi l’armonia. Se fosse un viaggio, sarebbe su una montagna: il vino è un percorso che ti dà la possibilità di goderne in diversi stadi: c’è chi si accontenta dei primi panorami, chi va più avanti e chi arriva alla vetta. Gabriel Garcia Marquez diceva che l’obiettivo non è arrivare alla vetta, ma il percorso. Chi fa e chi educa al vino ha un ruolo fondamentale: insegnare a bere bene in termini di quantità e qualità. Apprezzando il vino, lo rispetti e rispetti te stesso>>.

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