LAS RUTAS DEL VINO E DE LOS VOLCANES: LA MIA LANZAROTE di Francesca Fiocchi

L’uomo che sfida la natura. Graffiante. Selvaggia. Avara. Per creare il vino dell’impossibile, bottiglie che sono una sorta di edizione limitata per via del clima e della latitudine, e non sempre si può trovare il proprio vino preferito. E a vedere le viti, la loro coltivazione ingegnosa, l’aspro paesaggio lunare dall’effetto moonwalker assicurato, si intuisce facilmente il perché. Viti che sono curate a mano a una a una da campesinos curvi su se stessi quasi a 180 gradi, per ore. Basse, rasenti a un terreno di cenere lavica ricco di lapilli dall’alto potere fertilizzante, radicate in piccole e profonde buche (hoyos) a forma di cono inverso che sembrano crateri, protette da muretti a secco lineari o semicircolari di roccia (zoco) che le proteggono dagli Alisei. Tutt’intorno lo spettacolo imponente dei vulcani, quelle ormai famose montagne del fuoco che dal 1730 al 1736 hanno eruttato in continuazione dando vita, con colate laviche oggi solidificate e parte integrante del paesaggio, a una delle più violente eruzioni vulcaniche della storia che ha modificato la morfologia dell’isola. Dietro si librano in volo i gabbiani, che puntano verso il blu dipinto di blu dell’oceano, mitigato dalle correnti calde del golfo del Messico. La pietra lavica (picon), insieme al terriccio, dona sapori e profumi unici ai vini, irripetibili anche per mano dello stesso contadino. Tutto questo non è un film di Pedro Almodovar o di Kubrick, che peraltro sul vicino Timanfaya, su decine di milioni di metri cubi di lava, ha girato la sua leggendaria A Space Odyssey, ma Lanzarote, figlia della luna, la più orientale, la più atipica delle isole Canarie – e la più interessante, soprattutto se vissuta in groppa a un dromedario. Isola spagnola, ma più vicina all’Africa che all’Europa, ricca di contaminazioni: il Marocco lo respiri ovunque, a cominciare dal (benedetto) vento caldo del Sahara, che porta refrigerio nelle ore più calde e che la notte, complice l’escursione termica, sa diventare pungente, caratterizzando inequivocabilmente l’agricoltura eroica dell’isola, forte di una tradizione vinicola dal 1775. Il contesto è uno di quelli impossibili da dimenticare, così come impossibile è descrivere l’anima di un luogo che non vuole essere raccontato ma vissuto. Perché merita. Perché è unico al mondo. Fuori dalle rotte della realtà e dell’immaginazione. Forse ciò che resta della mitica Atlantide. A coglierne e fissarne l’anima, il regista Pedro Almodovar,  grande estimatore della movida di Madrid, della Mancha, che annotava: ”Non avevo mai visto in natura colori così drammatici, oscuri, originali. Io stesso amante dei colori brillanti, mi sono sorpreso affascinato dall’oscurità piena di sfumature di quella terra. Lanzarote è un’isola ricca di abissi”. Che ospita, tra l’altro, il primo museo sottomarino d’Europa, con sculture di Jason deCaires Taylor, per raccontare i dilemmi del mondo contemporaneo, tra cui spicca la Zattera di Lampedusa, dedicata alla tragedia dei migranti.

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(In foto bodega La Geria)

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DSC_0190Camminare scalzi tra le vigne mentre il terriccio e la cenere lavica ti fanno un dolce e benefico massaggio circolatorio non ha prezzo. Così come assaporare un chicco di malvasia per capirne il grado di maturazione, immaginando che da lì uscirà un vino sicuramente capace di emozionare e che, al di là dell’invecchiamento ove previsto, è già pronto per essere consumato quando è il tempo del Beaujolais nouveau o vino novello nel resto del continente. Lanzarote, riserva di biosfera Unesco, vanta la maggior produzione vinicola di tutte le Canarie e i vini più pregiati, vincitori di premi internazionali prestigiosi. La vendemmia è ormai conclusa da oltre un mese. Generalmente inizia verso la metà di luglio. Se l’anno scorso sono stati 4 milioni i chili d’uva raccolti in tutta l’isola, quest’anno non si è arrivati a 700mila: un’annata più scarsa da cui si attende, però, una grande qualità.

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(In foto bodega  Rubicon)

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20160714_093258Alla rotonda “dei cammelli”, come è chiamata dagli abitanti del luogo, chi viene da Puerto del Carmen gira a destra, imboccando la LZ30, direzione La Geria. Qui Pedro Almodovar, vincitore di due premi Oscar, girò una scena del suo Los abrazos rotos, per poi attraversare la distesa lavica e approdare a El Golfo. Qui inizia la scenografica rotta del vino, e dei vulcani, un museo a cielo aperto tra vigne, piantagioni di aloe vera e piante grasse che passa da Masdache, al centro dell’isola e, tagliandola in verticale, arriva a Ye-Lajares, a nord, tra i comuni di Haria e Teguise, sullo sfondo la maestosità del Malpais de la Corona. Nel Nord i vigneti più caratteristici si trovano sulle terrazze orientali del massiccio del parco naturale di Riscos de Famara, uno dei principali di Lanzarote, dalle impressionanti pareti verticali che si stagliano sul blu-indaco-turchese dell’oceano. La Geria è la principale zona vinicola dell’isola, una stretta valle ai piedi del parco nazionale del Timanfaya, dove è nato il metodo di coltivazione tipico di Lanzarote, parallela alla costa che dalla città di Uga, vicino al municipio di Yaiza, arriva fino a San Bartolomé. Qui troviamo la più alta concentrazione di bodegas. Questa è la vera Lanzarote, dall’anima nera, lontana dalle mete turistiche più battute: la lava solidificata contrasta con il verde smagliante delle viti, il bianco antico delle case, il celeste magnetico del cielo. Bere un bicchiere di vino è assaporare l’autenticità dell’isola, cogliere l’anima di quel genio lanzaroteño che rispondeva al nome di Cesar Manrique, portatore di sana follia e interprete della salvaguardia ambientale contro l’abusivismo devastatore. Come lui nessun altro. Architetto, pittore, scultore, poeta: in una parola artista. Dall’animo nobile, attento, curioso. Che tutt’oggi permea anche l’arsura della terra. Un uomo amato e rispettato in vita e oltre – le abitazioni non superano per suo volere i due piani di altezza. Lo percepisci (ancora vivo) osservando i suoi pennelli immacolati, sporchi di blu, come lui li aveva lasciati nella sua abitazione di Haria. Ma anche toccando la terra o contemplando una natura che aveva saputo modellare con grande rispetto, artefice insieme a Madre Natura di meraviglie singolari, come quella che oggi è la sua fondazione, una delle case più belle al mondo, ricavata all’interno di 5 bolle vulcaniche. Per non parlare delle sue sculture disseminate sull’isola, dei quadri, delle originali e colorate etichette delle principali bodegas, dei cui proprietari in molti casi era amico fraterno, del logo della DO Lanzarote, la denominazione di origine da lui disegnata, raffigurante un cratere con l’eruzione in atto.

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(In foto bodega El Grifo)

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DSC_0349Lanzarote è percorribile in auto, da nord a sud, in poco più di due ore. Sono 806 chilometri quadrati, di cui un terzo è parco naturale e riserva biosfera e solo il 5% è coltivabile. In totale duemila ettari vitati per un totale di un milione e novecentomila bottiglie, cinque o sei le bodegas più conosciute e rappresentative – di quattro di queste vi parlerò. Ogni bottiglia di vino è una piccola impresa. Si vendemmia in una terra di vulcani non più attivi ma ancora vivi, dove in alcune zone si possono raggiungere temperature di 200 gradi a una profondità di due metri e di 400 a sei. Naturalmente con raccolta rigorosamente a mano – il che alza l’asticella qualitativa checché se ne dica. I vigneti, dislocati tra i 200 e i 500 metri di altitudine, offrono allo sguardo un vero e proprio show della natura. Impagabile e imperdibile. Gli agricoltori, non per niente, sono chiamati jardineros.

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(In foto bodega Los Bermejos)

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20160715_140817Lanzarote produce più malvasia di qualsiasi altro paese in Europa e lo fa prima di tutti. Vini “impossibili”, “lunari”, con profumi complessi, sfuggenti a rigide classificazioni, intense mineralità, colori dalle sfaccettature indefinibili. Anche se la voglia di produrre vini rossi si sta facendo largo, a predominare sono i bianchi, in particolare la Malvasia, che rappresenta il 75% del vino prodotto sull’isola e che regala le espressioni migliori se vinificata in purezza: eleganti, varietali, minerali, dall’intenso profumo fruttato e dal retrogusto delicato e floreale. Completamente differente da qualsiasi altra Malvasia vulcanica. Sono tre le versioni: dolce, semidolce e secca. Sorprendente se barricata o spumantizzata (brut metodo Champenoise), con un invecchiamento di tre anni prima del rabbocco. Anche il Moscatel parla da solo, raggiungendo punte di eccellenza. Tra i rossi, il Listan Negro va capito e degustato più volte per abituare il palato al suo marcato sapore erbaceo: io lo preferisco in uvaggio col Syrah, un vino che sviluppa a Lanzarote caratteristiche peculiari che lo rendono quasi tipico, non per questo ha vinto premi prestigiosi. A colpirmi è stato anche un altro rosso, il Diego (un tempo vino dei poveri), rivalutato enormemente – e meritatamente – grazie a coltivazioni biologiche che ne arricchiscono il sapore: oggi è coltivato nella zona centrale tra Conil e Masdache, dove il suolo vulcanico si attesta sui due metri di profondità. Sicuramente da provare è il vino liquoroso Ana (a base di moscatel), prodotto con metodo soleras. Le rese sono generalmente bassissime: una vite produce sui 100 chili di uva e tra una pianta e l’altra ci sono dai 3 ai 5 metri di distanza. Molte vigne sono vecchie perché la fillossera, che da altre parti ha flagellato intere coltivazioni, qui non è arrivata. L’umidità notturna si rivela fondamentale, visto che a Lanzarote piove solo una settimana all’anno e manca totalmente l’acqua sorgiva. Le piante sopravvivono grazie alle escursioni termiche: l’umidità si deposita nella cenere lavica, che ha proprietà igroscopiche eccellenti, e viene rilasciata gradualmente durante la giornata. Gli agricoltori hanno saputo trasformare una minaccia in opportunità, creando vini dell’anima e con un’anima. Vini che ti fanno sentire forte il desiderio di tornare. Per raccontare altre storie fantastiche.

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