CASTELLO DI CIGOGNOLA, A TU PER TU CON EMILIO DE FILIPPI di Carlo Aguzzi

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Oggi torniamo in Oltrepò Pavese, e per la precisione a Cigognola, dove ha sede l’azienda vitivinicola Castello di Cigognola, di Gianmarco e Letizia Moratti. Il grande lavoro in vigna e in cantina, sotto la regia dell’enologo Riccardo Cotarella, fanno sì che i vitigni allevati possano esprimere al meglio le proprie qualità, restituendo vini di alto profilo. Merito sicuramente anche di un profondo conoscitore dell’Oltrepò, l’enologo Emilio De Filippi, lombardo, vice presidente nazionale di Assoenologi, responsabile tecnico dell’azienda vitivinicola dei Moratti e stretto collaboratore di Riccardo Cotarella.

Defilippi, Cotarella e Filippi

L’ appuntamento con De Filippi è a Santa Giuletta, presso il punto vendita dell’Azienda Castello di Cigognola, per una chiacchierata e la degustazione di La maga 2011, un rosso morbido, dai tannini eleganti, da uve barbera in purezza. Vista l’amicizia che ci lega, ci diamo del tu.

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Come è nata la tua passione per il vino?

<<Sono sempre stato uno spirito libero e non avevo una grande voglia di studiare. O meglio: ho dovuto studiare sotto le minacce di mio padre. Io volevo fare l’agricoltore, ma lui non voleva sentir ragioni. Si era opposto in maniera “feroce”. Così dopo la terza media mi caricò in auto e mi fece fare il giro delle scuole di Voghera. Dopo averne visitate tante si fermò davanti al Gallini: mi sembrava il meno peggio e decisi di iscrivermi per fare il perito agrario. Il primo anno non mi piacque poi, al secondo anno, essendo entrate materie per me più interessanti come scienze, zootecnia ed agricoltura proseguii gli studi con un certo interesse, maturando in me l’idea di fare l’enologo. Così, al quarto anno, andai all’Istituto Enologico di Alba, dove mi diplomai. La gavetta venne quasi subito. Finiti gli studi nel luglio del ’74, andai subito dopo a lavorare presso l’azienda dei Conti Giorgi di Vistarino e mi fermai per sette anni, dal ’74 all”81 quando passai alla cantina sociale di Casteggio, dove divenni successivamente direttore. Nel 2008 con la fusione della Cantina di Casteggio con quella di Broni avevo due scelte: rimanere o cercare altre esperienze. Scelsi la seconda, pur sapendo di dover ricominciare daccapo. Poiché il Castello di Cigognola, dal 2003, si avvaleva della collaborazione della cantina di Casteggio per alcune consulenze, comunicai alla famiglia Moratti che, se era intenzionata ad avvalersi di consulenze, avrebbe dovuto cercare qualcun altro, in quanto dal 31 luglio io terminavo il mio rapporto di lavoro. Ero a Milano. Il tempo di tornare a casa, ero ancora in auto, quando Gianmarco Moratti mi richiamò e mi disse: “se lei lascia Casteggio perché non viene a lavorare da me?”. Così l’1 luglio iniziai a Cigognola>>.

Hai lavorato in tre aziende: cosa ti hanno dato in termini di crescita?

<<Da Giorgi di Vistarino mi sono forgiato ed ho fatto esperienza. La cantina di Casteggio mi ha permesso di viaggiare, conoscere il mondo, incontrare tanta gente del settore e non, e sono diventato direttore con tutte le responsabilità che ne conseguono, ma dal punto di vista professionale è stato il Castello di Cigognola, per i progetti ed i vini che stiamo facendo, che mi ha fatto crescere. Anche in termini di umanità: Gianmarco Moratti è un uomo che va al di là delle sue vedute e della sua intelligenza. Sa esprimere tanti concetti con poche parole, chiare e ben percepibili. È un uomo vicino al sociale, ai dipendenti, alle loro vicende, ai loro problemi. Segue tutti i suoi collaboratori senza morbosità: con tutti i problemi che il suo ruolo imprenditoriale implica, si interessa anche delle piccole cose quotidiane. Per tornare al Castello di Cigognola è proprio una volontà della proprietà quella di voler fare vini di alta qualità: sia ben chiaro, non voglio dire che questi sono i vini più buoni del mondo ma certamente qui si privilegia la qualità. E questo mi ha fatto crescere molto, grazie anche alla collaborazione con Riccardo Cotarella>>.

Parlami di lui.

<<Ci sarebbe molto da dire. In sintesi Riccardo è una persona preparata, con grande umanità e rispetto per i collaboratori e per i più giovani che intraprendono il percorso lavorativo. È una persona che non prevarica mai. Sui vini ha una marcia in più ma non fa mai sentire il suo grado. È un uomo che conosce vini e persone di tutto il mondo, che mette a disposizione di tutti il suo sapere e ti permette di ampliare gli orizzonti>>.

A proposito di mondo, i vini del Castello di Cigognola erano sul mercato cinese già qualche anno fa.

<<Sì, abbiamo i nostri due rossi, La Maga ed il Dodicidodici. La Cina è per noi il cliente più importante. In fatto di commercializzazione circa il 60% è riservato al mercato estero ed il rimanente all’Italia>>.

Qual è il vino più rappresentativo dell’azienda?

<<Con i 28 ettari a disposizione siamo sulle centocinquantamila bottiglie. Noi abbiamo solo uve rosse e produciamo barbera in due versioni, riserva e prodotto base, poi spumante metodo classico affinato sui lieviti per 36 mesi ed uno spumante rosè con affinamento sui lieviti per 18/24 mesi. Non avendo uve bianche a disposizione ma facendo anche tanto diradamento produciamo una barbera bianca. Sicuramente il vino più rappresentativo e più richiesto è il Barbera Riserva La Maga, perché è nato come ricerca per fare un grande vino: tanto diradamento in vigna, scelta accurata del vigneto, tanta cura nella vinificazione e nell’affinamento in legno e in bottiglia. Il Barbera, in particolare La Maga, è l’amico di famiglia, non solo perché piace alla proprietà ma perché è quello a noi più vicino per scelta. Lo spumante è l’ambasciatore dell’azienda, quello che ci ha aiutato a farci conoscere maggiormente. Non bisogna dimenticare che l’Oltrepò è conosciuto come terra di spumanti >>.

Quali sono i progetti futuri?

<<Siamo quasi pronti per immettere sul mercato un nuovo vino, sempre a bacca rossa, che è il Nebbiolo: i primi esperimenti sono iniziati nel 2011, a fine 2016 o nel 2017 sarà commercializzato. Un altro progetto allo studio, ancora embrionale, riguarda il pinot nero vinificato in rosso. La difficoltà sta nel mantenere la qualità sempre costante nel tempo e per questo ci stiamo impegnando non poco>>.

Secondo te, al giorno d’oggi, sono ancora utili le cantine sociali?

<<Sicuramente sì, non per nulla vi sono cantine sociali in tutta Italia. È vero che una parte dei produttori di vino è riuscita, in questi ultimi anni, ad operare in proprio, costruendo cantine per la trasformazione e la vendita, ma vi è sempre una grande parte di viticoltori che, non avendo fatto questo passo, trovano difficoltà a distribuire il proprio prodotto. Lo dice la parola stessa: la cantina ha un ruolo “sociale”, acquisire e vendere le uve dei più “deboli” , di coloro cioè che non hanno la possibilità di vinificare in proprio. Le cantine sociali sono nate alla fine del 1800, inizio 1900, quando gli agricoltori erano in balia degli speculatori: bastava attendere un paio di giorni in più per acquistare le uve che il prezzo di queste scendeva irreparabilmente e le stesse uve si acquistavano a prezzi stracciati. Il compito attuale delle cantine sociali è quello di salvaguardare la cooperazione, valorizzare la produzione , di fare massa comune per imporsi sul mercato: un piccolo produttore non potrebbe coprire mercati come la Cina con piccoli quantitativi di vino>>.

Cosa manca all’Oltrepò Pavese per fare un salto di qualità?

<<L’unione tra tutte le forze produttive, c’è troppa divisione. Manca comunque un personaggio “mito” che riesca a mettere tutti d’accordo per vendere bene, far conoscere il prodotto e vendere dappertutto. Manca una persona che abbia voglia, capacità e tempo da dedicare all’Oltrepò. Perché sicuramente ci sono persone giuste: il problema è trovare chi ha tempo e voglia di dedicarsi al territorio, perché se uno ha un’azienda in proprio è impegnato a tempo pieno>>.

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