TREBBIANO THALÈ, L’ABRUZZO NEL BICCHIERE di Carlo Aguzzi

Oggi parlerò di vini abruzzesi, in particolare del Trebbiano Thalè 2007, 14% vol., di Casal Thaulero, degustato nel periodo pasquale: un signor vino! Tappo importante e bottiglia elegante per un vino longevo, di grande struttura e dal bouquet complesso. Un vino che richiama già dal colore giallo oro luminosissimo l’Abruzzo, il sole, il mare. Toni agrumati che ricordano il pompelmo finiscono per intrecciarsi con richiami di sambuco, camomilla, susina, glicine, frutta a polpa gialla ed esotica, lasciando spazio a una delicata mineralità e a note aromatiche di timo finemente percettibili. In evidenza la componente fresco-sapida, con finale gradevolmente secco. Un vino che sorprende e cambia, sfumando subito in qualcos’altro, ad ogni sorso. Un gran bel bere per chi, come il sottoscritto, ama e difende la tipicità.

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Di Centro-Sud torneremo a parlare sul nostro blog. Di quel Centro-Sud che punta alla qualità preservando la propria identità territoriale. L’Abruzzo enologico è ormai diventato una grande realtà: negli ultimi anni sono aumentate le quantità di vino imbottigliato e, di pari passo, i riconoscimenti internazionali conferiti a numerosi produttori locali.

Tuttavia è solo negli ultimi decenni che, grazie ad una politica di modernizzazione e a un deciso indirizzo verso la produzione di qualità, si sono ottenuti precisi segnali di crescita. La valorizzazione del territorio e dei suoi vitigni autoctoni più importanti unitamente ad una nuova generazione di viticoltori rappresentano i punti di forza dell’enologia abruzzese. Si è ridotto drasticamente il numero delle varietà coltivate: oggi più del 90% delle coltivazioni sono basate sul Montepulciano e sul Trebbiano ma si è voluto ampliare la base ampelografica varietale recuperando vitigni minori autoctoni come la passerina, il pecorino, il montonico, la cococciola.

Tra i vitigni bianchi il trebbiano d’Abruzzo è quello che copre l’intera regione. Circa l’origine del nome “trebbiano” non si hanno dati certi, anche se si è concordi che si tratta di una denominazione piuttosto antica. Già Ovidio, originario di Sulmona, nella sua “storia naturale” descrive un’uva chiamata Trebulanum, originaria del Sud Italia, che finì per trovare il suo habitat naturale in Abruzzo. Nell’antico passato ed in particolare ai tempi dell’Impero Romano il Trebbiano godeva di scarso apprezzamento da parte delle classi sociali più elevate ma era amato particolarmente dall’esercito. Per questo motivo venne definito come il “vino dei soldati”. Successivamente venne indicato come “Vinum Trebulanum”, proveniente dal sostantivo “trebula”, che indicava il casale, la fattoria: in poche parole era il vino del contadino. In effetti, fino a pochi decenni fa, il trebbiano era un’uva poco considerata: da questo vitigno si otteneva un vino bevibile, con rese pari a duecento quintali per ettaro, vino da pochi soldi, venduto generalmente sfuso o utilizzato come vino da taglio. Uva con un grande pregio però: la spiccata acidità che contribuiva a resistere maggiormente ai processi negativi di ossidazione. Grazie a giovani viticoltori, attorno agli anni ’80 del secolo scorso, si assiste alla rinascita del vitigno: rese per ettaro dimezzate, maggior predisposizione per l’imbottigliamento, valorizzazione della sua buona acidità per ricavarne un vino strutturato e longevo.

Nel 1981 Gianni Masciarelli così raccontava del suo trebbiano: “ Un vitigno difficile da lavorare. Per questo è affascinante. Nella prima fase della sua vita è un po’ tardivo, nel senso che si sviluppa dopo rispetto ad altri vitigni. Poi però recupera e in vendemmia arriva primo. La vite va seguita, controllata, lavorata con il cesello e non con la macchina dell’approssimazione pensando: tanto è forte. Fare Trebbiano è come mettere la sella a un puledro purosangue: attenzione, rischio, ma anche grande soddisfazione”. Un altro grande interprete del Trebbiano fu Edoardo Valentini, artefice in quegli anni, di una importante ricerca storica sul vitigno trebbiano d’Abruzzo e che volle fortissimamente il riconoscimento nel disciplinare di produzione di questo vitigno e non del trebbiano toscano che era molto più diffuso per via della maggior resa.

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Ora il Trebbiano d’Abruzzo è diventato un grande vino, con una propria spiccata personalità. Nella migliore tradizione è ricavato dal mosto fiore del vitigno autoctono, denominato anche Bombino Bianco, vinificato in purezza o, eventualmente, completato da altri vitigni a bacca bianca come il trebbiano toscano, la passerina o la cococciola. Vino che varia da zona a zona, per le differenze legate al territorio e al suolo, per la diversità delle tecniche di vinificazione adottate, come l’affinamento in vasche d’acciaio o in botti da cinquecento ettolitri o in barrique. L’augurio che faccio a questa uva è che il trebbiano, vino che ha scandito la storia della regione, continui a rimanere al centro della storia d’Abruzzo e dell’enologia internazionale.

 CONSIGLI DELL’ESPERTO

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Il Trebbiano si esprime al meglio con piatti saporiti ed in particolare è adatto ad antipasti di pesce, a primi con sughi di pomodoro oppure a linguine alle vongole o a tagliolini alle punte d’asparago ma anche a minestre di legumi e a zuppe saporite (personalmente l’ho trovato piacevolissimo con la zuppa di cipolle). Per i secondi si può proporre in accostamento con pesce azzurro grigliato o in umido, con orate al forno o con piatti a base di uova o di verdure grigliate. Un’ultima nota: preferisco servire il Trebbiano d’Abruzzo ad una temperatura leggermente superiore a quella solitamente utilizzata per i vini bianchi in genere, diciamo sui 10 o 12 gradi per apprezzare al meglio i suoi meravigliosi profumi.

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