GOLAN FLAM: DALLA TOSCANA AL CUORE DI ISRAELE di Francesca Fiocchi

Samir dorme sotto un albero, nel vigneto. È un vecchio palestinese. In vendemmia non dà retta a nessuno. Ascolta la terra che pulsa sotto di lui e accompagna l’uva dalla vigna in cantina, dove diventerà mosto e poi vino. Siamo nella parte centrale di Israele, a Ginaton, sulle colline vitate intorno a Gerusalemme, tra il fiume Kisalon e la foresta Kdoshim. Dai Flam. I loro vigneti sono dislocati ad altitudini diverse tra le colline della Giudea e l’Alta Galilea. Ma consiglio di fare tutto il percorso dal Golan fino alle terre aride del deserto del Negev: solo così si può avere una panoramica dell’interessante produzione vinicola israeliana. Vini che negli ultimi vent’anni hanno fatto passi da gigante, riscrivendo la loro storia. A Tel Aviv e Gerusalemme una sosta è d’obbligo: le enoteche, dal design sempre più raffinato, offrono vere e proprie chicche – ma attenzione non sono proprio per tutti i palati: bisogna conoscere profondamente i vini israeliani e la loro evoluzione per poterle apprezzare pienamente. E proprio ai vini israeliani il magazine Wine Spectator ha dedicato per la prima volta la copertina, l’ultima di ottobre, e il reportage “Dalla Galilea alle Alture del Golan”, sintomo di come questi vini siano ormai parte del tessuto sociale locale e si possano trovare in ogni angolo del mondo con riconosciuta qualità. Wine Spectator parla di “regione emergente”: qui il vino si fonde con la millenaria sacralità religiosa e con il nuovo desiderio di sperimentare alla ricerca, al di là delle influenze del Nuovo Mondo, di una propria unicità. Il vino fa parte della storia di questa terra da sei millenni: la Torah narra che Noè, dopo la salvezza dal diluvio universale, piantò alcune vigne. Nel 1000 a.C. in Galilea erano già presenti cantine. Oggi sono circa 4 mila gli ettari vitati: le zone più vocate sono Golan, Alta Galilea e Gerusalemme, invece Samaria è la regione vinicola più estesa. Si coltivano i vitigni internazionali: le varietà autoctone furono estirpate nel settimo secolo sotto la dominazione ottomana. Il primo Cabernet Sauvignon fu prodotto nel 1970. Israele entrava così in una nuova era enologica. Dieci anni dopo seguirono altri vitigni internazionali fra cui merlot, chardonnay, pinot nero, syrah, sangiovese toscano, riesling renano, gewurztraminer, viognier, moscato di Alessandria, colombard, semillon, mourvèdre ma anche grenache, gamay, carignano, tempranillo, più altri esperimenti locali frutto di incroci che finora non hanno dato i risultati sperati.

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Flam Winery, 140-150mila bottiglie annue, è l’azienda che mi ha incuriosita per la qualità dei suoi vini e per la passione e la competenza che Golan Flam, enologo, e tutta la sua famiglia (mamma, papà, fratello e sorella) mettono nel lavoro, un progetto condiviso che nasce dalla testa e dal cuore di ciascuno di loro. Si tratta di una realtà abbastanza giovane, nasce nel 1998, anno in cui iniziano a spuntare le piccole wineries boutique, ma l’esperienza nel vino si spinge molto più in là: Israel Flam, padre di Golan, è stato responsabile delle più importanti realtà vitivinicole del territorio, come il gruppo Carmel Mizrachi, dove lavorò per 35 anni e fu pioniere del modo moderno di fare vino. Oggi Flam è un nome che ha acquisito una sua credibilità, che punta più che sulla potenza, che il clima caldo di Israele favorisce, sull’eleganza e sulla finezza, nel solco della tradizione italiana classica. <<I nostri sono vini con il cuore di Israele e un’anima nobile>>, mi racconta Golan, dove “nobile” deriva dalla sua esperienza a Montepulciano. Vini che troviamo negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone, a Singapore, ma anche in Italia, in Francia, in Belgio, in Svizzera e in Inghilterra. Gli manca (affettivamente) l’Italia, dove ha studiato e lavorato come enologo per alcune delle realtà più importanti: tra i suoi riferimenti Antonio Zaccheo e Giancarlo Sacchet della Carpineto, che definisce <<maestri molto pignoli>> e Michele Chiarlo in Piemonte. Ma il desiderio di tornare nel suo Paese per riuscire a fare qualcosa di buono, portando con sé tutto il know how acquisito, alla fine ha vinto. Caratterizzare il Merlot come Merlot d’Israele potrebbe essere una sfida accattivante. Golan ha un sogno: tirar fuori un Syrah che decreti il ritorno a casa di questa varietà. <<Il nostro clima è l’ideale per il Syrah, che dà grandi risultati dai suoli vulcanici del Nord, vicino al Libano, a quelli sabbiosi del Negev, spostandosi da un gusto più fruttato a quello pepato e saporito dell’Alta Galilea>>. I rossi fanno barrique, invece il bianco (blend di Sauvignon Blanc e Chardonnay) fa solo acciaio ed è espressione della freschezza e del frutto delle colline della Giudea. <<Il merlot è una varietà tra le più difficili e delicate da coltivare perché è molto sensibile al caldo. Il nostro Merlot è mediterraneo, io sto cercando di puntare su sentori di frutta fresca combinati con una giusta acidità e quindi dobbiamo raggiungere il perfetto grado di maturazione delle uve: al gusto marmellata preferisco Merlot freschi, abbastanza potenti e capaci di invecchiare bene>>. Merlot che si esprime in modo unico sulle terre rosse della Kadesh Valley e sulle pendici delle colline della Giudea.

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Passione, certo. E tanta. Come dicono loro “never-ending”. A proposito del sogno israeliano di ritornare alle antiche varietà autoctone poi abbandonate dice:<<Ci siamo quasi. Negli ultimi anni la ricerca ha investito tutto il paese: si stanno sperimentando vini molto interessanti che sono realizzati con vecchie varietà cresciute in Samaria. Le novità arriveranno dal Negev ma anche dalle colline intorno a Gerusalemme e dalla Samaria>>. Sulla sua prossima sfida non ha dubbi: <<Concentrare tutta la produzione sulle colline della Giudea e trovare le varietà più adatte da piantare su questi terreni che godono di un clima più mite e regalano vini di pregio>>. I vin de garage lo affascinano.<<Ho iniziato come “garagista”>>, spiega Golan. <<Sono una nicchia: se il vino è buono e di carattere devono esserci questi piccoli produttori esuberanti che danno colore>>. Golan Flam ha girato il mondo: nato in Sud Africa, ha studiato all’università di Piacenza e a Gerusalemme, tirocinio nell’azienda Carpineto a Greve in Chianti –  il cui Farnito Cabernet Sauvignon 2011 si è appena giudicato meritatamente le Super Tre Stelle della guida Oro I Vini di Veronelli 2017 – e da Hardys in Australia, lunga sosta in Borgogna a imparare, perché <<ci mancano storia e cultura del vino>>. E la Flam Winery si sta pian piano facendo largo  acquisendo un suo mercato in una realtà monopolizzata da 4-5 grandi gruppi che a Tel Aviv producono vino, uno dei più importanti è Carmel, fondato nel 1882 dal barone Edmond Rothschild (proprietario in Francia di Chateau Lafite), primo a credere nei nuovi vini Kosher e che oggi produce più di 15 milioni di bottiglie annue.

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Una nuova generazione si sta affacciando ed è sempre più interessata al vino: investe in formazione e nei vigneti. I giovani guardano avanti, sono ambiziosi e non si lasciano intimidire dalle sconfitte: del resto Tel Aviv è il paese delle start up e le cantine sono cresciute in modo esponenziale. Si fa vino dai 1200 metri del Golan fino alla depressione del deserto del Negev. Qualità testimoniata ultimamente anche da Daniel Rogov, che è stato il massimo esperto e scrittore di vini israeliani: la sua Rogov’s Guide to Wine è considerata tra le più autorevoli del settore.

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Il Flam Noble, un taglio bordolese con Petit Verdot e un tocco di Syrah molto popolare a Tel Aviv, ha il piglio energico dei vini israeliani: ricchezza di colore, tannini eleganti e setosi, gusto morbido, di corpo e struttura. Un vino che Golan ha realizzato dopo dieci anni di esperimenti e studio in cantina e in vigna. Interessante anche il Cabernet Sauvignon Riserva, di anima bordolese, che fa barrique di quercia francese per un anno e mezzo e riposa altri dieci mesi in cantina: di eleganza europea, mi ricorda alcuni vini australiani. Syrah californiani e della McLaren Valley ne avevo degustati, ma quelli israeliani mi mancavano: il Syrah Flam, macerato 48 ore per estrarre colore e aromi varietali e maturato in legno di quercia francese e americana per 13 mesi, riesce a esprimersi benissimo in struttura, equilibrio, complessità e forza. Senza perdere di vista l’eleganza. “A Love Supreme” cantava John Coltrane.

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