SPIGAU, IL VINO DEL DISACCORDO CHE MI TROVA D’ACCORDO di Francesca Fiocchi

Un gioiellino, di forte personalità e struttura e dall’enorme potenzialità,  che viaggia controcorrente senza giocare sugli eccessi, come chi lo produce, lontano galassie dalle mode banalizzanti, anche se in bocca, a parer mio, cala leggermente rispetto alla straordinaria complessità ed eleganza al naso. Questo il Pigato 2010 monocultivar di Rocche del Gatto, che gli amici di Hic Enoteche, a Milano, mi hanno fatto provare, sorprendendomi ancora una volta. Un vino bianco macerativo che non si trova proprio da tutte le parti. E infatti li ringrazio di avermi risparmiato la strada per Albenga. Un vino che si sa far riconoscere. La terra di provenienza è la Liguria, per la precisione la riviera di Ponente, vicino appunto ad Albenga.  In etichetta figura il nome Spigau (Pigau in dialetto ligure è il vitigno) perché il vino per colpa o per fortuna della macerazione sulle bucce non può ottenere la doc, anche se non si tratta di una macerazione spinta ma breve, di una sola settimana: questo almeno fino al 2010, a partire dall’annata successiva la permanenza sulle bucce sarà di tre settimane. Ebbene sì, siamo di fronte a un (grande) vino da tavola. Che come il vignaiolo (indipendente) che lo produce ama stare fuori dal coro, fuori dai disciplinari, perché fare vino per Fausto De Andreis, ex ingegnere elettronico della Olivetti, è un atto di grande libertà, quasi istintivo. De Andreis è un artigiano che crede ancora che il valore non sia nel fare ma nel non fare. La Doc Riviera Ligure di Ponente spetta al suo Pigato che sosta solo un giorno sulle bucce e quindi non è considerato un vino macerato.

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L’ approccio allo Spigau non deve essere quello del confronto con vini macerati di altre zone, penso al Friuli e quindi a Zidarich, Radikon e Podversic, anche se le differenze balzano agli occhi, al naso e in bocca, ma non i termini di “meglio” o “peggio” sia ben chiaro, semplicemente di “diverso”. Lo Spigau è un vino dinamico, con una sua precisa e potente espressione, una buona salinità che compensa un’acidità meno prorompente, una buona mineralità, forse più attenuata rispetto a quella del Carso, e una nota alcolica in secondo piano, ma con un concentrato di aromi molto più mediterranei, tipici i sentori di erbe aromatiche come rosmarino e alloro. Lo degustiamo a una temperatura di servizio tra 14 e 16 gradi, quasi come fosse un rosso, troppo freddo risulterebbe spigoloso. Sicuramente un vino da non bere prima dei tre anni dalla vendemmia, sarebbe uno spreco. Lo Spigau infatti è pensato per essere valutato in prospettiva, magari a scapito di una sua fruizione immediata. Setttantamila le bottiglie annue prodotte dall’azienda, vigneti a 200-300 metri di altitudine, argillosi e ricchi di ferro. Terroir con le sue sfumature che ritroviamo nel bicchiere insieme ai tratti varietali del vitigno. Questo vino è un chiaro esempio di come la macerazione non sia sinonimo di omogeneizzazione.

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Degusto con Tommaso Mannari, sommelier di origine toscana – l’accento non lascia dubbi. L’annata 2005 mi dice che è strepitosa. Perché è il tempo che consacra la qualità. Intanto proviamo il 2010, che Fausto De Andreis considererebbe ancora molto giovane. Colore dorato vivacissimo con riflessi orange, denso. Il naso complesso ed elegante si concede subito con un coacervo e concentrato di aromi maturi assolutamente nitidi, proprio per questo andrebbe degustato con attenzione alle sfumature che si “incollano” all’olfatto e lasciano intuire note di miele portate con grazia, mandorle, lievito, sensazioni mentolate, con un accenno floreale (ginestra e acacia su tutti, ma anche camomilla). L’accenno minerale di pietra focaia intriga. Il retrogusto è leggermente amarognolo, il finale lungo con ritorni aromatici. La nota dolce non è ossidativa, persiste.  La vena del vino mantiene una certa freschezza. Si crede che il Pigato  sia un clone del Vermentino. Importato dalla Grecia nel 1600, trovo che raggiunga i risultati migliori con la macerazione così come la intende De Andreis.

davPerfetto compagno gastronomico di un primo o un secondo a base di gamberi. E, non da meno, il prezzo educato (siamo sui 20 euro a bottiglia in enoteca). Sicuramente un vino da capire. Quindi non per tutti.  Come un cd di Leonard Cohen.

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