ARCHEOLOGIA ENOICA: LA GEORGIA

La suggestione è innegabile quando si parla dei vini della Georgia. Il folklore conferisce un’aura di fascino e mistero. Se poi pensiamo che Omero nell’Odissea fa riferimento ai vini della Colchide, la tentazione di un viaggio culturale tra mito e realtà diventa forte. Non potete immaginare la mia soddisfazione nel trovare in degustazione al Merano Wine Festival questi vini, frutto di una tradizione millenaria. Un Festival che accanto all’immenso patrimonio vitivinicolo italiano sa rappresentare e valorizzare sempre di più il resto del mondo, e non potrebbe essere altrimenti visto che la vite e il vino sono diventati globali: ormai l’oro nero si produce ovunque, anche nel deserto. Soddisfazione accentuata da una di quelle buone letture che solitamente consiglio, in questo caso “L’archeologo e l’uva. Vite e vino dal Neolitico alla Grecia arcaica”. Patrick McGovern, che ne è l’autore, insegna Antropologia all’università di Pennsylvania e ne dirige il Museum Applied Science for Archaelogy. È specializzato in archeologia molecolare. Un personaggio estremo, e forse proprio per questo con un’estrema carica attrattiva. I suoi studi lo hanno portato nella regione della Transcaucasica (Georgia, Armenia, Azerbaigian), patria ancestrale della viticoltura, dove si sono rilevate le prime tracce del legame culturale uomo-vino. Un viaggio a ritroso in cui l’autore ricostruisce questo binomio dal Neolitico alla Grecia arcaica ricorrendo alla biologia molecolare e all’analisi del DNA. Un ritorno al passato, fino a settemila anni fa. A dimostrazione che la storia della civiltà coincide sotto molti aspetti con la storia del vino.

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(In foto, il caratteristico metodo georgiano di vinificazione in anfora, patrimonio Unesco)

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Tra i produttori da segnalare al Merano Wine Festival senz’altro Alaverdi Monastery, Telavi Wine Cellar, Stori, Tbilvino (esortatore principale dei vini geogiani), KTW, Teleda/Orgo, Tsinandali Estate, Wine Company Shumi, Winiveria: in pratica cantine che hanno contribuito a scrivere la storia della Georgia. Alaverdi Monastery 1011 è un antico monastero che produce il vino rhikhvi, dall’omonimo vitigno autoctono, ininterrottamente dal 1011: in questa cantina sui generis si vinificano le uve di 102 vitigni diversi. Interessante anche Telavi Wine Cellar, l’unico produttore georgiano a vincere tre ori e un argento all’ultimo Mundus Vini (rispettivamente con Marani Kondoli Vineyards Saperavi 2013, Satrapezo Saperavi 2013, Marani Reserve 2007 e Marani Mukuzani 2013). Un luogo dallo straordinario fascino storico e architettonico è senz’altro Tsinandali Estate, nobile dimora di Alexandre Chavchavadze e della sua famiglia, oggi uno dei siti culturali e artistici più importanti del Paese, dove si incontrano ricercatori, wine lover ed esperti di vino di tutto il mondo.

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Tante le varietà autoctone coltivate in Georgia, un paese grande quanto la Svizzera: si stimano circa 500 vitigni, di cui 38 autorizzati per la viticoltura, per un totale di 70mila ettari vitati divisi in varie regioni. La zona più produttiva è Kachétie, ai piedi del Caucaso. Da saperavi, vanis chkhaver, otskhanuri sapere e dzelshavi si ricava un buon vino rosso; il bianco, in molti casi connotato da note vegetali predominanti e marcatamente tannico, si ottiene da vitigni rkatsiteli, tsiska, tsolikouri, krakhuna, mtsvane kakhuri e mtsvane khikhvi. La tecnica di vinificazione in grandi anfore in terracotta interrate (i cosiddetti kvevri o churi), presidio Slow Food, è spettacolare, ma a rischio di scomparsa. Tre anni fa l’Unesco l’ha riconosciuta come patrimonio dell’umanità. La fase prefermentativa in genere prevede lunghissime macerazioni sulle bucce. Il risultato sono vini molto particolari, intensi e corposi, distanti dai gusti tradizionali, che richiedono palati abituati al loro profilo sensoriale unico al mondo. Sicuramente sono vini riconoscibili, perfettamente abbinabili con una cucina saporita. E sicuramente sono da degustare almeno una volta nella vita, se non altro per ampliare la propria cultura in materia. Anche se da un punto di vista organolettico di strada da fare ce n’è ancora tanta. Due sono i metodi di vinificazione georgiani e la loro particolarità rispetto al modello europeo consiste nella fermentazione con i raspi e nella macerazione lunga, fino a sei mesi. Il metodo kakhetiano è utilizzato nella Georgia orientale per produrre i bianchi, piuttosto tannici e alcolici perché la vinaccia è fatta fermentare tutta insieme al mosto. Nella Georgia occidentale si usa il metodo imeretiano, che consiste nel mettere solo il 5-10% di raspi, semi e vinaccia. In quest’ultimo caso il vino presenta una certa acidità e un contenuto alcolico più basso. Due tecniche cui corrispondono anche due stili di cantine: in pietra con le anfore interrate al suo interno nel primo caso; in legno con i vasi posti sottoterra ma all’esterno nel secondo. Del resto il vino è anche questo: folklore.

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