MADRID, IL MIO TASTING DA SANTA CECILIA di Francesca Fiocchi

Il piacere del buon vino. Dalla Galizia alle Canarie, passando per le Baleari. Sono questi i vini che mi hanno incuriosita all’enoteca madrilena Santa Cecilia, ma nella sua sede più antica, quella di calles de Blasco de Garay 74, dove sono stata invitata per un tasting. Un altro tempio del bere bene e dove potersi sbizzarrire tra tante marche nazionali e internazionali. Piccoli produttori che onestamente non conoscevo mi hanno regalato grandi emozioni. Facendomi scoprire una viticoltura molto attiva a Tenerife e a Minorca, l’isola iberica geograficamente più vicina all’Italia, solo 350 km, dove concedersi pranzi in vigna, aperitivi ai fari o su terrazze delicatamente profumate di gelsomini. Santa Cecilia racconta poesie formato bottiglia. Con la rara capacità di proiettarti nel terroir d’origine. E qualche volta queste poesie è bello farsele raccontare invece che raccontarle. In religioso silenzio, perché sono storie di uomini e vino, di sogni e passioni, di un’agricoltura eroica che trae la sua ragion d’essere in null’altro che non in se stessa. Qui coltivare un vigneto comunica un’emozione, e te la appiccica addosso. Mi ero ritagliata un paio d’ore, ma esco da Santa Cecilia solo nel tardo pomeriggio, dopo aver assaggiato “cose” ottime, dai vini alla gastronomia locale, e dopo aver incontrato titolari, sommelier e perfino gli impiegati: tutti sono coinvolti a pari merito nel progetto, che prima di tutto è di comunicazione. Santa Bar, con tanto di sommelier professionista, è la formula che permette di degustare direttamente sul posto vini e prodotti gastronomici a prezzo di vendita senza ricarichi.

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Con il primo vino siamo a Prado, nella Galizia del sud, lungo il Miño, riserva biosfera. Il Ramon do Casar  2016, denominazione Ribeiro, è un vino bianco plurivarietale, specchio del territorio, da uve treixadura (85%, varietà regina del Ribeiro), albarino e godello. Al naso è intensamente aromatico, fruttato, complesso ed elegante con le sue note di rosa e tiglio; in bocca è lungo, di acidità non spinta, dal ritorno fruttato. Complimenti a Ramon, Etelvino e Javier Sabucedo per questo progetto, e per l’etichetta opera del fotografo Alberto Martì, omaggio all’emigrazione gallega. E naturalmente a Pablo Estevez enologo. La loro è una bella storia, fatta di coraggio: si tratta di tre fratelli, figli dell’emigrazione gallega in Venezuela, che hanno deciso di creare una bodega nella zona del Ribeiro, puntando su uve autoctone. Bodega, completamente integrata nel paesaggio con i suoi 12 ettari vitati a San Salvador de Vide, tra le più attive nell’esportazione, quasi il 50% della sua produzione. Questo è l’unico dei tre produttori che conoscevo, o meglio conoscevo il suo Ramon do Casar da uva treixadura in purezza: aromatico, di grande forza espressiva e con più corpo.

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(In foto, l’originale etichetta del “Merluzo”, vino minorchino)

Ed ora ci spostiamo nella isla magica, a Minorca, la più selvaggia delle Baleari. “L’ultimo paradiso del Mediterraneo”  l’avete letto? Ne riproduce una magnifica sintesi. Sull’isola la tradizione vitivinicola è ancestrale: in totale sono poco più di venti ettari, meno di dieci aziende e meno di centomila bottiglie. Il nome del vino degustato è curioso, simpatico, “Merluzo”, di bodega Binifadet (ma è disponibile anche bianco da uve chardonnay, muscat e merlot). Trattasi di un tinto 2015 da merlot (70%) e syrah (30%), nessun passaggio in barrique. Binifadet è più che una bodega: è un’esperienza quasi mistica, complice lo scenario incantevole dell’isola. Siamo a Sant Lluis , nel sud calcareo, roccioso e accidentato di Minorca, insomma quello meno accessibile. I vigneti della zona sono riparati dai venti del Nord con lastre di ardesia. Il vino ha una forte impronta locale, non è carico come i merlot e i syrah più mediterranei, che hanno maggior potenza aromatica al naso e in bocca. Questo vino risulta più fresco, pur essendo un rosso, e fruttato. Da abbinare alla cucina ricca e saporita delle Baleari, commistione di mondo arabo e africano. Io lo vorrei sperimentare con la caldereta de llagosta, una zuppa piccante del luogo a base di aragosta. Ripeto, nonostante sia un rosso.

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L’ultimo vino che mi ha stuzzicata è il Crater 2014, un tinto vulcanico di grande personalità dell’isola di Tenerife, denominazione Tacoronte-Acentejo, da uva listan negro e negramoll dei vigneti aziendali di el Sauzal e Tacoronte. Sei mesi in barrique nuove di rovere francese, quasi  10mila bottiglie per l’annata 2014. È un altro vino che rispecchia fedelmente le sue origini isolane grazie a una nota erbacea che si fa sentire. Nonostante sia un rosso mi ricorda i vini di Lanzarote per la sua bella vena minerale. Lascio l’enoteca con la consapevolezza di aver scoperto cose nuove e interessanti. Non si finisce mai di imparare…

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