BAROLO, IL VINO CHE NON CONOSCE CRISI di Francesca Fiocchi

 

Tre nasi sono quel che ci vuole per degustare un Barolo, scriveva Cesare Pavese. Barolo, cuore pulsante che governa il battito delle Langhe e ne custodisce l’anima. Barolo capace come nessun altro vino di modellare la geometria di un territorio, di scriverne una storia che sfida il tempo e le mode, di partorire piccoli e geniali artigiani dallo spirito libero e indomabile. E di dar vita a una civiltà del vino che ha saputo disegnare un paesaggio culturale riconosciuto dall’Unesco. La magia di questo vino unico e irripetibile mi ha spinto a La Morra, 380 ettari vitati, pari al 33% dell’intera area Docg da Barolo. Alessandro Locatelli, della pluripremiata Rocche Costamagna, barolista di lungo corso, è una persona elegante e raffinata come i suoi Barolo, che in questo angolo di Langa raggiungono il punto più alto di finezza. Qui il vino entra in simbiosi con la pittura e la poesia creando un unicum inscindibile per mano e cuore di Claudia Ferraresi, pittrice, critico d’arte e promotrice culturale di Langa e Roero: la sua arte, oggi, ne veste l’assenza con una grande presenza, custodita come il Barolo più prezioso dal figlio Alessandro. Barolo che sa essere così diverso non solo da comune a comune (solo in undici di questi si produce), ma da vigna a vigna: al di là delle interpretazioni stilistiche, basta una leggera pendenza del terreno o declinazioni di temperature, correnti e umidità – a volte basta davvero un raggio di sole in più – per conferirgli caratteristiche peculiari. Barolo che in questa zona riesce ad essere apprezzato oltre che per la sua complessità e delicatezza anche per il suo saper essere immediato, piacevole già dopo cinque o sei anni di invecchiamento. Barolo che può essere un re o un principe ma che comunque sempre blasonato è, a dimostrazione che i sogni formato bottiglia esistono. Vignaioli che se lo immaginano già dall’acino di nebbiolo appannato e lo accompagnano nel suo complicato percorso di crescita, come un padre col proprio figlio che con l’età deve tirar fuori il carattere, svelare il genio, la stoffa, la razza, giocandosi la carta della riconoscibilità: del produttore, del territorio, del vitigno.

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Rocche Costamagna, quindici ettari tra proprietà e affitto, circa centomila bottiglie annue che si vendono da sole, 70% export, soprattutto Nord America, e quattro suites al completo tutti i giorni, clientela prettamente americana. <<Negli Stati Uniti è l’anno del Piemonte. Gli americani sono attenti, hanno voglia di conoscere il territorio. E poi in Langa si mangia benissimo spendendo cifre contenute rispetto ad altre zone del mondo>>, spiega Alessandro Locatelli, che gestisce, tra l’altro, il punto vendita nel cuore di La Morra. Il passato di Rocche Costamagna è glorioso quanto affascinante e si intreccia con la storia d’Italia. Era il 15 maggio 1841 quando l’ufficio di polizia del regio comando militare della città e provincia di Alba concedeva a Luigi Costamagna, figlio di Francesco Antonio (cui oggi è dedicato il Barolo Riserva Bricco Francesco), il permesso “ per commercio di vino al minuto (…) per il vino prodotto dalle uve dei suoi vigneti” in La Morra. Nel 1911 arrivava la consacrazione con la medaglia d’oro al gran premio dell’esposizione internazionale di Torino per aver presentato cinquant’anni di produzione ininterrotta. <<Il cognome Costamagna si è perso con la nonna materna. Alla fine della seconda guerra mondiale l’azienda è stata chiusa ma abbiamo continuato a vinificare i vigneti Rocche dell’Annunziata per il fabbisogno della famiglia, la maggior parte delle uve, invece, veniva venduta. La mia bisnonna, grande appassionata di Barolo, ha fatto di tutto affinché l’attività di produzione fosse ripresa, e quando è giunto il momento ha lasciato la proprietà a mia mamma a patto che da Torino ritornasse a vivere qui. Le Langhe sono riconosciute dall’Unesco e il Barolo è alle stelle, ma allora non si vendeva come oggi che dobbiamo assegnarlo ai clienti e la strada che arrivava da Torino era sterrata. Mia mamma per fortuna ha sempre amato le sfide e le Langhe. E così nel ’69 i miei genitori, papà era ingegnere, hanno iniziato a vinificare una parte di questi vigneti, ma come secondo lavoro perché ne serviva un altro che gli consentisse di avviare una profonda ristrutturazione aziendale (nello splendido salone tappezzato di libri rari dove ci troviamo e da cui si apre una veduta mozzafiato sulle vigne c’era in origine una stalla, con sopra il fienile e al di sotto le mangiatoie, ndr). Trent’anni fa mi sono dedicato a questo progetto al cento per cento e abbiamo incrementato gli ettari vitati: non c’è mai stato come oggi un periodo favorevole per il Barolo>>.

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Quando Alessadro Locatelli entra in azienda è la metà degli anni ’80: da lì a pochi mesi sarebbe scoppiato lo scandalo del metanolo, che ha ridisegnato il settore del vino e il modo di concepirlo. Stava iniziando una nuova era enologica, un’altra cultura i cui dogmi erano la qualità, il lavoro slow in vigna e in cantina, l’idea che il vino buono non andasse svenduto ma pagato il prezzo adeguato al tipo di prodotto. <<In questa zona non si può trovare un vino cattivo perché la media qualitativa è altissima, e questo è un grande risultato cui ha contribuito in maniera decisiva Slow Food>>. Quando parla di Barolo – ma non solo del suo!- gli brillano gli occhi. Lì capisci che quello che hai davanti nel bicchiere non è solo un vino ma una filosofia di vita, un modo di essere, una gioia di condivisione che cementa grandi amicizie e che distingue i barolisti da tutti gli altri. Gelosamente custodito nella cantina privata, un Barolo di quello spirito liberissimo e geniale, tradizionalista estremo che era Teobaldo Cappellani – e scusate se è poco -, una bottiglia speciale che mi confessa di non essere ancora riuscito a stappare perché <<era un grande amico e me l’ha regalata personalmente, più la guardo più penso a lui, ma prima o poi troverò il coraggio: la vita, in fondo, bisogna godersela>>.

Un altro grande amico era Giacomo Bologna. <<Nel 1985 invitò i produttori a sentire la sua Barbera Bricco dell’Uccellone, annata ’82, invecchiata in barrique. Un vero capolavoro. Quando arrivai a casa ordinai subito delle barrique come le sue per invecchiarla anch’io. Con la prima annata prodotta in questo modo siamo entrati nei migliori cento vini del mondo secondo Wine Spectator. La Barbera ha bisogno della botte piccola per completarsi, dei tannini dolci ceduti dal legno, perché non ha la stessa complessità aromatica del Barolo>>, spiega Alessandro Locatelli. <<La scorsa settimana ho aperto con una certa curiosità una bottiglia di Barbera Superiore 2004 Rocche dell’Annunziata: dopo 12 anni, che per una Barbera sono tanti, era eccellente. Mentre la degustavo mi è arrivato un WhatsApp di un mio cliente da Hong Kong che stava bevendo il 2007 della stessa Barbera e si complimentava. Questa è una chiara dimostrazione che anche la Barbera, se è prodotta molto bene, può avere una maturazione che le conferisce longevità: mentre queste cose sul Barolo le sappiamo, sulla Barbera non si hanno le idee molto chiare>>. E ora il nodo cruciale: la barrique. <<Alcuni da noi hanno utilizzato la botte piccola anche sul nebbiolo ed è partita una contrapposizione che oggi, in verità, si è molto attenuata. I modernisti puntavano su macerazioni molto forti ma molto corte, anche abbastanza violente, tradotto significava poco contatto con le bucce, grande estrazione e poi ricorso alla botte piccola per ottenere tannini più dolci. Col vino prodotto in questo modo il discorso del cru si perde tantissimo, perché il tannino di apporto del legno copre il nebbiolo e la botte diventa predominante. Anch’io ho fatto questa esperienza dal 1996 al 2000 con vini premiati e che si vendevano molto bene, ma a un certo punto ho detto basta, mi sono accorto che questa strada non faceva per me e dal 2001 siamo tornati al cento per cento su botti più grandi, tranne che per la Barbera. All’inizio non è stato facile, la stampa internazionale premiava vini diversi. Poi le cose sono cambiate e negli ultimi anni abbiamo avuto punteggi molto alti da giornalisti cui è sempre piaciuto un vino particolarmente moderno, ad esempio James Suckling. Preservare la corrispondenza vino e vitigno ci ha premiati. Quest’anno con il 2012 Rocche dell’Annunziata abbiamo ottenuto il punteggio di 96/100. L’altra sera mi è capitato di degustare quattro annate di fila di Barolo, dal 2009 al 2012, e ho riscontrato sempre la riconoscibilità dello stesso vino. In questa zona, dove il Barolo è molto più delicato, il fatto che la botte sia più neutra è importante. Ormai da oltre dieci anni ricorriamo a una piccola macerazione a freddo prima della fermentazione: l’uva arriva e rimane 3 o 4 giorni a 16 gradi per estrarre gli aromi, poi prosegue la fermentazione a temperature basse. È importante rimuovere una parte di vinaccioli, che sono molto amari. Il Barolo prodotto in questa zona e con questa tecnica già dopo qualche anno raggiunge una completezza e piacevolezza notevoli. L’invecchiamento è fatto esclusivamente in botti da tremila litri di rovere di Slavonia per due anni per il Barolo, mentre per la Barbera utilizziamo barrique di rovere francese tostate. Barbera che dal 2009 si produce nei terreni di Verduno con lo stesso stile delle rese basse>>.

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La natura nelle Langhe è sovrana, generosa e molto severa. I vignaioli sanno di produrre un vino unico nel suo genere, irripetibile per mano dello stesso vignaiolo, e quindi ogni anno diverso. Il vigneto di nebbiolo vegeta quindici giorni prima degli altri e va in maturazione quindici giorni dopo: ecco che la vendemmia diventa fondamentale, una settimana in più o in meno è determinante nella riuscita di un grande Barolo. Ogni dieci anni è possibile trovare due annate che si assomigliano perché hanno avuto un andamento climatico simile. Fondamentale è la posizione del terreno e la sua composizione: è la terra a donare a questo vino i suoi straordinari profumi, profumi che a La Morra si vestono in abito da sera. Le colline del Barolo sono nate per sollevamento del mare e sono ricche di calcare. Nella zona tortoniana, in particolare, le marne regalano vini di grande complessità aromatica e finezza, adatti a un invecchiamento più limitato. <<È difficile spiegare a una persona che arriva dall’altra parte del mondo che un vino dello stesso appezzamento è diverso da un altro prodotto a pochi metri di distanza, in linea d’aria ci sono differenze incredibili. Quando il cielo è limpido dalla nostra tenuta si vede la vicina torre di Barbaresco, eppure il Barbaresco matura una settimana prima perché lì fa più caldo>>. La precisa partizione dei crus, la zonazione dei migliori vigneti e le menzioni geografiche aggiuntive, tentativo legislativo di riconoscere i crus, alcuni dei quali celebri, hanno determinato una caratterizzazione unica che ricorda, con le dovute differenze, quella fatta in Borgogna sul pinot nero, un vitigno che ha delle similitudini intellettuali fortissime con il nebbiolo.

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Il nucleo storico dell’azienda, uno dei 4 cru di La Morra, è Rocche dell’Annunziata, 4,5 ettari a corpo unico coltivato a nebbiolo da Barolo, con esposizione a sud ovest, gli altri tre sono Cerequio, Brunate e La Serra. Il bricco è la parte più alta dalla quale si ricava, ma solo nelle annate migliori, il Bricco Francesco Riserva, altrimenti finisce nell’assemblaggio del Barolo Rocche dell’Annunziata: ora si sta valutando il 2014. <<Ho appena aperto una bottiglia di Bricco Francesco del 2001 e ho constatato che può concedersi il lusso di stare lì a riposare ancora un po’. Con Rocche dell’Annunziata, invece, puntiamo su un prodotto che abbia già una bella piacevolezza al quinto o sesto anno. Si sta perdendo l’abitudine di bere il Barolo solo nelle grandi occasioni>>. Le rese sono basse, 4800 ceppi per ettaro. Le vigne sono tutte abbastanza giovani – il reimpianto è avvenuto dalla metà degli anni ’90 -, la varietà utilizzata per qualità ed equilibrio è il Lampia. << Gli ultimi Lampia che abbiamo piantato assomigliano al Michet perché hanno acini molto piccoli e grappoli più spargoli che ci permettono di non fare tantissima vendemmia verde>>. Il periodo migliore per la raccolta del nebbiolo è tra la prima e la seconda settimana di ottobre, quando l’uva è rimasta sulle piante col freddo della notte. <<Ci siamo ritrovati, causa il caldo, a fare vendemmie a settembre e questo può costituire un serio problema per il Barolo perché lo zucchero e l’acidità devono essere molto equilibrati. Con il caldo si rischia di avere un’acidità bassa, che poi è quella che non conferisce freschezza al vino. Anche la maturazione dei tannini avviene col freddo. Non sarà una grande vendemmia se iniziamo a raccogliere presto. L’annata 2009, per esempio, l’abbiamo raccolta a settembre: buon vino ma non lo adoro. Nel 2012 l’abbiamo fatta intorno al 20 di ottobre: annata fredda e vini favolosi>>.

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In degustazione un Barolo Docg Rocche dell’Annunziata 2012, 14,5% Vol., nebbiolo in purezza che si sente chiaramente al naso e in bocca. Ancora un bambino ma che mostra già il suo carattere, un’identità territoriale forte e precisa e che mi piace immaginare tra due o tre anni. Le premesse sono ottime. L’affinamento è di 24 mesi in botti di rovere di Slavonia da 30 ettolitri e un anno in bottiglia. Il colore è rosso rubino brillante, con riflessi granata, limpido. Il naso è complesso, elegante, intenso. Il bouquet sprigiona fini sentori floreali di rosa e violetta e fruttati di prugna, ciliegia e piccoli frutti rossi, con un accenno di liquirizia e suggestioni di cacao e tartufo. Grandissima corrispondenza naso e bocca. Al palato è morbido, delicatamente speziato. Di corpo pieno, asciutto e di struttura, ha una buona acidità (5,64 g/l) che regala freschezza ed è tenuta in equilibrio da un’adeguata alcolicità. Retrogusto caldo e imperioso. Degno di un re. Un vino che dimostra, come scriveva Claudia Ferraresi, che l’ambizione non è un traguardo e l’affermazione nel lavoro un serio impegno con se stessi. Un vino riconoscibile, profondo, vero, in grado con la maturità di regalare assoli di pura poesia. (www.rocchecostamagna.it)

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