ALBINO ARMANI E LA NUOVA DOC PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE di Francesca Fiocchi

A una degustazione organizzata dall’Ais allo scorso Vinitaly ho provato uno dei vini di Albino Armani, il Foja Tonda Casetta 2012 Valdadige Terra dei forti Doc, casetta in purezza, 13,5% Vol.. Un vino di carattere, dall’origine selvatica, che mi ha colpita. Sì, perché sul mio blog do spazio ai vini che trovo interessanti, in questo caso c’è anche un aspetto culturale e di diversificazione che mi attrae: non mi piace, per spiccare nel dare un giudizio negativo, mettere alla gogna un produttore e un suo prodotto, visto che con quel prodotto il produttore ci vive e possono capitare annate sbagliate per diversi motivi, anche i più banali. Quindi parlo bene o non ne parlo. Qui mi sono trovata di fronte a un vitigno che non conoscevo, ma il vino è equilibrato, ricco al naso e in bocca, elegante, a tratti mi ricorda il Pinot nero, un vitigno che amo in tutte le sue declinazioni, ma per fare confronti dovrei degustare più annate. L’acidità del Foja Tonda è contenuta da fermentazioni malolattiche complete, tannini morbidi, maturazione in botti di rovere per 24 mesi. Foja Tonda è il nome dialettale di questa uva autoctona in via di estinzione coltivata fin dall’antichità in Vallagarina, fra le province di Trento e Verona, su suoli morenici e alluvionali. Un vitigno abbandonato nel tempo a favore di varietà più produttive che è stato riscoperto da questo produttore coraggioso e visionario. E che oggi sopravvive solo nei comuni di Dolcè, Ala e Avio, in totale sono 15 ettari. La degustazione è stata anche l’occasione per fare il punto della situazione sulla nuova Doc Pinot grigio delle Venezie con Albino Armani, viticoltore appassionato dalla mentalità imprenditoriale, la sua azienda vanta una produzione diversificata con vigneti in Vallagarina, Valpolicella, Val D’Adige, Marca trevigiana, Grave friulana. Un tema caldo perché questa nuova Doc, definita al Vinitaly da Zaia <<una Ferrari da usare bene>>, diventerà già dalla prossima vendemmia la seconda d’Italia, appena sotto il Prosecco, come quantità di produzione – stiamo parlando di circa 250 milioni di bottiglie, che potrebbero arrivare a 300 milioni. <<Nel mondo e negli Stati Uniti in particolare il Pinot grigio è sinonimo di vino italiano, abbiamo conquistato un mercato fortissimo che dà grandi risultati in volumi e valore>>, ci spiega Albino Armani. L’Italia rappresenta l’85% della produzione mondiale di questo vitigno. E la Doc specifica serve per tutelare meglio il consumatore dal punto di vista della tracciabilità e della qualità, mettendo insieme tre regioni in un Consorzio interregionale: Trentino, Veneto e Friuli. Proprio in Veneto si produrrà il 50% di questo vino, ventinovesima Doc della regione. Pinot grigio che per il 95% è esportato all’estero e identificherà il nostro Paese secondo precisi standard qualitativi. Un marchio, quindi, di grande potere evocativo che permetterà di conquistare nuovi mercati e creare un turismo intelligente.

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<<Partiamo da un’esigenza territoriale e da una sfida identitaria per mettere in ordine un patrimonio nazionale: si registra una crescita esponenziale del vitigno,  a fine 2017 saranno circa 30mila gli ettari vitati, in Veneto è cresciuto più del doppio negli ultimi 6/7 anni>>, continua Armani. <<Qualitativamente Veneto, Trentino e Friuli sono diventati la patria del Pinot grigio, e l’interpretazione nel mondo di questo straordinario vitigno è nostra. Basta pensare che il 45% del Pinot grigio a livello mondiale viene prodotto in Italia. Ora dobbiamo riappropriarci della gestione della sua immagine. Nulla in contrario che altri territori lo producano, ma noi dobbiamo diversificarci per uno stile, far capire cosa significhi prodotto italiano, certificarlo. L’ idea era di passare da una gestione dell’ Igt, che era meno tutelante, a una Doc, che offre più garanzie, e addirittura alla fascetta di Stato>>.  E sottolinea come non sia stato facile arrivare a questo traguardo perché si trattava di costruire a priori un sentimento comune intorno al progetto e poi traslarlo su un piano di fattibilità e concretezza. <<I consumatori, non solo la produzione, lo chiedevano, c’era bisogno di tutela. Il passo più critico è stato costruire un sentimento condiviso, dopo di che abbiamo proceduto a spron battuto e in un anno abbiamo ottenuto la Doc. La forza d’impatto di questa denominazione ha fatto sì che si aprissero tutte le porte. Ma il merito non è mio, ho semplicemente interpretato quello c’era già in essere, è il territorio che era pronto. Ora dobbiamo gestire la comunicazione e il miglioramento della qualità. Fino a oggi siamo stati presi da tutto l’aspetto normativo e procedurale, che ci ha un po’ distratti. Nel 2017 avremo la fascetta e vorremmo essere pronti già da questa vendemmia>>.

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<<Il percorso qualitativo lo stiamo stabilendo con Assoenologi. Interpelleremo tutte le cantine sul territorio, andremo a educare su questo benchmark di riferimento e innalzamento qualitativo anche le future commissioni di degustazione. Senza tradire il consumatore: la qualità deve essere migliorata, non solo fascetta ma nel  bicchiere ci deve essere una qualità superiore. Questo atteggiamento virtuoso credo che andrà a contaminare un po’ tutti. L’unica leva del  prezzo basso non ha alcun senso, servono ambizioni alte, il Pinot grigio non deve essere più un prodotto da primo prezzo. È coltivato a livello mondiale, quindi dobbiamo chiederci in cosa si dovrà differenziare il Nordest, dove salterà fuori l’italianità, quale sarà il valore aggiunto. La fascetta non è un’imposizione, ma uno strumento di comunicazione e noi dobbiamo dare valore a questo contrassegno di Stato attraverso strumenti di interlocuzione paritetici col ministero. Volontà di certificare, volontà di tracciare, serietà, qualità: altri territori non si sognano nemmeno questi percorsi. Il primo anno inizieremo il nostro cammino pian piano, cercando di raggiungere uno standard qualitativo. I risultati economici arriveranno col tempo. Non possiamo essere arroganti e usare la leva del prezzo domattina>>. Ad Albino Armani faccio un plauso personale per un discorso che mi ha convinta perché non toglie niente a nessuno, ma traccia con serietà e umiltà una linea chiara e precisa. Collaborativa. Come piace a noi.