L’HURLO DI GARBOLE di Francesca Fiocchi

<<Noi non siamo produttori, siamo creatori di opere d’arte>>. In poche parole Garbole. In poche parole Ettore e Filippo Finetto. In poche parole Hatteso, Hestremo, Heletto e l’imperatore, sua maestà Hurlo, che potrebbe tranquillamente chiamarsi Amarone, non un vino ma il vino dei Finetto, il loro luxury wine limited edition che, mi spiegano, non stappano proprio per tutti – una bottiglia si aggira sui 250 euro e una è andata all’asta qualche mese fa a più di duemila. Un vino che a distanza di un mese sa far ricordare anche una giornata di pioggia iniziata tra mille contrattempi, insomma una di quelle giornate da dimenticare. Il fattore H è la capacità di andare oltre l’esistente, è il punto di rottura, l’essere fuori da tutto. Dal dogma. Vini che sono plasmati da Ettore e Filippo Finetto a loro immagine e somiglianza, sì sono vini che assomigliano alla personalità di chi li fa: coraggiosamente inquieti, saggiamente folli, incautamente estremi. Vini dal pugno di velluto. Vini filosofici. Vini che stravolgono gli schemi, anche di pensiero. Vini un po’ einsteiniani. Vini che stanno agli altri come la teoria quantistica sta alla fisica classica. Vini che rivelano una complessità che smentisce la loro apparente semplicità, come un quadro di Piet Mondrian: quell’astrattismo geometrico che in Garbole permea ogni cosa in una continua ricerca di equilibrio e perfezione. Quattro i colori chiave: nero, rosso, bianco, grigio. Rossofilo è il contenitore culturale in cui si realizzano eventi, si fa autoformazione e si inserisce il Garbole lover, ossia chi non si fa condizionare dal sistema. Una filosofia di vita, quella dei Finetto, e di libertà dall’informazione guidata che cerca di imporre modelli e schemi (<<non possiamo lasciare che qualcuno giochi con la nostra vita facendo passare messaggi sbagliati>>) sintetizzata così bene nel loro sito aziendale – molto ad effetto. <<All’inizio della nostra avventura volevamo produrre solo l’Hurlo, e non è escluso che in futuro accadrà. Magari sette o ottomila bottiglie, con l’obiettivo di arrivare a vendere i nostri vini dieci anni dopo la vendemmia>>, spiega Ettore Finetto. <<Questo non è un lavoro: è il nostro stile di vita>>. Uno stile che si ritrova in maniera sorprendente in un bicchiere di Hurlo: il valore prima del prezzo, il vino prima dell’etichetta. Avete presente l’eco che si propaga nella valle? Ecco, l’eco di quel sorso ancora insiste sulla mia memoria, effetto calamita. Il modo migliore per apprezzarlo? Incontrarlo con l’uomo e nell’ambiente che lo hanno generato.IMG_8340

IMG_8266<<Il vino è un prodotto vivo, che ha sbalzi d’umore paragonabili ai nostri e se decide di ribellarsi lo fa>>. Piedi saldamente per terra, cuore caldo, testa tra le nuvole: Ettore Finetto è la sintesi di umiltà, passione, capacità di sognare. Siamo nella Valpolicella, ma non quella classica: più a est. In quella Valpolicella “allargata” in cui Romano Dal Forno è sempre stato un metro di riferimento insuperabile. A Tregnago, in Val d’Illasi, lungo il corso accidentato del Progno, si snodano alcuni dei vigneti di Garbole, l’azienda agricola dei Finetto. Sono terre ghiaiose, alluvionali, poco adatte alle colture orticole ma particolarmente vocate alla vigna <<che ama soffrire>>. I vigneti sono situati anche in collina, a 330 metri di altezza, su terreni argillosi e calcarei. <<Ma ne abbiamo altri a Cazzano di Tramigna che insistono su suoli vulcanici. Li abbiamo acquistati nel 2013: i vini sono ancora lì a riposare. È una terra completamente nera, che conferisce complessità>>. In totale sono circa dieci ettari vitati e una produzione di venti, venticinquemila bottiglie all’anno. Puntando esclusivamente sui vitigni classici della tradizione veronese: Corvina, Corvina grossa, Rondinella e Molinara, un’uva che in piccole percentuali conferisce la giusta sapidità ai vini. Forniture di nicchia che vanno in ogni parte del mondo e che hanno un forte legame col territorio che li genera ma al tempo stesso un’anima inafferrabile, che cerca di andare oltre. Amarone riserva, Recioto, Rosso Veneto Igp sono le migliori espressioni delle rispettive tipologie. I Finetto non producono più il Valpolicella Superiore. <<Non se la sentiva di essere chiamato ancora così. Si è eletto a diventare qualcos’altro>>. Il Ripasso invece non l’hanno mai preso in considerazione.<<È come definire un derivato in finanza: è un titolo tossico. Se un vino per essere buono deve essere ripassato significa che il prodotto in partenza è di serie b. Una volta si ripassava sulle vinacce del Recioto, e lì aveva più senso. Oggi che il Recioto non lo fa quasi più nessuno per ragioni di mercato, si sono inventati il ripasso sulle vinacce dell’Amarone>>. Recioto che ha segnato la storia del territorio, dai tempi dei Romani, e che Garbole interpreta con un ottimo equilibrio tra dolcezza e acidità, evitando che un vino così concentrato risulti stucchevole.
IMG_8299Tutto ha inizio poco più di vent’anni fa nel garage di casa, dove i i fratelli Ettore e Filippo compiono alcuni esperimenti di vinificazione <<con due “cisternette” in vetroresina>>. Prima di loro l’azienda, in parte vinicola per uso familiare e in parte agricola, era condotta dal nonno, che era il mezzadro della villa padronale del paese. Nel 1996-1997 viene effettuato in larga parte il reimpianto dei vigneti, a Guyot semplice a fusto basso, con densità di 5000-5500 ceppi per ettaro. <<Iniziava ad essere qualcosa in più di un hobby, anche se non era ancora un lavoro>>, ricorda Ettore Finetto. L’esordio assoluto sul mercato avviene con un Valpolicella Superiore e un’Amarone entrambi annata 2001. Le primissime bottiglie di Hurlo, annata 2008, vedono la luce solo alla fine del 2014, adesso si imbottiglia il 2009. <<La nostra forza è che eravamo liberi, anche di sbagliare>>.
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IMG_8275Lo sapeva già benissimo Platone: a volte un concetto filosofico non si può spiegarlo con le parole, ma ha bisogno di immagini, storie, opere d’arte. Questa è la cantina di Garbole, un luogo spettacolare, quasi sacrale. Ai confini tra scienza e filosofia. Due sedie e un tavolino di legno sospesi in aria, ma saldamente agganciati alle pareti, rappresentano l’angolo pensatoio dove sono prese le decisioni aziendali più importanti (<<A volte bisogna cambiare la prospettiva per ottenere un risultato diverso>>), omaggio al controverso artista Gino De Dominicis (<<Uno che ha fatto una sola intervista nella sua vita, prima di morire>>). Dalla pittoscultura di Milena Maccacaro al percorso produttivo di Umberto Esposti, realizzato con materiali di recupero, all’uomo mediatico, col suo fisico scolpito ma senza volto, dedicato a Edward Bernays: opere originali con cui <<cerchiamo di esprimere concetti che portiamo dentro la bottiglia>> perché <<è molto più interessante focalizzarsi su ciò che sta alla base del vino e ne afferra l’essenza che sugli aspetti tecnici, come sapere quant’è l’acidità. Se fosse per me non metterei neanche l’etichetta sulla bottiglia>>. E poi frasi di Einstein (<<Le cose non accadono per caso, ma per merito>>), poesie di Emily Dickinson e la leggenda di Seabiscuit, il cavallo da corsa americano sul quale nessuno avrebbe scommesso che improvvisamente vince tutte le gare (<<Un po’ come noi che qualche “garetta” la stiamo vincendo>>). La cantina è su due livelli, un impianto fatto su misura come un vestito di alta sartoria per una vinificazione di precisione. La maggior parte delle operazioni è effettuata per gravità. Le cisterne sovrapposte, tutte a saturazione di azoto, sono separate l’una dall’altra in modo che i travasi siano eseguiti per caduta, limitando al massimo le operazioni meccaniche. I tubi alimentari, completamente lisci al loro interno per evitare residui di sporco, costano <<una follia>>, qualcosa come duecento euro al metro. <<ll segreto è portare in cantina un’uva buona e cercare di rovinarla il meno possibile. Non sono d’accordo con chi dice che il vino si fa in vigna: in vigna si fa l’uva, il vino si fa in cantina, che non vuol dire sofisticarlo, ma avere una cura dettagliata del processo. L’insieme di tantissimi piccoli particolari fa la grande differenza. I vini sono composti principalmente di acqua e alcol etilico, nel restante cinque, sei per cento, che è una quantità minima, si determina la differenza tra un vino scadente e un grandissimo vino. Servono quindi una miriade di attenzioni, come in geometria un puntino dietro l’altro crea una linea retta>>. Nella barricaia le centottanta botti da 350 litri l’una sono tutte di legno nuovo. <<Lavoriamo solo con botti monomarca di una tonnellerie spagnola, la Magrenan. Arrivano dalla Rioja e sono di legno americano. Questa mattina è arrivato Antonio Magrenan per degustare insieme a noi i vini. Io vado in Spagna una volta all’anno per scegliere i legni migliori. Ci siamo accorti che il legno nuovo dà un’altra espressione. Come abbiamo avuto la possibilità economica di sostenere questo percorso, era il 2009, non lo abbiamo più abbandonato. Solo nel 2014 non le abbiamo acquistate, ma perché non abbiamo prodotto vino, o meglio non c’erano le condizioni minime per fare i nostri vini. Anche i tappi sono selezionati a mano da un unico fornitore>>, spiega Ettore Finetto.IMG_8328

IMG_8330HURLO, Rosso Veneto Igp, 2008, 15% Vol.
Indubbiamente un grande vino. Il pensiero ha impiegato vent’anni per trasformarsi in azione e partorire questo straordinario luxury wine, in vendita solo su prenotazione. Ciascuna bottiglia – sono 1500 all’anno – è numerata e accompagnata da un certificato di autenticità. Un corpo pieno e un bouquet di grande complessità aromatica fanno dell’Hurlo il canto libero della terra verso il cielo, come direbbe Luigi Veronelli. Libertà di espressione, creatività, genio italiano, intuizione. Identità e carattere. Grande carattere. Cinque i vitigni autoctoni utilizzati, alcuni in via di estinzione: saccola, pontedarola, uva segreta, negrara, corvina veronese, la cui percentuale non è dato sapere così come non esiste una scheda tecnica del vino. <<Materie prime diverse, ognuna con una propria storia si mescolano e si contrastano raggiungendo equilibrio, armonia e complessità nella danza della loro naturale e fluida metamorfosi>> si legge sul sito aziendale. Un vino sensuale, morbido che fa sentire il legno senza rinunciare alla territorialità. Un vino che raggiunge la parte più intima dell’emotività. Piccoli frutti rossi, lamponi, ciliegie duracine molto mature lasciano spazio a sentori di erbe selvatiche, timo, muschio, pepe e note stuzzicanti di cioccolato. Un crescendo di emozioni inafferrabili che la decantazione svela ad ogni nuovo sorso, per un vino che ha davanti a sé un fulgido futuro, e che vorrei risentire dopo dieci anni di invecchiamento. Più che abbinarlo a un piatto oserei un accostamento musicale: il Nessun dorma, la celebre romanza per tenore della Turandot. <<Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà […] all’alba vincerò!>>. Ma l’Hurlo ha già vinto. Prima che sorga il sole.
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