LANZAROTE, EL GRIFO di Francesca Fiocchi

Il loro simbolo è il grifone, l’animale leggendario della mitologia greca con corpo di leone e testa d’aquila, allegoria di intelligenza e forza, che accompagna Dioniso nelle vesti di divinità sotterranea. Una scultura all’entrata della bodega, realizzata dall’amico fraterno Cesar Manrique, testimonia una storia secolare. Un cognome leggendario il loro. Lanzarote entra nei libri di storia nel XV secolo, quando Jean de Bethencourt, un normanno al servizio della corona di Castiglia, si avventura nei mari tenebrosi e riesce a sottomettere gli aborigeni, di cultura neolitica e assai rudimentale, e il loro re Guardafia. Oggi Juan Josè e Fermin Otamendi Rodriguez-Bethencourt, bibliofili e uomini di cultura, sono proprietari di El Grifo, a San Bartolmé, nel centro di La Geria. La loro è la cantina più antica di tutto l’arcipelago e tra le dieci più antiche di tutta la Spagna. Fondata ne 1775, appartiene alla famiglia dal 1880: Juan Josè e Fermin sono la quinta generazione. Della stessa età della bodega è l’ormai storica palma posta all’ingresso dei vigneti: in tutta la sua imponenza ha saputo resistere agli impetuosi Alisei, sfidando il tempo.

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La bodega è famosa per la sua malvasia fermentata in barrique, che negli ultimi anni ha fatto incetta di premi, e per la malvasia secca acciaio e bottiglia. Ma anche per gli straordinari passiti: il Canari, da malvasia, tra i migliori vini di Spagna secondo alcune guide internazionali; il Moscatel de Ana (dulce oxidativo Solera), da moscatel de Alejandria, ottimo come vino da conversazione, ma anche in accompagnamento a caffè aromatici. Tutti molto apprezzati dai tedeschi e dagli americani in vacanza sull’isola. Incuriosiscono anche l’Ariana Red, 50% Listan Negro e 50% Syrah, e il Syrah in purezza. Vini che degustati sul mare di lava creato dalle ripetute eruzioni vulcaniche aggiungono alla tecnica perfetta e alla credibilità di un nome un altissimo valore emozionale. Perché nel mondo del vino quando si raggiunge l’eccellenza è l’atmosfera a fare la differenza. Atmosfera che a Lanzarote non manca. Ovunque ti giri.

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Il 90% del vino di El Grifo si vende sull’isola e nel resto delle Canarie, una piccola quota si esporta in Europa. La linea commerciale della bodega è di vendere principalmente in loco, dove l’iva è al 7%, perché esportare è costoso. Una curiosità: El Grifo non esce sul mercato con tutte le bottiglie, ma le conserva nei propri depositi, finché quelle in circolazione non sono vendute, per mantenere il prodotto integro, al riparo dalla luce.

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(In foto, l’etichetta disegnata da Cesar Manrique edizione speciale)

Sessantamila i visitatori che ogni anno si avventurano nella spettacolare ruta del vino e de los volcanes e giungono a El Grifo, conquistati dalla sua storia, da un’agricoltura eroica e da vini vulcanici unici al mondo. Dal vigneto alla cantina l’uva era in passato trasportata dai cammelli, arrivati a Lanzarote nel 1400 dal Marocco, a soli 60 miglia. Animali noti per la loro resistenza perché bevono e mangiano poco e lavorano molto: sono in grado di trasportare ceste fino a trecento chili di uva. Molte delle piccole famiglie contadine che conferiscono l’uva alle cantine più grandi ancora utilizzano questo rudimentale sistema di trasporto. E la vendemmia diventa davvero spettacolare, ricca di suggestioni e contaminazioni col mondo arabo. Anche le etichette sono di grande impatto visivo, in particolare quelle disegnate da Cesar Manrique per la Malvasia semidulce, il suo vino preferito: un’ edizione speciale per il duecentoquarantesimo anniversario della bodega  raffigura un cratere in eruzione, la palma, i muretti a secco e i caratteristici vigneti di cenere vulcanica.

 

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Sessanta gli ettari di El Grifo, di cui una trentina in proprietà, a 300 metri sul livello del mare, vicino a Masdache, per una produzione di 500-600mila bottiglie annue, di cui 300mila solo di bianco, principalmente Malvasia. Ma la capacità della cantina è di produrre fino a un milione di litri. La bodega svolge un importante lavoro di formazione sui terreni dei conferitori seguendo il coltivatore sul campo e assistendolo per ottenere un’uniformità di prodotto fortemente identitario, e quindi riconoscibile. La vigna è il loro punto di forza: magnetica come i vulcani sullo sfondo, cresce tra manghi, aranci, peschi e piante aromatiche, al centro il giardino privato dei Bethencourt con gigantesche piante grasse. Particolarità di Lanzarote è che il vigneto può sopravvivere con pochissima acqua (100-130 litri per metro quadrato all’anno) grazie allo strato di lava che ricopre una terra povera di materiale organico e che fa da isolante: l’effetto igroscopico del picon permette di coltivare con ottimi risultati in piena arsura. <<Il raccolto è magro rispetto all’anno scorso>>, spiega l’enologo Tomas Mesa. <<Non c’è stato inverno e il vigneto non è andato in riposo vegetativo. A gennaio abbiamo avuto più di 30 gradi quando normalmente ce ne sono 10 di meno. La pianta ha continuato a lavorare ed è sbocciata in ritardo e molto meno, motivo per cui abbiamo posticipato la vendemmia>>.

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(In foto sopra, l’eruzione vulcanica solidificata all’interno della bodega)

 

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La prima uva che entra in cantina alla fine di luglio si utilizza per fare il vino brut espumoso, metodo Champenoise, lo stesso del Cava. Due i tipi di spumante di El Grifo: uno a base di malvasia vulcanica, dagli inconfondibili profumi di forneria e gelsomino, l’altro il rosé da listan negro. Vini che un tempo fermentavano sotto la spettacolare vena del’eruzione vulcanica. Le uve della seconda settimana di agosto sono utilizzate per la Malvasia secca o per quella semidolce, in quest’ultima viene aggiunta una punta di moscatel. Con un primo appassimento in vigna Tomas Mesa dà vita a una Malvasia dulce di grande qualità: l’uva è fatta appassire anche sul picon, l’arena nera vulcanica che conferisce sali minerali.

 

 

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Tre i vini bianchi che mi hanno maggiormente colpita: la malvasia tradizionale fermentata in barrique di rovere francese; la nuovissima malvasia secca Ariana, che ho l’onore di essere tra i primi a testare; il passito Canari. La Malvasia in purezza barricata è un gran bel bere, di una mineralità sorprendente: inizia la fermentazione in acciaio inox e la finisce in barrique di secondo passaggio, dove rimane sui propri lieviti per 3-4 mesi per ottenere maggior complessità e volume. Un vino torbido durante la fermentazione, che entra torbido in barrique per non perdere il suo aroma originale varietale. Se nella versione classica della bodega questa malvasia faceva solo inox, legno e poi si imbottigliava, nella nuova versione secca Ariana, dal nome della figlia di Fermin, 12,5 % Vol., è parzialmente fermentata in barrique: fa inox, legno e ritorna in inox per un anno per il batonnage. Il vino risulta così più corposo, armonioso e morbido, con una longevità  fino a cinque anni dall’imbottigliamento. L’Ariana degustata è stata imbottigliata due mesi fa: buone acidità e freschezza, retrogusto amarognolo, intriganti i sentori di albicocca, mela cotogna e pesca, che ben si sposano con il balsamico apportato dalla barrique, mentre tostatura e caffè non coprono il varietale. <<Sono vini naturali, non usiamo chiarificanti come la bentonite>>, spiega Tomas Mesa. In barrique finisce circa il 60% del vino della bodega.

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(In foto, il logo della DO Lanzarote disegnato da Cesar Manrique)

L’Ariana nasce a El Grifo come vino tinto, blend di syrah e listan negro, 4-5 mesi in barrique, bocca amabile. Listan Negro che in purezza sprigiona gli immancabili sentori vegetali, erbacei: un vino per tutti i giorni, di corpo e alcolicità contenuti. <<Il listan negro è una varietà difficile da vinificare, con tannini verdi. Il mercato richiede un gusto che si avvicina ai vini rossi barricati della Rioja, quindi corposi, intensi con molta carica colorante. Il listan negro da noi non fa barrique ma solo acciaio e bottiglia perché non è una varietà che sopporta il trasporto dell’ossigeno: ne uscirebbe un vino legnoso, troppo aggressivo. Il nostro risultato è un vino tinto che sembra un blanco quando lo bevi: molto fresco, minerale, con note vegetali ma con il frutto preponderante, un vino in cui si sentono la terra e i minerali del basalto e che consiglio a una temperatura di servizio di 12-13 gradi, quindi da bere anche in terrazza in accompagnamento a piatti di pesce. Noi cerchiamo di estrarre le note fruttate non il colore>>, continua Tomas Mesa.

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Il passito Canari, malvasia in purezza, 17% Vol., è un blend di tre annate: 1997, 1970, 1956. Cinquemila bottiglie ogni 4-5 anni, è un prodotto di nicchia, tra i più prestigiosi e premiati della cantina. Si utilizza il metodo Solera, tipico dei vini dolci di Jerez, con ossidazione controllata. Il magnifico colore ambrato intenso è il risultato dell’invecchiamento in barrique. Meno dolce del Moscatel, è elegante, mai stucchevole perché bilanciato da una buona acidità. L’annata più vecchia è in barrique da quasi 60 anni. Caratteristico l’appassimento: prima in vigna e poi su reti di lava vulcanica con una decina di persone che stanno tutto il giorno a rigirare l’uva come se fosse su una graticola. Un passito riconoscibile, che sprigiona sentori inconfondibili di uva passa, fichi, caramello e buccia di arancia disidratata. Un’interpretazione eccellente, quella di Tomas Mesa, del vecchio Canari del diciassettesimo secolo lodato perfino da William Shakespeare.

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(In foto, interni del museo del vino)

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Annessi alla bodega un suggestivo museo del vino – solo il tetto meriterebbe una visita perché è realizzato con legni recuperati dalle antiche barche dei pirati – che testimonia la nascita del vino nelle Canarie con un’esposizione permanente di macchinari e attrezzi enologici del XIX e del XX secolo, ospitato nell’antica sede delle cantine di El Grifo. A completare l’unicità di questa cantina è la libreria, con i suoi oltre 4mila tomi e manoscritti dal 1770 al ventunesimo secolo. Un luogo mitico in cui sono passati personaggi di spicco che hanno dato un impulso importante alla crescita culturale di Lanzarote, come Cesar Manrique e José Saramago. A completarne il fascino due grifoni dell’800 veneziano e un imponente lampadario in vetro di Murano. I giochi di luce architettonici fanno il resto.

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