MARIO MAFFI E IL “SUO” OLTREPÒ A COLORI di Francesca Fiocchi

È stato definito la memoria storica dell’Oltrepò Pavese. Chi lo conosce bene sa che categorizzarlo enologo e agronomo sarebbe riduttivo. Mario Maffi è molto di più. La sua è una sorta di empatia con il territorio che va oltre la tecnica, il semplice e puro nozionismo. Innanzitutto è un profondo conoscitore della “sua” terra – un legame viscerale il loro -, delle vigne e non secondariamente delle persone, che hanno plasmato a loro immagine e somiglianza quella provincia a forma di grappolo d’uva tanta cara a Gianni Brera.

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Da Maffi ho imparato che per raccontare un territorio non devi solo viverci, devi viverlo. Ci siamo conosciuti tre anni fa al corso serale Onav per assaggiatori, a San Damiano al Colle. Lui era uno degli insegnanti, io ero sempre seduta in prima fila ultimo banco a destra. A priori, senza conoscere il personaggio – perché di questo si tratta – ho pensato alla solita lezione trita e ritrita sul territorio, territorio nel quale, peraltro, sono nata e vivo, e che senza falsa modestia conosco bene. Ma non così bene come Mario Maffi, ho scoperto. Perché lui ti sa raccontare un’umanità che trascende le nozioni e il tempo. Sono bastati tre minuti per capire che chi avevo davanti era davvero singolare – e forse avrebbe meritato di più negli ambienti cosiddetti “intellettuali” –, lungimirante e preparato, senza spocchia e quello snobismo irritante e un po’ radical chic di chi sa e sa di sapere. Mario Maffi ti appassiona veramente, stravolgendo le tue certezze in materia, o perlomeno mostrandoti le cose da un altro punto di vista. Riservato e di poche parole al di fuori dell’argomento vino, si “accende” quando parla del “suo” Oltrepò. Mi sono dimenticata di chiedergli, lui che ha vissuto sia Gianni Brera sia Gino Veronelli, qual è stato il momento più gratificante della sua carriera, ma credo che con il suo consueto basso profilo mi avrebbe risposto pressappoco così: <<Dopo una visita in azienda una ragazza non vedente mi ha ringraziato perché con la mia voce aveva visto parecchie cose, anche l’uva a colori>>.

Lo incontriamo a Codevilla, nell’azienda vitivinicola Montelio, della quale è stato direttore tecnico per trentatré anni e mezzo. Il Rosato e il Pinot Nero per i quali è conosciuto e apprezzato nascono dal guizzo dell’artista che plasma la materia, quel sesto senso che come dice lui <<non tutti hanno>>, un po’ come in cucina penso, dove basta quel pizzico di rosmarino in più per creare un piatto diverso. Il suo Rosato a base di uva rara, che in molti hanno provato a scimmiottare, nasce all’azienda Balestriere di Casteggio nel ’74 e insieme al Pinot Nero, di grande equilibrio ed eleganza, è tra i vini più difficili da realizzare: non basta la tecnica.

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Parliamo dei suoi nuovi progetti lavorativi e naturalmente di Oltrepò. Oggi sono tre le aziende che segue: la tenuta Quvestra, che si estende per circa dodici ettari nella valle di Santa Maria della Versa e lavora su uve del territorio, in primis pinot nero e croatina, e sul merlot, e dove <<il gruppo di Varese che è arrivato ha buone potenzialità di crescita e idee chiare>>; Oltrepò Vini a Rocca Susella, nata dall’incontro dei fratelli Bertelegni con Maria Elisabetta Scavia di Scavia Gioielli in via della Spiga a Milano, una nuova realtà, che guarda all’estero, pochi vini ma tutti di altissima qualità, come lo spumante Blanc de Blancs con polvere d’oro in sospensione, novità assoluta per l’Oltrepò; I Carpini di Pozzol Groppo con i suoi <<tre rossi riserva che sono uno meglio dell’altro e che quest’anno mi ha dato grandi soddisfazioni>>. E poi c’è sempre tempo per un amico che ha bisogno di qualche consiglio pratico. <<Barattiamo una gallina, un salame, delle uova. Come puoi farti dare cento euro per due o tre suggerimenti all’anno? Nel mondo contadino se chiedi un pollo te ne portano tre>>. Essere oltrepadani è proprio questo. E Maffi non poteva spiegarlo meglio.

Sulla questione se in Oltrepò si possano fare grandi Riesling Renani non ha dubbi:<<Sì, ma bisognerebbe modificare il disciplinare e proibirne la commercializzazione prima di diciotto mesi dalla vendemmia. Il Renano diventa interessante quando comincia a tirar fuori note di idrocarburo, minerali, altrimenti è sprecato>>.  Precisa che il 4 febbraio scorso ha raggiunto un traguardo ragguardevole: quarantasette anni di lavoro, dalla vigna alla bottiglia. Il futuro dell’Oltrepò? Poche le cose che contano davvero secondo Maffi: <<Cultura e identità del territorio, zonazione, sinergia tra diverse realtà e professionalità per vendere non solo il vino ma pacchetti turistici in grado di spendere tutta un’area, coinvolgendo la ristorazione, l’artigianato, il paesaggio, l’arte: dal vino a Sant’Alberto di Butrio al borgo di Varzi alla camminata del sale da fare a piedi, per citarne alcuni>>. Continua: <<Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare quando nell’Oltrepò vitivinicolo c’erano nomi importanti a livello mondiale, personaggi molto preparati e competenti nel settore vinicolo, tra enotecnici e laureati, che avevano spesso a casa loro Gianni Brera e Gino Veronelli, tanto per dire. Erano i tempi di Emilio Sernagiotto, Giovanni Ballabio, gli avvocati Bussolera, Cavazzana e Odero, il dottor Giovanni Bianchi, l’ingegner Venco, attorniati dal professor Saporiti. In poche parole la cultura del vino e del territorio era tutta lì>>. Si scusa se ha tralasciato qualche nome; sicuramente ricordarsi di tutti così su due piedi non deve essere un’impresa facile. <<Quando sono arrivato io, il mondo del vino stava virando troppo rapidamente: gli anni ’60 volevano dire industrializzazione e l’esodo quasi in massa dai territori dell’Oltrepò, dei colli tortonesi e del Monferrato, che rappresentavano sudore, fatica, caldo d’estate e freddo d’inverno, verso le grandi città come Milano, Torino, Genova. Improvvisamente è venuta a mancare una forza determinante legata alla cultura, al territorio, alla tenacia. Nonostante tutto qualche personaggio era rimasto e dopo un primo consorzio dei vini tipici dei colli oltrepadani nato all’inizio degli anni ’60, con grandi nomi tra cui Bianchina Alberici di Castana, Tronconi, Agnes, Sesio Roberto Montelio, è nato nel ’77 il consorzio di vini doc, che ha trovato persone carismatiche, uno su tutti il suo presidente: il duca Antonio Denari, un uomo di cultura e imprenditore nato, che ha saputo imporsi sul territorio trainando la Versa a livelli meravigliosi negli anni ’70 e ’80, grazie anche all’appoggio del politico oltrepadano che più si è dedicato a questa terra: l’assessore regionale e poi senatore Ernesto Vercesi, un uomo che parlava un’ora senza annoiarti perché aveva una padronanza della lingua straordinaria e ti diceva cose che ti rimanevano. È stato un esempio per il territorio: i voti li prendeva a Cremona, ma amava la sua Canneto, questo è il punto. Dal ’77 fino alla fine degli anni ’80 l’Oltrepò ha avuto una certa crescita con l’inserimento di giovani che hanno dato e stanno dando parecchio, ma che non sono riusciti nel gioco di squadra che facevano quei personaggi degli anni ’60 e ’70, personaggi che tutti conoscevano al di fuori del loro territorio, basta pensare che finché c’è stato in vita Giovanni Ballabio, alla Camera si beveva spumante Ballabio Casteggio. Chi è arrivato dopo non è riuscito a imporre quell’immagine unitaria che puoi ottenere solo unendo le forze>>. Le cantine sociali sono un altro argomento spinoso. <<Oggi in Oltrepò la maggior parte delle uve finisce alle cantine sociali. Condivido Angelo Gaja quando si domanda, riferendosi al Piemonte, a cosa servano cinquanta cantine sociali da mantenere che sono sempre sull’orlo del fallimento. Dovevano essere una risorsa importantissima per il territorio invece sono diventate via via un serbatoio di finanziamenti per cercare di tenerle in piedi. Si è visto quello che è successo in Oltrepò, e che è esploso in tutta la sua follia due anni fa. I primi a non capire sono stati i vignaioli, perché se si elegge una persona, questa va poi controllata, e devi essere tu il primo a renderti conto che il vino di qualità si fa in collina e lì non puoi ottenere duecento quintali di uva ad ettaro sennò entri in concorrenza con la pianura emiliana e romagnola, che ha la metà dei costi di produzione e quindi uscirà con un vino a un prezzo inferiore. Morale della favola: accade quello che è successo, ossia si gioca al ribasso fino ad arrivare alla frode commerciale. Ma questo non è un male solo dell’Oltrepò. Accanto a chi conferisce c’è un 40% di gente che l’uva la trasforma. Abbiamo avuto la fortuna di veder operare sul territorio, tra gli altri, personaggi come Zonin, Tommasi, Marchese Adorno, Carillo Radici di Frecciarossa: quando hai nomi forti che possono fare da traino andrebbero inseriti d’ufficio nel consorzio di tutela o in altre istituzioni locali. Avere Gianmarco Moratti col suo Castello di Cigognola e far finta che non esista: scherziamo? Purtroppo molto spesso la gente di fronte al nuovo che avanza mette delle cortine invece di provare a capire in quale misura può essere un valore aggiunto per il territorio>>. Altro nodo importante è la cultura:<<È fondamentale per recuperare la nostra identità. Bisogna partire dalle scuole elementari e spiegare ai bambini la storia, perché il loro paesello è così. A noi manca un’identità culturale precisa: in Oltrepò, da Annibale in poi, sono passati tutti e abbiamo ancora le idee un po’ confuse: sull’Appennino parlano il dialetto ligure, a Santa Maria il piacentino, a Rivanazzano il piemontese e lungo il Po il pavese: difetta anche un’identità di lingua>>. La zonazione è un altro tassello del puzzle, che gli sta a cuore. <<Abbiamo un disciplinare che dalla via Emilia a Santa Giuletta salendo verso Romagnese lascia liberi tutti di impiantare quello che vogliono e dove vogliono. Urgono delle suddivisioni, anche se mi rendo conto che non è facile creare una zonazione in Oltrepò, perché abbiamo dei terreni a macchia di leopardo e si corre il rischio di non elevare alcune aree molto ristrette. Il territorio di Montalto Pavese, per esempio, è più predisposto alle uve bianche, però al suo interno ci sono due o tre isole felici dove si fanno dei rossi meravigliosi. Andrebbero stabilite delle fasce: da 170 – 180 metri di altitudine alcuni terreni argillosi vanno bene per certi tipi di rossi; da 200 a 300 metri troviamo zone vocate per i rossi e i bianchi, altre più per i bianchi; lungo la vena di gesso proibirei i rossi, tranne il pinot nero da vinificare in bianco, ed imporrei le uve aromatiche come moscato e malvasia, ma anche riesling e chardonnay. Oltre 300 metri, a parte alcune zone di Rovescala e Montalto, bisogna stare obbligatoriamente su vini base spumante. L’agricoltura è una cosa seria e seriamente va studiata, immaginata, trattata. Senza altri interessi sottesi>>.

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