SORRENTO ROSÉ, I MIGLIORI SECONDO NOI di Francesca Fiocchi

È stata la prima edizione. Ma già è confermata la seconda visto lo straordinario successo di pubblico, la perfetta organizzazione ma soprattutto l’alta qualità dei vini rosati presentati dalle produttrici di diverse parti d’Italia, interessanti anche alcune espressioni della Croazia da plavac mali, una varietà autoctona tipica delle zone costiere. Un’occasione per fare il punto della situazione con Donatella Cinelli Colombini, presidente dell’associazione nazionale Le Donne del Vino, su un prodotto che finalmente sta cambiando veste nell’immaginario collettivo ed è preso sempre più sul serio anche in Italia. Per molte aziende è il prodotto di punta, penso ad esempio ad alcune realtà in Abruzzo e nel Salento. Un vino che in passato non è stato pubblicizzato come meritava, ma che oggi gode di una dignità e di un percorso precisi, che sa regalare espressioni uniche e di alto livello. Un vino estremamente versatile, di grande bevibilità, non soltanto per l’estate e come aperitivo ma a tutto pasto e per ogni periodo dell’anno, come del resto accade in Francia da tempo, anche grazie a precise campagne di marketing e valorizzazione. E perfetto con la pizza perché stempera l’acidità del pomodoro. Pizza che non deve men che meno essere soffocata dall’alcol o da tannini allappanti. Unica attenzione la temperatura di servizio: il rosato non presta il fianco al minimo sbaglio e va servito fra i 10 – 12 °C. Vini più o meno strutturati, dal ventaglio aromatico più o meno intenso e complesso, minimo comun denominatore in tutti quelli degustati è l’assenza di sbavature o forzature. Caratteristiche peculiari (sapore pieno e corposo, profumo armonico) i rosati da bomino nero, da primitivo di Manduria (Aka), un vitigno quest’ultimo non facile da vinificare in rosa, e da uve negroamaro (come quello di Sabrina Soloperto). Rosato che nel Salento è il vino dell’ospitalità, dal riscontro gustativo in genere morbido, fresco e delicato. Detto questo e sottolineata la qualità di tutti i prodotti in vetrina nella kermesse sorrentina, ecco quelli che più mi hanno emozionata. Perché catturare un’emozione è la sfida di ogni vino. E di ogni vignaiolo.

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Un bel bere è senza dubbio il Valentino 2016 Cerasuolo Montepulciano d’Abruzzo delle Cantine Mucci, a Torino di Sangro (Chieti), prodotto di punta dell’azienda. Rosso ciliegia, gusto pieno, rotondo, morbido, perfetto sia come aperitivo sia a tutto pasto. Un concentrato di frutta, fresco, sapido, di corpo, con una chiusura minerale e con una nota balsamica aromatica intrigante. Diciottomila bottiglie, un microclima unico fra colline degradanti verso l’Adriatico, vicino al fiume Sangro. Un vino fatto bene ma non solo. Un vino che resta. Maestosamente semplice. Si avvicina a un rosso. Un vino che spero di ritrovare sul mio cammino. Uno dei migliori rosati italiani degustati finora. Villa Gemma di Masciarelli è un altro Cerasuolo d’Abruzzo decisamente interessante, anche qui da uve Montepulciano in purezza. Inconfondibile e delicato il naso di ciliegia e melograno, con una nota speziata e un richiamo floreale piacevolissimo di geranio e garofano che non sovrasta il fruttato. Chiude con una nota finemente ammandorlata. Di persistenza aromatica e di grande equilibrio.

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Viene dal Trentino il Pinot Grigio Ramato in purezza Pietramontis di Villa Corniole, dai fini riflessi color buccia di cipolla. L’eleganza di questo vino di montagna mi ha entusiasmata. I vigneti sono nella Piana Rotaliana, dove si trovano le cantine scavate nella roccia porfirica. Pinot grigio che in genere è vinificato in bianco ma che in questa espressione non viene snaturalizzato e regala un potente bouquet aromatico che declina su fiori gialli, piccoli frutti rossi, pera, acacia e spezie, addolciti da una nota di miele e vaniglia. Alla diraspatura seguono una breve macerazione a freddo in pressa a contatto con le bucce, pigiatura e fermentazione in parte in acciaio inox e in parte in barrique per circa un anno, più un ulteriore affinamento in bottiglia. Morbido, caldo, pieno, abbastanza strutturato e lungo nel finale. Perfetto se servito sui 12 gradi.

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I miei complimenti ad Elena Walch, che tutto quello che fa lo fa bene. Il Rosé 20/26 2016 Vigneti delle Dolomiti Igt è un assemblaggio di tre uve vinificate insieme fin dall’inizio con il metodo “saignée”: 1/3 lagrein, 1/3 merlot, 1/3 pinot nero, un vitigno quest’ultimo che nel territorio altoatesino cresce e si esprime in maniera elegante. Un rosé di struttura: anche qui ritroviamo naso e bocca di ciliegia e piccoli frutti di bosco, con una nota interessante di pepe nero che chiude in piacevolezza un sorso fresco e di buona acidità. Meglio ancora l’anno prossimo, perfetto tra due anni.

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Spumante promosso a pieni voti è il Rosanna Brut Metodo Classico da uve nebbiolo in purezza di Ettore Germano, azienda storica a Serralunga d’Alba. Fermentazione per l’80% in acciaio inox e per il restante 20% in botti di legno francese da 700 litri. Il naso è fine, il sapore delicato, la texture elegante. Tessitura gustativa che convince anche per Le mie perle de La Scamuzza, a Vignale, il primo spumante rosé metodo classico da rivisitazione di un vitigno autoctono del Piemonte, il grignolino, generalmente vinificato in rosso. Grignolino “testabalorda” per Veronelli, un vino difficile, scostante, dai tannini di energica astringenza se l‘uva non è vendemmiata matura. Lo spumante di Laura Zavattaro è una piacevolissima interpretazione di questo vitigno: molto fresco, floreale, delicatamente ammandorlato. Un vino preciso, nitido, minerale. Sa sempre intercettare le novità Mario Ronco, enologo di tante “testebalorde” e consulente di varie aziende, fra cui Castello di Gabiano.

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davConcludo con un rosato friulano, il Moscato Rosa di Forchir: uve raccolte all’alba, sentori delicati di fragole, rose e lamponi, macerazione a freddo sulle bucce, fermentazione in autoclave senza solfiti. Da vigneti alluvionali e sassosi in provincia di Udine. Dolce ma non stucchevole. Di eleganza aromatica e persistenza.