MONTELIO, CATERINA BRAZZOLA: “LA MIA IDEA DI TURISMO DEL VINO” di Francesca Fiocchi

Caterina Brazzola (in foto con la figlia Arianna) è la neo presidentessa – per la precisione dall’1 gennaio – del Movimento Turismo del Vino Lombardia, l’associazione no profit che a livello nazionale annovera mille fra le più prestigiose cantine con lo specifico requisito dell’accoglienza enoturistica. Caterina è oltrepadana come me, anche se cresciuta a Milano: insieme alla sorella Giovanna è contitolare della storica azienda vitivinicola Montelio, a Codevilla, ai piedi delle colline dell’Oltrepò Pavese, che nasce sui resti di un antico monastero. Un richiamo, quello della terra, che le due sorelle hanno trasmesso ai figli, a loro volta perdutamente innamorati di questi luoghi rustici e spartani dove la natura regna sovrana e piega l’uomo ai suoi cicli vitali. Da sempre in azienda (<<è la mia vita>>), Caterina è stata una delle fondatrici del turismo del vino lombardo. Oggi la nuova sfida è guardare al futuro e pensare a uno sbocco all’estero, continuando sulla strada dei grandi vini intrapresa in passato con successo dall’enologo Mario Maffi, un passato glorioso dal punto di vista storico e famigliare – nel 1802 fu l’ingegner Angelo Domenico Mazza ad acquistare i primi terreni che nel 1848 con il figlio Gaspare diedero vita all’azienda.

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Caterina Brazzola, quali sono i prossimi obiettivi di MTV Lombardia?

<<Riuscire a mantenere e sviluppare le manifestazioni che abbiamo visto nascere e crescere dal 1993 a oggi, nel segno della continuità con quanto fatto anche in tutte le altre regioni italiane, io, nello specifico, ricevo il testimone da Carlo Pietrasanta, dal 26 giugno dell’anno scorso presidente del nostro movimento a livello nazionale. L’obiettivo è accrescere il settore enoturistico, promuovere il territorio e la tutela dell’ambiente, vendere i pacchetti delle aziende e promuovere la cultura del vino attraverso visite nei luoghi di produzione per fornire un esempio ai consumatori di come si può fare impresa nel rispetto della natura e di un’agricoltura sempre più orientata alla qualità. Il concetto è “vieni e vedi cosa bevi”: fare agricoltura non è semplice e il consumatore deve poter vedere tutta la filiera, dalla vigna al prodotto finito nel bicchiere. Le nostre tradizioni e il nostro territorio sono un punto di forza da valorizzare e mostrare. Non serve fare cose stravolgenti o sensazionali: c’è bisogno di fare cose oneste e di buona qualità, di lavorare bene in vigna e in cantina, e questo le aziende serie lo fanno e sanno quali sono i loro paletti nel rispetto dell’ambiente, del prodotto e del consumatore>>.

Il prossimo obiettivo sarà quindi Cantine Aperte a maggio?

<<È la mamma di tutte le nostre manifestazioni. Ma ne abbiamo sviluppate altre: una è Calici di Stelle, ad agosto, con degustazioni e spettacoli a cielo aperto. A settembre l’appuntamento è con Cantine Aperte in Vendemmia, un modo per scoprire o riscoprire le nostre campagne e partecipare all’emozionante fase della raccolta dell’uva: una manifestazione che sta prendendo molto piede e che oggi si è aperta ai bambini: in genere si lasciano due o tre filari facilmente raggiungibili e si mostra come si taglia il grappolo. Ogni azienda si organizza come meglio crede: ho visto gente saltare nelle tinozze e pigiare con i piedi. La vendemmia diventa un periodo bucolico di festa aperta a tutti. Le aziende che sono anche agriturismo possono fare un servizio di ristorazione, altre solo ristorazione fredda o occasionale e offrono la merenda: noi, un anno, avevamo fatto, con ottimi risultati, la merenda nel “fazulet”, il cosiddetto “pantón”, con  cibi che si possono mangiare con le mani, come pane burro e acciughe, bagnetto verde, cacciatorino, che addirittura si addentava a morsi, e un pezzo di “micca”. Vedere le varie sfaccettature della vendemmia è anche molto istruttivo: è bello sentire che l’uva zuccherina appiccica le mani e i piedi, conoscere la realtà del lavoro di campagna, che non è più quello del vecchio contadino. Poi viene Cantine Aperte a San Martino: si possono sentire i profumi del vino, che è ancora torbido e con profumi acerbi: è interessante vedere la differenza tra questo e il prodotto finito. Cantine Aperte è anche a Natale. Quest’anno ci piacerebbe fare uno scambio con vini di altre regioni, abbiamo già contatti con la Toscana e il Friuli.

In azienda di cosa si occupa?

<<Un po’ di tutto, ognuno porta il suo valore aggiunto, anche se è mia sorella quella che fa di più: segue la parte commerciale, si occupa dei rapporti con i clienti e viaggia all’estero: di recente è stata in Canada e a Chicago. Finora abbiamo sempre avuto tanta clientela privata, ma ora guardiamo anche all’estero: partecipiamo con Slow Food una bella fiera a marzo, in Germania. I prodotti made in Italy sono sempre apprezzati: il problema è trovare il canale per farli arrivare a destinazione, che per noi significa trovare l’importatore giusto visto che abbiamo piccoli quantitativi: in genere ti telefonano e ti chiedono quantità esagerate a prezzi altrettanto esagerati>>.

Lei è vicepresidente di Confagricoltura Donna Lombardia. È reale lo scollamento tra politica e pratica agricola?

<<Sì. Confagricoltura, come altre associazioni agricole, dovrebbe fare da trait d’union fra le esigenze dell’agricoltore associato e le istituzioni per cercare di trovare una buona sinergia e far presente quelle che sono le esigenze del territorio e del lavoro, ma molto spesso la politica non agevola questo rapporto. Purtroppo molte volte lo scollamento è pesantissimo e si riversa su regolamenti o leggi lontanissimi dalla realtà. Faccio un esempio con le coltivazioni in pianura: se quest’anno coltivo orticole, e sappiamo quali sono quelle per il biologico ma non per il convenzionale, e invece che un ettaro come l’anno prima ne faccio solo 0,80, quindi 8mila mq invece di 10mila, sono in multa perché non posso avere uno scostamento maggiore del 15% : il problema è che da queste parti abbiamo campi grandi e altri piccoli e non possiamo pensare di dividerli e lavorarne metà in un modo e metà in un altro. Queste cose capitano molto spesso, nonostante le associazioni cerchino di far capire quali sono le reali necessità.>>.

Il futuro della Montelio?

<<Edoardo e Irene, figli di mia sorella, e Arianna e Roberto, i miei. Roberto ha 25 anni ed è molto bravo in vigna e sui macchinari; mia nipote è portata per l’accoglienza e la ristorazione; mia figlia Arianna studia Lingue per l’impresa e potrebbe essere quella che prende la valigia e va a esplorare nuovi mercati; l’altro nipote, Edoardo, è all’ultimo anno di enologia, ha appena terminato con lode uno stage in Franciacorta da Barone Pizzini e ha già diverse idee nuove sui vini, e poi ha imparato da Mario Maffi, fino a oggi nostro enologo e agronomo, e quindi sa come muoversi: certo il naso che ha uno non ha un altro, ma questo è quello che dà l’impronta a un’azienda. I ragazzi hanno tanta voglia di fare e credo che integrandosi con mansioni e competenze diverse riusciranno a dare molto. In totale abbiamo 80 ettari, di cui 28 di vigneto, il resto è campo. Diverse le cultivar: cortese, riesling italico e renano, muller thurgau, barbera, croatina, merlot, pinot nero che vinifichiamo sia in rosso sia come spumante rosé, un vitigno importante è anche l’uva rara e poi dolcetto , più un fazzoletto di vecchi vitigni autoctoni misti. A loro gestire in futuro un patrimonio che prima che economico è di vita, relazioni e affetti>>.

Mario Maffi è sempre stato l’artefice dei vostri più grandi vini. Come sono i rapporti oggi?

<<Mario è un amico, negli anni abbiamo costruito un rapporto di stima che è rimasto invariato. La Montelio andrà avanti puntando sempre sulla massima qualità, non ci interessano i numeri, quest’anno abbiamo prodotto 80-90mila bottiglie, siamo scesi un po’ come tutti. La produzione maggiore è di Bonarda, ma è molto richiesto anche il rosato frizzante. Due caratteristiche aziendali nostre sono il Muller Thurgau e il Merlot, che sono stati impiantati qui tanti anni fa dal nostro nonno di Vercelli. Un vino che a noi piace ma che però non va più tanto è il Rosso Oltrepò, un taglio 40% croatina, 40% barbera, 20% uva rara: il problema è che le percentuali non sono uniformi in tutta l’area e ormai poche aziende lo fanno, a un certo punto, giustamente, il Consorzio ha deciso di puntare sul Pinot Nero>>.

Il suo vino del cuore?

<<Il Comprino Mirosa, un Merlot che sarebbe dovuto uscire per i centocinquant’anni dell’azienda e che, vista l’improvvisa scomparsa di nostra mamma, abbiamo dedicato a lei. Un altro vino che ci ha dato delle belle soddisfazioni è il Costarsa 2010, Pinot Nero in purezza, medaglia d’argento al Decanter 2015.>>.

Dopo l’era Maffi avete individuato un vino nuovo sul quale punterete?

<<In questi ultimi anni abbiamo lavorato su vitigni autoctoni che ci hanno dato buoni risultati: l’Uva della Cascina, che era così chiamata già nell’800. Tirar fuori dal territorio un vino nuovo e solo nostro, rosso, sarebbe importante, bisogna però fare ancora delle prove. Questo tipo di uva è buona anche da mangiare, profumata, zuccherina, con grappolo medio, acino tondo e vitigno vigoroso. E poi punteremo sempre sulla croatina, che ci regala un Bonarda meraviglioso, e sul cortese, vitigno tipico di questo angolo di Vecchio Piemonte oggi Oltrepò Pavese. Un tempo il Piemonte arrivava fino a Montebello della Battaglia e tante tradizioni sono rimaste, come i malfatti, la gallina ripiena e ricordo dei magnifici “risottoni” di mia nonna>>.

E uno spumante?

<<Oggi il nostro spumante bianco, la Stroppa, misto di chardonnay e cortese, è un metodo charmat lungo, ma mio nipote Edoardo vorrebbe fare uno champenoise, del resto qui si faceva già ai tempi dei nostri bisnonni: inaugurammo anche una motonave, la Vesuvio. Sarebbe un bel ritorno alle origini>>.

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