IL LEAVE E IL VINO ITALIANO

Che il Leave del Regno Unito avrà conseguenze che si rifletteranno inevitabilmente sul mercato del vino non solo italiano e
quindi europeo ma addirittura mondiale è fuori di dubbio. Che gli esiti del referendum siano visti con una certa preoccupazione da buyers e imprenditori agricoli italiani è altrettanto fuori di dubbio, e ci sta, visto che il Regno Unito è ed è sempre stato uno dei principali mercati per l’export del vino del Belpaese. Un mercato dove si sono confrontati, soprattutto negli ultimi anni e con qualità crescente, i vini del Nuovo Mondo, dall’ottimo rapporto qualità prezzo, e i vini del Vecchio Mondo, tra cui quelli italiani, che detengono una quota importante del loro fatturato in Uk. Export che, secondo l’Osservatorio del vino italiano, nel primo trimestre 2016 è cresciuto in valore del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, raggiungendo 1,3 miliardi di euro. Le bollicine sono i vini italiani più richiesti all’estero con 230 milioni di euro (+21%) e 678 mila ettolitri (+26%): in testa il Prosecco con un incremento del 31% a valore (174 milioni di euro) e del 33% a volume (461 mila ettolitri). Sempre nel trimestre di riferimento per il Regno Unito l’export vale 152 milioni di euro (+7%). Regno Unito che è il terzo importatore di vino italiano, dopo gli Stati Uniti e la Germania – un mercato, quello americano, che continua a crescere, con un incremento in valore del 5% per un corrispettivo di 330 milioni di euro. Gli inglesi dei nostri prodotti apprezzano soprattutto il vino: il 19% delle esportazioni vola in Uk. In cifre, riferendoci al 2015, è presto detto: l’Italia ha esportato vini nel Regno Unito per quasi 800 milioni di euro (+12%), oltre un quarto del totale, di cui solo le bollicine coprono la cifra di 250 milioni, seguiti dai vini Igp e Dop. Certo che la conseguente svalutazione della sterlina non gioca a favore di chi vende i propri prodotti in Gran Bretagna, perché una moneta più debole fa sì che gli inglesi dovranno pagare prezzi più alti per acquistare food & wine italiano. Ma da qui a gridare all’Apocalisse ce ne passa. Per i contraccolpi, se ci saranno e di quale entità, bisognerà aspettare almeno due anni e molto dipenderà dai negoziati di uscita che Londra e Bruxelles concorderanno.

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Sicuramente si apriranno nuovi scenari più favorevoli ai Paesi vitivinicoli del Commonwealth, la cui qualità è cresciuta, come Nuova Zelanda, Australia, Canada e Sud Africa. Senza contare gli sparkling britannici – Nyetimber e company -, che in un recente tasting alla cieca hanno superato gli champagne, sintomatico di un nuovo trend. Nell’ultimo anno sono sorte ben 37 nuove aziende vinicole tra Inghilterra e Galles, ma da qui a pensare a un’autosufficienza britannica ce ne vuole. Il “sistema vino Italia” non può più ragionare su strategie di breve periodo, deve invece rimboccarsi le maniche ora più di prima, dalla sua i fondi OCM per la comunicazione in paesi extracomunitari, cui potrà attingere. Inutile creare allarmismi. La politica del fare viene prima di quella del dire.                                                             download

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