BARDOLINO CHIARETTO LENOTTI, QUEL ROSA CHE CONQUISTA I TEDESCHI di Francesca Fiocchi

In questi giorni la sua azienda a Bardolino, nel cuore della zona collinare, tra distese di vigne e ulivi toccasana anche per lo spirito, è presa letteralmente d’assalto dai turisti tedeschi in vacanza sulla sponda orientale del lago di Garda. Il Chiaretto Bardolino Doc Classico di Claudio Lenotti, prodotto nella zona più storica della Doc, dal taglio a maggioranza di uve corvina e rondinella in percentuale paritetica, in effetti merita, perché esprime tante cose insieme: eleganza, finezza, equilibrio, qualità, quella precisa espressione del varietale e del territorio e quella capacità, sintomo di vino di razza, di suscitare un’esaltante emozione. Favoloso il matrimonio gastronomico con il sushi e con piatti a base di tartufo nero estivo, ancora meglio se servito molto freddo. Qui il vino sconfina nella poesia pura. L’anfiteatro morenico, formatosi in seguito alle glaciazioni, addolcisce il paesaggio, generosamente esposto al sole e sfiorato dalla brezza del lago. Il microclima mite, di stampo mediterraneo, ideale per la coltivazione della vite e dell’ulivo, crea le condizioni per quello che veniva definito da Goethe <<ein schones Schauspiel>>, ossia un meraviglioso spettacolo naturale. I terreni ghiaiosi e stratificati, molto ricchi di minerali, l’esposizione delle colline e l’irrigazione fanno sì che le medesime varietà di uva della Valpolicella (corvina, molinara e rondinella), dalla quale l’area del Bardolino non dista che pochi chilometri, diano risultati organolettici molto diversi, vini con un carattere originalissimo, peculiare. Il Bardolino Chiaretto Lenotti, ottenuto con la vinificazione in rosa delle bucce, è molto apprezzato in Germania e nel Nord Europa per il suo appeal piacevole, di spiccata sapidità rinfrescante e per l’inconfondibile punto di rosa, brillante, reso delicato e aggraziato da un floreale di piccoli frutti rossi, fior di pesco, albicocca e note aggrumate di pompelmo rosa, con venature di spezia dolce, forse di poca spalla ma equilibrato. Un vino, il Bardolino Chiaretto, che vanta sempre più estimatori e negli ultimi sei anni è cresciuto complessivamente da 4,5 a 10 milioni di bottiglie vendute (il Bardolino sono sette di più). Anche grazie alla sua ecletticità, sia nella versione ferma sia in quella spumante, che ne rende facile l’accompagnamento a tavola: si è da poco concluso il tour in alcune delle migliori pizzerie italiane promosso dal Consorzio di tutela. Un vino che non <<muore>> appena finita l’estate, ma che può dire la sua fino alla primavera successiva e che nelle migliori espressioni può reggere molto bene i quattro-cinque anni. Un vino che ha saputo conquistarsi nuovi mercati, prima tabù, come Stati Uniti, Canada e Scandinavia. E che a Miami si vende benissimo ed è presente insieme ai grandi rosati di Provenza nei club più modaioli – ricordate il Chiaretto delle cantine Delibori (di Giorgio Cristoforetti e Walter Delibori) a 300 dollari al Nikki Beach di Miami fra i grandi Rosé di Cotes de Provence? 

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(In foto sopra, il Nikki Beach a Miami)

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(In foto, veduta su Miami Beach dallo Juvia, uno dei rooftop più esclusivi)

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Bardolino che anche nella versione in rosso, paradossalmente più apprezzata all’estero che in Italia, può dare soddisfazioni. Mi riferisco in particolare a due vini degustati da Claudio Lenotti: il Bardolino Doc Classico e Le Olle Bardolino Superiore Docg Classico, superiore perché l’invecchiamento minimo previsto è di un anno. Il primo per i tannini setosi e la delicata speziatura; il secondo, 14,5% vol., con rese ad ettaro di 80/90 quintali rispetto alle 120 del Bardolino classico, perché più concentrato e saporito, di corpo pieno e più morbido del primo, con sentori al palato di cioccolato fondente extra fine.

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(In foto, con Claudio Lenotti, in azienda a Bardolino)

L’azienda praticamente produce in tutte le denominazioni del Garda e del Veronese, una ventina i vini. I terreni sono situati nella Valpolicella classica e nella zona classica del Bardolino, circa un centinaio gli ettari vitati, per un totale di un milione di bottiglie. La parte del leone la fanno due vini Igt: il Colle dei Tigli Bianco del Veneto e il Rosso Passo. L’export riguarda il 96% della produzione. <<Si può dire che siamo una colonia tedesca? Nel bene e nel male>>, scherzano in azienda. In effetti il 50% del vino prodotto vola in Germania, il resto principalmente nel Nord Europa, a seguire piccole quantità ma continue sono esportate in Usa, Canada, India, Dubai e Thailandia. È lontano il 1906 anno di fondazione dell’azienda, quando il vino si vendeva sfuso. La svolta arriva nel 1968 con la decisione di una vinificazione orientata alla qualità: oggi il vino lo vendono solo in bottiglia. L’azienda, dotata di macchinari iper tecnologici, può imbottigliare fino a 27mila unità al giorno. Le barrique, tutte acquistate nuove, sono utilizzate fino a quando sono in grado di <<dare qualcosa>>, di solito le botti più piccole durano 5 o 6 anni. <<Sono cinque i vini che affiniamo in legno: Amarone, Ripasso, Cabernet Sauvignon, il Bardolino Superiore Le Olle e il Veneto Igt Massimo>>.

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Claudio Lenotti è il responsabile vendite estere; l’enologo è il padre Giancarlo, <<che ha l’ultima parola sul vino>>, affiancato dal giovane Fabio Zordan. Per quanto riguarda la Rosé Revolution, in azienda non si respira molto entusiasmo. Passetto indietro: il progetto del Consorzio di tutela del Bardolino nato con il nome di Rosé Revolution (del Chiaretto gardesano) nasce nel 2014 e prevede vini di un rosa scarico che si avvicinano di più ai bianchi prodotti da uve rosse che a rosati di stampo mediterraneo, uve un po’ meno mature con macerazioni molto brevi e a basse temperature. <<Se il Chiaretto fosse un vino con problematiche di vendita non avrei nulla da obiettare, ma si vende benissimo così com’è, quindi non capisco l’esigenza di apportare delle modifiche. Mi hanno insegnato che si cambia strada quando quella intrapresa non è buona, non quando funziona. Il Bardolino, per esempio, va ripensato, perché ha problemi legati alla sua immagine che non gli permettono di collocarsi in una fascia di prezzo medio-alta. Ma il Chiaretto è richiestissimo, soprattutto in Germania, guai a toccarlo: i tedeschi, che sono abituati a questo colore e a questo sapore, salterebbero sulla sedia. Sarebbe un cambiamento che danneggerebbe chi ha già un posizionamento sul mercato>>, dice Claudio Lenotti. <<Se questo nuovo colore del Rosé ci permettesse di andare alla conquista di nuovi mercati, potremmo parlarne, ma non si può rischiare quello che abbiamo costruito e consolidato negli anni. Ciascuno a casa sua può fare quello che vuole, ma imporlo come modello di Chiaretto mi fa pensare. Al Bardolino, invece, bisogna metter mano, perché ha delle difficoltà oggettive, deve trovare ancora la sua identità: quando è nato il Bardolino Superiore, ognuno faceva un po’ come voleva, mancavano delle regole precise, tanto che i giornalisti delle guide che venivano a degustarlo non ne  capivano la linea. In effetti, c’erano prodotti molto diversi tra loro: chi faceva in parte appassimento, come noi; chi raccolta tardiva in vigneto; chi riduceva soltanto la produzione per ettaro. Oggi il gusto internazionale richiede un prodotto con più colore, struttura e morbidezza. Il Bardolino funziona perché ha un prezzo competitivo, ma dobbiamo guardare al futuro>>.


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