LE VIGNE DEL RIBEL di Francesca Fiocchi

Roberto Picech, la sua famiglia, il suo Friuli. E le sue vigne-giardino, in cui si possono trovare, sparsi qua e là, ulivi e alberi da frutto. Ma soprattutto i suoi vini. Territoriali. Di grande personalità. Perfettamente riconoscibili, al di là del riccio, simbolo della cantina, in onore al padre Egidio il “Ribel”, per via del suo carattere schivo e indomito e al tempo stesso dolce e generoso. Le vigne del Ribel, dicitura che troviamo anche sulle bottiglie, lo fanno sopravvivere nel tempo. Siamo in località Pradis, a Cormons, in quella provincia ben interpretata e fissata da Gigi Castellani. Tra una degustazione e l’altra alle finali di Vinibuoni d’Italia – che ha meritatamente assegnato la Corona alla sua Malvasia del Collio 2015 – mi sono magicamente ritrovata in questo angolo di Friuli dove ho scoperto le interpretazioni personali e lontane dalle mode che Picech fa degli autoctoni. Il paesaggio è fuori dalle logiche avare del tempo. Il Collio con le sue ampie e dolci vedute rasserena lo spirito, se poi ci metti una colazione “familiare” da Picech con prodotti tipici locali, come lo yogurt e le marmellate con pane e biscotti appena sfornati o, più all’inglese, con formaggi di malga e prosciutto San Daniele freschi di taglio, la giornata non può che cominciare bene. Ma il valore aggiunto è l’atmosfera e la convivialità create dal grande tavolo centrale in legno massiccio, unico per tutti gli ospiti, che riunisce austriaci, tedeschi, italiani, americani e qualche giapponese di fronte ad ampie vetrate con vista sui suoi vigneti. La famiglia vive gli stessi ambienti dove dà ospitalità (pernottamento e colazione) e questo contribuisce a creare un ambiente protetto, casalingo, naturale. La vigna è assoluta protagonista: pinot bianco, malvasia istriana, tocai, ribolla gialla e gli immancabili cabernet e merlot sono interpretati in maniera sublime perché quest’uomo crede fortemente in quello che fa, che sia un vino d’annata o da invecchiamento. Le quattro camere e l’appartamento ricavati dalla vecchia cantina offrono un’ospitalità rustica che ti fa vivere il vero Friuli e, soprattutto, sono sempre occupati. <<In Friuli il turismo è consapevole ed erudito. Chi viene qui per il week-end va per ristoranti e cantine e solitamente è competente>>, mi spiega Roberto Picech davanti a una splendida forma di formaggio mentre stappa con orgoglio una bottiglia di Jelka. Lo sguardo corre verso l’infinito e il relax è assicurato se si ha la fortuna di dimorare nella suite completamente azzurra al piano rialzato (la torretta), dove il rustico strizza l’occhio a quell’eleganza graziosa che ti fa percepire la mano di una donna, in questo caso Alessia, moglie di Roberto – la caratteristica scala a chiocciola in legno da cui si sale l’ha realizzata lui, che oltre a splendidi vini ha imparato l’arte di arrangiarsi, e non sono dettagli. Immagino senza alcuna difficoltà che degustare i suoi vini con un sottofondo di musica d’autore, immersi nei vigneti e in questa natura avvolgente, possa diventare poesia, romanticismo al confine con l’arte. “Paradise”, disse il Grande Corso cavalcando queste dolci colline, da cui sarebbe derivato il nome “Pradis”.

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I Picech abitano qui al 1920. Dal 1989 Roberto, seconda generazione di vignaioli, ha preso in mano la conduzione dell’azienda, avviando una profonda ristrutturazione. La cantina è un piccolo gioiello a sezione circolare, un quarto di cerchio per la precisione, su due livelli. Vista da fuori sembra stretta in un abbraccio col giardino. I vini sono principalmente bianchi, come da tradizione del Collio. Poi quando assaggi la Riserva Ruben capisci che anche i rossi, se realizzati in un certo modo, e senza fretta di uscire sul mercato, possono dire e dare tanto. Sette gli ettari di vigneto: cinque in proprietà intorno al corpo aziendale, con viti impiantate negli anni ’90, e due ettari e mezzo in affitto a Cormons, dove le vigne sono più vecchie. La potenzialità produttiva è di 42mila bottiglie annue, anche se effettivamente non ci sono mai arrivati. <<In un’annata memorabile siamo riusciti a produrre 34mila pezzi, circa sei-settemila bottiglie per tipologia>>, mi racconta Roberto.

 

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Questo il quadro. Ora i vini. Che ti colpiscono con la loro opulenza. Rese bassissime, piccole macerazioni, legno quel poco che basta creano prodotti destinati per la maggior parte a ristorazione ed enoteche. Di grossa distribuzione Roberto non vuole sentir parlare. In ordine temporale (non di preferenza visto che chi scrive predilige soprattutto i rossi) ecco i quattro vini degustati:

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Friulano 2015, 100% da uve Tocai, 13,5% Vol., è un bianco fresco frutto di due vinificazioni separate che prevedono entrambe brevi macerazioni, mentre l’affinamento in botte grande di legno riguarda solo il 20% del prodotto, il resto affina in acciaio. Il risultato è un vino che esprime la storia di questo territorio: un Friulano old style, con meno frutto e più fiore al naso e in bocca, piacevolmente ammandorlato sul finale e con una nota spiccata di liquirizia che lo rende accattivante. Un Friulano per niente piacione, un vino che sicuramente va capito e che si distingue per grassezza – qui in realtà troviamo un po’ meno opulenza del solito, caratteristica che invece distingue Picech sul mercato, e più eleganza. Nel complesso un Friulano ben fatto, equilibrato.

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Jelka 2011, 13,5% Vol., è il bianco del Collio dedicato alla mamma, Jelka Sirk, nome sloveno di Gabriella. La sua produzione si basa essenzialmente sul tocai, che fa fermentazione sulle bucce: il vino è un blend di Friulano (50%) Ribolla Gialla (30%) e Malvasia. Nel 2014 non si è prodotto, causa l’umidità eccessiva. Oggi esce sul mercato a due anni dalla vendemmia, ma il progetto è di arrivare gradualmente a tre-cinque anni, a dimostrazione che i bianchi del Collio sopportano con grandi risultati l’invecchiamento. Lo Jelka fa un anno e mezzo di legno ma questo non sovrasta il varietale: il risultato è un vino che non stanca. Anche qui riscontriamo una piccola macerazione (12 giorni), senza utilizzo di lieviti selezionati e senza controllo di temperatura. La bella spalla acida data dalla Ribolla Gialla, che permette al vino di conservarsi nel tempo, conferma che questo autoctono è un vitigno che si presta molto bene per i tagli, oltre che per vinificazioni in purezza che stanno convincendo sempre di più gli estimatori, l’importante è che non sia in futuro rovinato dalle mode. Al naso è profumato, con sentori di frutta matura, e in bocca si nota un’ottima corrispondenza.

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ll Collio Bianco Athena 2010, 14% Vol., in onore della figlia di Roberto, disponibile solo in magnum, è un gran bel bere. Cento per cento da uve selezionate di Tocai Friulano, fa il primo anno in botte grande e gli ultimi sei mesi in tonneaux, e viene imbottigliato a mano senza filtrazione. È un vino che guarda al passato e che denota una certa grassezza, con una nota balsamica che sa farsi sentire senza stancare. Il ventaglio aromatico è complesso: frutta esotica come banana, mango e papaya sono ingentiliti dai sentori aromatici del rosmarino. Piacevolissimo.

Il Rosso Riserva Ruben 2011, 15%Vol, è un uvaggio (80% Merlot e un po’di Cabernet Sauvignon) che mi ha conquistata per l’equilibrio delle sue componenti: di corpo, potente, caldo, armonico, in sostanza un Amarone secco del Friuli. In bocca è persistente, con una buona trama dei tannini, docili, e vira dal cioccolato fondente alle note balsamiche, con un ritorno fumè e speziato. Un vino dedicato al figlio, che si produce solo nelle annate migliori e che conserva ancora un’acidità spiccata che gli consentirà di invecchiare tranquillamente per altri quindici anni. Basta pensare che alla vicina e stellata Subida stanno aprendo ora l’annata 1999. Le rese sono bassissime: 50 quintali di uva per ettaro (1 chilo e 200 grammi per pianta). Anche qui macerazione (40 giorni), affinamento in tonneaux per più di 24 mesi e poi assemblaggio in botte grande, dove rimane fino all’imbottigliamento. Un vino che senz’altro sa farsi ricordare.(www.picech.com)

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