CON GIUSEPPE ARENA… ENOTECA PECK di Francesca Fiocchi

Incontro Giuseppe Arena a Milano, da Peck, il sogno nel food e nel wine dell’intraprendente Leone Marzotto, che vorrebbe aprire una piccola catena. A giudicare dal contesto, dalla qualità del cibo, dall’ottima carta dei vini ma soprattutto dalla fornitissima enoteca, che nulla ha da invidiare alla madrilena Lavinia, possiamo scommettere sul buon esito dell’avventura. Giuseppe Arena è un fuoriclasse. Uno che riesce a tirar fuori dal cappello magico non tanto i vini migliori – per questo basterebbe consultare una guida enologica – ma quelli che strappano un’emozione. Così è stato per un Verdicchio in purezza dei Castelli di Jesi, precisamente della Tenuta di Tavignano. Impattante. Da urlo. Uno dei migliori, se non il miglior Verdicchio degustato fino ad oggi. Un vino che non ha bisogno di sovrastrutture o accompagnamenti importanti per raccontarsi nel bicchiere. Perché trae la sua ragion d’essere in se stesso: completo, elegante, preciso. C’è dentro tutto quello che ci si può aspettare da un Verdicchio, simbolo e orgoglio delle Marche. In Francia un vino di questo carattere si fregerebbe tranquillamente dell’appellativo di cru. Ma i francesi sono un’altra cosa, si sa. Qui in Italia le cose funzionano diversamente.

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Giuseppe Arena, origini siciliane ma una vita passata a Milano nella moda e nella comunicazione, è brand ambassador – quanto mi piace questa parola! – delle principali case vinicole italiane. Si occupa, tra le altre cose, del posizionamento di una cantina nella ristorazione stellata. Ma non proprio di tutte le cantine. <<Solo di quelle che mi emozionano>>, mi racconta. <<Per vendere un prodotto devi prima di tutto crederci, devi amarlo come se fosse tuo. Oggi dall’alto di una lunga carriera in questo settore mi posso permettere il lusso di scegliere: scegliere con chi lavorare. Fondamentale è il feeling che si viene a creare, i rapporti umani, che vengono prima di qualunque business>>. Qualche nome delle aziende con cui ha scelto di lavorare? Luciano Sandrone, Tenuta di Tavignano, Siro Pacenti, Siddura. Gli inizi sono friulani, con Ronco del Gelso, a Cormons. Da lì una strada tutta in salita. <<Mio padre aveva una piccola vinicola in quel di Agrigento. Faceva il Nero d’Avola. Io ho intrapreso altri cammini e poi il vino mi ha chiamato di nuovo a lui>>.

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(In foto, interni di Palazzo Parigi, a Milano, luogo dell’evento “L’arena del vino”)

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Quest’anno la prima edizione dell’Arena del vino, da lui ideata, è stata un successo. Un progetto che ha riunito a Milano, a Palazzo Parigi, i più grandi nomi dell’enologia italiana e internazionale, fra gli altri Bibi Graetz, Barbara Sandrone, Laurent Perrier, Baglio del Cristo di Campobello, Garbole, Tenuta Trinoro, Renato Ratti. Il tema era la sartorialità nel vino e nella moda. <<Due concetti e due mondi che si sposano benissimo. Anche il vino come un abito può essere sartoriale. Dietro ci sono mesi, se non anni di minuzioso e preciso lavoro. Il risultato non può essere letto solo come un prodotto, è un sentimento>>, commenta Giuseppe Arena. Da qui la collaborazione con il made in Italy di qualità: il vino da una parte, dall’altra la moda sartoriale di Piantadomino per le calzature artigianali e Federico Sangalli e Donato di Veroli 1985 per gli abiti su misura. <<Per il nostro evento Piantadomino ha dipinto con le vinacce delle originalissime scarpe artigianali, una chicca per pochi>>.

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Ed ora il Misco Riserva 2014, Tenuta di Tavignano, Verdicchio in purezza. <<Dietro c’è un progetto importante>, spiega Arena. <<Tra tre anni si punta ad uscire con annate più vecchie. Al palato ha una profondità notevole. Anche il loro Rosso Piceno Libenter è di gran classe>>. Una rivoluzione che riguarda non solo i vini ma anche l’immagine dell’azienda. La nuova etichetta, essenziale ed al contempo elegante, è merito di un’artista del settore che ama lavorare “in purezza”, Caterina de Renzis Sonnino, fiorentina: è lei che ha disegnato, tra le altre, l’etichetta del Brunello Pian delle Vigne di Antinori. Quello che dà vita al Misco è un contesto produttivo magico. Siamo in collina, tra mare e montagna, vicino a un fiume: un microcosmo in perfetto equilibrio che si esprime in tutta la sua armonia nella riserva. L’azienda è relativamente giovane, se pensiamo alle grandi dinastie del vino: è nata all’interno di un castello, a Cingoli, nella campagna maceratese, su un colle che domina a nord la valle di Jesi e a sud quella del Musone. I coniugi, di stirpe nobiliare, Beatrice Lucangeli e Stefano Aymerich di Laconi, ingegnere, negli anni ’90 hanno deciso di avviare un’agricoltura di qualità, puntando sul Verdicchio quando gli altri vignaioli erano concentrati sull’internazionale. Una scelta coraggiosa: vitigni autoctoni, cordone speronato, basse rese (circa 60 quintali per ettaro), vinificazione senza barrique, la qualità da subito. Oggi la nipote Ondine de la Feld, un passato da designer, ha raccolto il testimone e mostra carattere. Circa sedici gli ettari dedicati al Verdicchio e tredici ai rossi: sangiovese, in misura minore Montepulciano, Lacrima di Morro d’Alba, Cabernet Sauvignon e Merlot. L’enologo è Giulio Piazzini, con la consulenza del noto (e bravo) Pierluigi Lorenzetti. Il segreto del Misco è nella vendemmia, nei due/tre passaggi in vigna: l’ultima raccolta è leggermente surmatura (ma il vino resta secco perché il residuo zuccherino non è mai oltre i 3 grammi al litro). Un lavoro certosino. La riserva matura per 12 mesi sui lieviti, ne seguono minimo altri 18 in bottiglia. È prevista una breve macerazione pellicolare in pressa per 4/5 ore senza l’utilizzo del freddo.

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Il Misco Riserva, tante cose insieme. Innanzitutto fa solo acciaio inox: nessuna contaminazione del legno, rispetto assoluto del varietale. Un vino che nasce da terreni ricchi di argilla e calcare, a 300 metri di altitudine. Sicuramente un vino verticale, che non strizza l’occhio a nessuno. Lungo, intenso e di precisione aromatica, conquista con un bouquet ricco e complesso, in continuo divenire, che vira dal floreale al fruttato, e ancora dalla frutta fresca gialla, come la pesca, a quella tropicale, con suggestioni di frutta secca e un’evoluzione lenta sul vegetale. Al palato è un vino che regala intense emozioni, forse ancora più che al naso: è succoso, con un bel finale amarognolo che gli conferisce carattere. Al sorso, freschezza, freschezza e ancora freschezza. Ottimo l’equilibrio tra la morbidezza e una sapidità grassa. Di profonda mineralità calcarea. Se lo leggo in prospettiva, fra un paio d’anni ancora meglio. Un vino che parla marchigiano, che racconta il mare e la montagna, la tradizione, la cultura, l’uomo. Un vino a tutto pasto ma col frac. Sicuramente sartoriale.