VALPOLICELLA STORICA, DA ALBINO ARMANI di Francesca Fiocchi

Prima di ripartire per la Spagna vi voglio parlare di un’altra cantina che ho avuto il piacere di visitare qualche settimana fa. Anche se definirla cantina, forse, è un po’ riduttivo, perché dietro c’è un progetto culturale più ampio che pone al centro l’estetica del territorio, l’attenzione per le piccole cose, il rispetto dell’ambiente e quindi delle persone che su quel territorio vivono. Il rispetto del rapporto dialettico fra ambiente e risorse umane coincide con il rispetto dell’identità di un luogo, della sua anima. Non uso a caso la parola “rispetto”, perché il titolare è uomo di grande sensibilità e cultura, una di quelle (poche) persone che non presta il fianco a critiche, schietto come i suoi vini, tutti estremamente territoriali e senza sovrastrutture. E amante dei viaggi, curioso, come me. Anche se devo dire la verità, i suoi viaggi sono un po’ più estremi dei miei. La sua è una vera e propria filosofia enologica che lo ha portato a creare vini riconoscibili per la loro pulizia e tipicità, in cui si sente forte e chiaro il respiro del territorio, l’onestà con cui sono prodotti – il suo Amarone ne è un esempio. Una storia, quella dell’Amarone, cui accostarsi con rispetto: il segreto è la potenza dominata dall’equilibrio, che si traduce in un’alchimia di ambiente e “saper fare” che esclude ogni forzatura.

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Siamo in Valpolicella, a Marano, nella zona originaria più antica (che pertanto può fregiarsi  della menzione “Classico” sui vini), da Albino Armani, imprenditore di origini trentine alla guida del neonato Consorzio della Doc Pinot Grigio delle Venezie, un ambizioso progetto di cui è stato promotore, che conta su 20mila ettari vitati fra Veneto, Friuli e Trentino e che mira a un miglioramento qualitativo sostanziale del prodotto. Il numero 1607 identifica la sua storia: <<Significa che a Chizzola di Ala, nel Trentino meridionale, sede della nostra cantina di famiglia, si viveva di un’agricoltura di sostentamento già  400 anni fa>>. La cantina di Marano di Valpolicella in pietre di Prun e marogne è a scomparsa, scavata dentro la montagna per non deturpare un paesaggio unico al mondo, costellato di terrazzamenti a secco senza soluzione di continuità. È in questo contesto naturale e su questi terreni calcarei, basaltici e ricchi di scheletro che nasce il signor Amarone, il vino italiano più venduto all’estero. Vino in cui una tessitura del terreno bilanciata favorisce equilibrio e longevità. La cantina interrata, adibita a bottaia, è un gioiellino che denota gusto ovunque ci si giri. Sedici metri sopra, la terrazza panoramica in piena luce, con vista sulle “marogne”, è un catalizzatore di energia e sembra obbedire alle regole del Feng Shui per l’estremo rispetto delle proporzioni e l’armonia della piantumazione, che ne favoriscono l’aspetto conviviale. Dietro il sogno un’intuizione o meglio una visione che vede questo (capace) vignaiolo-imprenditore impegnato in prima persona nella salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità e in diversi progetti di ricerca e recupero di vitigni autoctoni in via di estinzione. Un esempio è il Foja Tonda, nome dialettale dell’uva autoctona della Vallagarina, abbandonato negli anni ‘60 del secolo scorso a favore di varietà internazionali più richieste dal mercato. Albino Armani è una persona vulcanica, come il terreno da cui ricava il suo Amarone. Tanti gli interessi diffusi in tutto il Nord Est, una vastità di vigna spalmata sul Triveneto che gli permette di contare su climi, esposizioni, giaciture e suoli molto diversi fra di loro. Casa Belfi a San Polo di Piave, nella Marca trevigiana, è un piccolo paradiso naturale e di sperimentazione: dieci ettari, vigna e cantina seguono il metodo biodinamico e il vino di punta è il Prosecco Colfondo sur lie o rifermentato in bottiglia, senza sboccatura – sono poche le cantine che lo producono. Nei terreni in Val d’Adige, che risentono dell’influsso del vicino lago di Garda, viene portato avanti il progetto di recupero del Foja Tonda, un vitigno e un vino simbolo della biodiversità (Casetta Terradeiforti Doc): dal 1962 il cuore dell’azienda è a Dolcé, cabina di regia dove tutte le bottiglie prendono forma. E poi il Trentino: in quella Val d’Adige che diventa Vallagarina, vigneti fra Ala e Avio, ai piedi del monte Baldo, si produce un Metodo Classico dalle acidità importanti e pas dosé (o con un delicatissimo liqueur d’expedition alla sboccatura), in linea con l’eno-filosofia che punta alla territorialità nel bicchiere, quindi spumanti molto rigorosi, secchi, puliti: le uve pinot nero e chardonnay per l’ 823 Doc Trento maturano vicino ai boschi di Maso Michei, in alta Valle dei Ronchi, dove proprio a 823 metri di altitudine, da qui il nome, questo Metodo Classico vince il limite della coltivazione della vite. A Sequals, in alta Grave friulana, territorio di tradizione bianchista, sono 130 gli ettari di vigna che l’imprenditore trentino coltiva, con risultati decisamente interessanti sulla Ribolla, un vitigno varietale che nasce dai terreni sassosi ai piedi delle Alpi Carniche e che l’azienda non vinifica in autoclave ma con il Metodo Classico. Anche qui la cantina, con le sue pareti foderate in rame, si fonde armonicamente con il paesaggio.

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(In foto, l’imprenditore Albino Armani)

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Marano, l’Amarone. Un contesto naturalistico a misura d’uomo, ideale per un turismo slow, che però fatica a decollare, se pensiamo al Chianti o alle Langhe. L’architettura rurale è definita dai caratteristici muri a secco, tracciati secondo il pendio, che servono da terrazzamento alla collina (spesso difficili da coltivare e vendemmiare) e dal sistema d’allevamento a pergola. Le viti in questo contesto convivono con olivi e ciliegi. <<I conoidi che da Negrar arrivano a San Rocco sono area vulcanica>>, spiega Albino Armani. <<Siamo intorno ai 500 metri di altezza. Le marne conferiscono una forte caratterizzazione ai vini, perché favoriscono un importante accumulo zuccherino mantenendo un buon livello di acidità. Il risultato è un vino con acidità molto ben espresse, lattici rotondi, eleganza più che struttura e colore>>. Nella cantina interrata una decina di anfore. <<Le usiamo da tempo nella nostra azienda in regime biodinamico, qui le abbiamo portate tre anni fa e ora le utilizziamo per il Ripasso. L’anfora mi consente di mantenere una buona ossigenazione del vino senza aroma di legno, che non amo particolarmente perché punto a definire una precisa pulizia territoriale>>.

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Due i vini degustati: un Amarone classico, espressione pura della zona a ovest di Verona, e uno “allargato”, con uve della Val d’Illasi, più a est, e di Marano, che mi ha sorpresa e conquistata. Il Cuslanus 2011 esprime la tipicità del territorio “classico” ed è un gran bel bere, complice una delle migliori annate degli ultimi tempi, che saprà regalare grandi risultati su invecchiamenti importanti. Naso vellutato e gentile di frutta in confettura, muschio e prugna. Al palato è coerente, essenziale, completo. A mio avviso ancora giovane ma equilibrato, comincia a delinearsi il suo carattere pieno e complesso. La vellutata armonia glicerica è in sinergia con una piacevolissima componente sapida e tannica. Sentori di appassimento e note di cioccolato e spezie restano in sottofondo. Succoso. Un vino che regala lunghezza e persistenza. Gradevole il fondo balsamico e il retrogusto amaro. Di sorso elegante.

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Il secondo Amarone, annata 2012, è prodotto con uve della Val d’Illasi e di Marano. Anche qui un grande vino di terra senza fronzoli, pulito, di potenza espressiva e intensità gusto olfattiva. All’inizio un po’ chiuso, poi esplode in un’esuberanza dai contorni sempre ben definiti, introdotta da una soffusa nota eterea che lo mantiene sulla falsariga della finezza, con un frutto ancora croccante. La trama tannica fitta e soffice accompagna tutto il sorso, il tannino è morbido ed elegante. Sottili le note agrumate, delicatissimi i sentori di fiori rossi appassiti. Un vino ricco di estratto ma sorprendentemente fresco, di grande respiro. Freschezza che nel sorso smorza l’alcolicità, con una chiusura minerale piacevolissima. Chapeau!

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Mi ha convinta anche la grappa di Amarone dalla distillazione di vinacce di uve appassite. Grappa che è distillata in Trentino, a Faver, dall’arcinoto Bruno Pilzer, uno stile unico nel suo genere. Profumi e aromi delicati: solo la vinaccia più fresca e la frutta più fragrante garantiscono la pienezza del bouquet. <<La nostra vinaccia è funzionale a produrre grappa, non è concepita come sottoprodotto. Non la torchiamo: dopo un giusto periodo di affinamento la mettiamo in mano a chi sa estrarre gli aromi del frutto. Come Bruno Pilzer>>.

Una giornata ben riuscita. Un contesto grazioso e “gentile”, elegante ma non snob, sobrio, estremamente rispettoso della natura e dei suoi cicli. Insomma una giornata da wine&nature super lover. (www.albinoarmani.com)