ISCHIA, PIETRA BROX GIARDINI ARIMEI di Francesca Fiocchi

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Da Barcellona a Ischia, dai Cava ai vini dell’isola famosa per i suoi fondali verde smeraldo e i tanti vulcani ancora quiescenti che ne fanno il parco termale a cielo aperto più importante del nostro continente. Un viaggio a Ischia tra mare e vino, sulle rotte delle antiche cantine scavate nel tufo, è indimenticabile. Le suggestive terrazze vitate con i loro muretti a secco di tufo verde (le cosiddette parracine) sono l’elemento antropico più rappresentativo della capacità dell’uomo di fare agricoltura anche nelle zone impossibili. La filosofia dell’Arcipelago Muratori è nota: viticoltura termale delle diversità, della simbiosi, della sostenibilità, dei vini come paesaggio liquido. Un territorio, quello ischitano, dagli equilibri ecologici e sociali molto delicati, che richiedono un’agricoltura “ragionata”, capace di prendersi cura di un ecosistema unico al mondo. Fare vino qui è prima di tutto rispetto dell’ambiente, degli uomini, del territorio e di un passato glorioso, oltreché di un fulgido presente.E proprio nella zona di Montecorvo, nel Sud Ovest dell’isola, uno dei siti viticoli più vocati alla coltivazione della vite, Giardini Arimei, laboratorio e “pensatoio” dell’Arcipelago Muratori, ci regala dei vini aromatici riconoscibili, con un elevato tenore zuccherino: dei nettari carichi di sole e di mare, amabili e salini. Qui gli antichissimi palmenti, suggestive vasche comunicanti scavate in pietra, vivono di una nuova enologia e grazie a un sapiente recupero vengono utilizzate per la vinificazione. L’affinamento è in acciaio e legno. Due i vini prodotti dalla tenuta, entrambi da uve autoctone: Giardini Arimei, passito secco da uve surmature, e Pietra Brox Ischia Bianco Doc che ho avuto il piacere di degustare nella tenuta Muratori in Franciacorta. Mi direte che degustare un vino ischitano di fronte alla magnifica baia di Citara, a Forio, accompagnandolo con crudità di mare è tutta un’altra musica, perché in una degustazione entrano in gioco emozioni e suggestioni dettate dal contesto in cui un vino nasce, quelle che chiamo “fattore x”, capaci di connotazioni poetiche e personalissime, ma mi prometto di andarci per “ridisegnare” il profilo sensoriale di questo caratteristico bianco ischitano. La vigna è assoluta protagonista e al contempo la parte più emozionante del viaggio se si ha la fortuna di essere accompagnati dal vitienologo compatibile Francesco Iacono. Alle spalle delle vigne incombe lo spettacolare e “salgariano” scenario del monte Epomeo, il più alto dell’isola, le cui tipiche fumarole che si elevano verso il cielo fanno parlare di agricoltura termale.

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Il Pietra Brox prende il nome dalla vigna dove sono coltivate le uve, su suoli terrazzati leggermente acidi, esposti a ovest, caldi e ventilati. Il mosto viene fermentato in antichi palmenti tufacei recuperati.È un vino vulcanico, di una meravigliosa mineralità iodata, piacevolmente sapido, di carattere, quello tipico degli isolani, e di grande riconoscibilità, che conserva integre tutte le caratteristiche dell’uva Biancolella, utilizzata per il 50%, il resto è costituito da altre varietà autoctone, fra cui la più importante è la forastera (20%). Il bouquet al naso è complesso e ci rimanda a Ischia: si apre con note di agrumi ed intense e fragranti erbe aromatiche mediterranee, fra cui timo, mentuccia selvatica, mirto, per poi deliziare con rimandi ai frutti tropicali e all’albicocca matura. Eleganti i sentori di fiori gialli e spezie, intrigante la leggera tostatura dovuta all’affinamento in botti di rovere da 25 ettolitri per almeno quattro mesi, cui ne segue un altro di due mesi in bottiglia. La fermentazione malolattica è spontanea e totale. Grande la corrispondenza naso e bocca. Al palato è piacevole, di buona struttura e acidità, con finale medio-lungo e con un retrogusto stuzzicante di miele di castagno. Un Mediterraneo accarezzato dal sole e dalla brezza marina, tutto da scoprire.

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Al rilancio della vita ischitana ha contribuito in maniera decisiva il Regina Isabella, il prestigioso hotel di Lacco Ameno dedicato a Isabella di Borbone regina delle Due Sicilie. Sorge sulle antiche rovine greco-romane, al centro di una baia tranquilla che ha da sempre naturalmente attratto persone colte e raffinate. La cittadina è un susseguirsi di ville e verdi colline che rotolano dolcemente fino al mare. Erano gli anni ’50 quando l’editore e produttore cinematografico Angelo Rizzoli ammodernò le terme e creò questo hotel simbolo dell’isola e anche teatro di grandi eventi artistici e culturali. Grazie all’ingegner Ignazio Gardella, perfettamente rispettoso del genius loci, Rizzoli trasformò un villaggio di pescatori in un polo mondiale per il turismo termale di lusso. Da qui ben presto passò tutta la “dolce vita”: artisti e personaggi di calibro internazionale, come Liz Taylor e Richard Burton – si narra che durante una furiosa litigata lei gli avrebbe gettato i vestiti in mare, poi recuperati dai pescatori il giorno dopo. Per l’ex segretario delle Nazioni Unite Boutros Ghali l’isola era “ un luogo autentico dove si respirano antiche tradizioni. In un’epoca di appiattimento culturale come la nostra, ciò ha un valore non qualificabile”. Oggi alla guida dell’albergo simbolo dell’era Rizzoli e della rinascita culturale e turistica di Ischia c’è l’ingegner Giancarlo Carriero, persona colta ed elegante, intellettualmente vivace, che riuscì a far assaggiare a un entusiasta Francis Ford Coppola in versione enologo – visto che portava in giro un vino californiano di sua produzione – un bianco del luogo. Il Regina Isabella appartiene alla sua famiglia da circa vent’anni ed è considerato un’isola nell’isola. Il territorio si esprime attraverso la tradizione enogastronomica, le materie prime di cui Ischia è ricca, i vitigni. Alcuni di questi sono antichissimi e rischiano di scomparire, motivo per cui Giancarlo Carriero, che collabora da anni con Ian D’Agata, è coinvolto nella loro riscoperta. Lo studio ha portato a individuare cinque vitigni autoctoni. Grazie alla collaborazione di tutte e sei le cantine dell’isola (Pietratorcia, Casa D’Ambra, Mazzella, Cenatiempo, Muratori e Tommasone) si è proceduto ad alcune microvinificazioni in purezza, delle quali ne sono state scelte tre: un bianco, il San Lunardo; un rosso, il Guarnaccia; un rosato, il Cannamela. Il risultato? Per ora si tratta di un esperimento, ma le potenzialità ci sono.

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La vite a Ischia, isola di contadini e non di pescatori come la vicina Procida, esiste da secoli. Ischia è stata la prima colonia della Magna Grecia e la prima area mediterranea per la coltivazione della vitis vinifera (intorno al 500 a.C), e proprio per questo sull’isola sopravvive la dicotomia della viticoltura etrusca e greca. Vino e vite furono portati dai coloni greci, che qui piantarono anche ulivi e fichi. L’impronta greca ancora oggi si nota nelle forme di allevamento e di potatura, nel tipo di vitigni e nei vigneti terrazzati. Alcuni terrazzamenti si trovano al di sopra del monte Epomeo e rientrano nella cosiddetta agricoltura eroica.

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Le uve portanti della viticoltura ischitana, che oggi ha un potenziale produttivo di 5 milioni di bottiglie, sono sette: biancolella, forastera, uva rilla e san lunardo tra le bianche (90%); guarnaccia, piedirosso (chiamato anche per’e palummo) e cannamelu tra le rosse (10%). Uve irraggiate dal sole, dal sapore di miele e fiori. Ischia, imperdibile anche nel bicchiere.

 

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