TENUTA DI ANGORIS, VINI NOBILI CHE SANNO DI FRIULI di Francesca Fiocchi

Una bombola a gas e una candela temporizzata riproducono il rumore di uno sparo per allontanare gli stornelli, che l’anno passato sono riusciti a portar via 5 – 6 quintali di uva. Se nella zona più alta il problema sono i cinghiali, a Cormons gli stornelli passano dalle pannocchie di mais all’uva che invaiata è dolce e spicca tra il fogliame. Non siamo sul set di un film, anche se il territorio ben si presterebbe, ma nella spettacolare Tenuta di Angoris, nel Goriziano, una delle aziende che ha scritto la storia vitivinicola del Friuli Venezia Giulia e che grazie a un enologo di talento sta mettendo a segno, soprattutto in questi ultimi anni, dei vini precisi, calibrati, fortemente identitari ed eleganti, vini che in degustazione mi hanno impressionato per persistenza olfattiva e profondità aromatica. Sono vini puliti, di grande corrispondenza gusto olfattiva, frutto della miglior tradizione territoriale, questo grazie a un’estrema cura del vigneto, a vendemmie scalari e a tecniche di vinificazione che prevedono per l’affinamento l’uso dell’acciaio e solo su alcuni vini di tonneaux più che di barrique, in modo da controllare meglio la cessione degli aromi del legno, preservando il varietale. Grande qualità sia sulla produzione di collina sia su quella della valle dell’Isonzo. Il Friulano Villa Locatelli 2016, doc Isonzo, ha appena vinto la Corona, massimo riconoscimento della guida ViniBuoni d’Italia, dedicata ai vitigni autoctoni, più la corona della giuria “Le corone le decido io”, composta da winelovers e giornalisti – sono solo ventisei le aziende friulane che si sono aggiudicate questo riconoscimento durante le Finali di Buttrio a fine luglio.

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Al di fuori del contesto guida avere la possibilità di calarsi nella realtà di alcune delle cantine che più ti hanno emozionata, aiuta a capire meglio cosa stai bevendo, in altre parole il senso di un vino, la sua essenza, la sua storia, che poi è la storia professionale e personale di chi quel vino lo fa. Nelle mie giornate friulane ho “incontrato” un territorio sicuramente in crescita qualitativa sui vini rossi, come il Pignolo, vino difficilissimo da gestire quanto ai tannini ma che se finisce in abili mani illuminate da una mente sensata può diventare il vino portabandiera di un’azienda. Friuli che sui vini bianchi si conferma leader nel panorama nazionale con prodotti che stanno dimostrando non solo di reggere il passare del tempo ma di ampliare il bouquet e la persistenza aromatica senza essere minimamente intaccati da note ossidative. Per rendere l’idea, mi sono sentita un po’ Alice nel paese delle meraviglie. In questo viaggio sensoriale nella storia di Angoris sono accompagnata dall’enologo Alessandro Dal Zovo, i cui meriti ho appena descritto. Da dodici anni in azienda, mi guida in un percorso fatto di vigna, cantina e per ultimo di bottiglia con una degustazione delle migliori etichette. Ero stata invitata anche a fine maggio – ma ahimè non avevo potuto presenziare – quando in occasione dell’anteprima del loro Spiule Chardonnay doc 2015 sono riusciti a dar vita a una degustazione storica dalla Valle D’Aosta al Caucaso, dedicata ad alcuni vitigni autoctoni  a bacca bianca coltivati lungo il 45° parallelo. Un evento di grande successo che mi auguro sarà ripetuto in occasione di altre anteprime, perché di iniziative come questa c’è bisogno un po’ in tutto il Friuli.

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L’amministratore delegato è una donna, Marta Locatelli, che porta sulle spalle una grande responsabilità: più di 350 anni di storia, una presenza capillare in 44 Paesi e approssimativamente 600 ettari di terreno: 550 in un corpo unico, più altri due poderi staccati, uno di dieci ettari nella zona del Collio, al confine tra Cormons e Dolegna, e uno di 20 a Rocca Bernarda, sui colli orientali. Due le linee per tre denominazioni: i vini di pianura escono con la Doc Isonzo (sono dieci tipologie) e quelli di collina sono firmati Collio e Colli Orientali e comprendono anche alcuni autoctoni come la Ribolla gialla, lo Schioppettino, il Pignolo e il Refosco. Reperti storici conservati in azienda mostrano i vini della tenuta nelle fiere agricole dell’Ottocento: da lì l’azienda non si è più fermata, alzando ogni decennio l’asticella qualitativa. Un appunto. Di grande allungo gustativo lo Spiule Riserva Giulio Locatelli, uno Chardonnay in purezza che per l’ 80%  fa affinamento e vinificazione in acciaio, senza malolattica, e per il restante 20% in tonneaux da 500 litri. Degni di nota sono anche il Pinot grigio del Collio Vos da Vigne e il Friulano Colli Orientali. Fra i rossi sorprende il Pignolo, una piccola produzione autoctona che si distingue per eleganza e longevità. Un discorso a parte andrebbe fatto per la riserva del Merlot. Sono 650mila le bottiglie totali prodotte: la parte del leone la fa la doc Isonzo (per il 70-80%), dove si concentra la superficie aziendale vitata. Annessa alla proprietà la splendida Villa Locatelli, utilizzata oggi per eventi e matrimoni, che ha ospitato durante la metà dell’Ottocento i Borbone, eredi al trono di Francia. <<Passavano le giornate andando a caccia >>, racconta lo storico friulano Stefano Cosma, che mi fa da cicerone in questo viaggio nel mondo Angoris, un universo che non si può afferrare senza un excursus nel glorioso passato aziendale. <<Tutto ha inizio con il barone Locatello Locatelli, originario della Bergamasca, che si era sta stanziato in questo angolo di mondo durante la guerra dei Trent’anni. Era un colonnello dell’esercito imperiale e vinse diverse battaglie, tanto che l’imperatore del Sacro Romano Impero, Ferdinando III d’Asburgo, lo ringraziò regalandogli 300 campi, circa 100 ettari, nella zona di Cormons. Questo premio fece la fortuna della famiglia, che iniziò a produrre vini. La proprietà fu successivamente venduta ad un altro Locatelli, di origine padovane. Oggi continua il nome>>.

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<<Il vino si fa in cantina ma si produce in vigna >>, spiega Alessandro Dal Zovo mentre ci accompagna tra filari che sembrano pettinati, dove l’uva cresce sana e il Pinot grigio mostra un avanzato stadio di maturazione. <<La vendemmia quest’anno gioca d‘anticipo, almeno di una settimana sulla media annuale, grazie a una primavera calda seguita da buone punte di piovosità. Abbiamo terminato i trattamenti con principi attivi residuali, quelli che non lasciano alcun tipo di residuo nel vino e nel mosto successivo, a fine giugno. Visto l’eccellente decorso naturale dell’uva abbiamo fatto uso solo di rame e zolfo durante il mese di luglio. Ora aspettiamo di raccogliere, approssimativamente intorno al 25 di agosto>>. In cantina le uve sono pigiate, diraspate e raffreddate con anidride carbonica, operazione che permette due cose: primo, di non  rovinare la buccia; secondo, di creare un ambiente inerte per preservare dallo stress ossidativo, conservando il patrimonio olfattivo, i polifenoli presenti sulle bucce. La temperatura di abbattimento è in funzione del tipo di uva e della durata della macerazione in pressa. <<Se si tratta di un’uva aromatica come il sauvignon possiamo optare per una macerazione di 12 ore a temperatura  bassa, intorno a 8 gradi, quando normalmente si porta sui 12-13. Abbiamo 4 presse pneumatiche: la pressatura è sempre molto leggera, controlliamo l’innalzamento del ph e quando siamo a 0,6 – 0,8 bar di pressione separiamo il mosto secondario per preservare acidità e freschezza. La successiva fermentazione con lieviti selezionati avviene in acciaio a temperatura controllata>>, continua Alessandro Dal Zovo. <<Le uve rosse non finiscono in pressa: sullo Schioppettino, il Refosco e buona parte del Merlot effettuiamo una macerazione prefermentativa con CO2. Terminata la fermentazione, i vini di pianura, ossia quelli della doc Isonzo, fanno affinamento in acciaio o in cemento, mentre  i vini di collina in tonneaux da 500 litri o in barrique per un anno>>.

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Un impianto fotovoltaico da 200 kW permette alla tenuta di essere in questo periodo dell’anno quasi autosufficiente dal punto di vista energetico. << La tecnologia in cantina è fondamentale. In passato il vino era filtrato a cartoni o con della farina fossile. Oggi utilizziamo un filtro a membrana sequenziale che filtra il vino scalarmente prima di essere imbottigliato. Abbiamo anche un ciclo chiuso dell’acqua grazie a un pozzo autorizzato: quello che attingiamo ad uso cantina viene poi convogliato in un depuratore e rimesso in falda senza spreco di acqua>>. Nella parte interrata spicca una bottiglia dimostrativa con i lieviti in punta. L’azienda produce dal 1973 un metodo Charmat, circa 80 – 90mila bottiglie, con la stessa cuvée: Pinot bianco, Pinot nero e Chardonnay. Più una piccola produzione, 5mila bottiglie, di Metodo Classico: il 2013 sarà sboccato prima della vendemmia. Il Metodo Classico 100% Chardonnay riposa 48 mesi sui lieviti e per un 2 – 3% fa legno. <<Sui vini rossi preferisco il tonneaux  perché c’è meno cessione e più rispetto del varietale: le barrique nuove le uso sul Pignolo in grandi annate. Il nostro obiettivo è che il legno sia solo il contenitore che fa da unione tra antociani e tannini, stabilizzando il colore, ma senza cessioni organolettiche importanti>>.

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Ed ora arriviamo ai vini degustati: i bianchi fanno solo acciaio, tranne lo Spiule che per un 20% fa legno. Si parte con il 1648 (che si legge “sedici quarantotto”), un Metodo Classico Brut Rosato, annata 2010, da uve pinot nero, sboccato nel 2015, che dà un seguito al Nature, il loro primo Metodo Classico. Sono le ultime bottiglie, perché il vigneto è stato convertito per realizzare un Pinot nero fermo. Al naso è finemente floreale; in bocca è sapido, minerale. Nel bicchiere l’imperativo è eleganza.

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A sorprendermi è il Sauvignon, che in Francia, si sa, gioca un altro campionato: toni agrumati, note di pesca, ottime mineralità. Ma in questo caso mi devo complimentare con Alessandro Dal Zovo: non ho sentito la foglia di pomodoro, tantomeno la pipì di gatto tipica del clone R3. Posso definirlo un Sauvignon dallo stile francese, più elegante di molti altri degustati, questo Sauvignon Blanc Isonzo del Friuli 2016: breve macerazione a freddo e maturazione in acciaio per cinque mesi. Al naso è  ricco. In bocca lungo, denso, splendidamente aromatico, agrumato, con note di pompelmo giallo, melone, ananas. Finalmente il fruttato che prevale sul vegetale… Chapeau! Di allungo gustativo, con sensazioni mentolate. L’enologo mi spiega  che l’impianto è a 7200 piante a ettaro con cinque cloni: quello principale è il classico friulano R3, gli altri sono cloni francesi. <<Li vendemmio e vinifico separatamente e poi li assemblo insieme all’R3. L’obiettivo è esaltare l’eleganza dei cloni francesi>>.

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Il Pinot Grigio Collio 2016, 14% Vol., è un altro bel bere, di grande freschezza. Un gradevole fruttato ingentilito da note di fiori di campo, persistente. Siamo a un grado e oltre rispetto alla doc Isonzo, ma l’alcol non si percepisce più di tanto grazie a un ottimo equilibrio e a una buona struttura. Equilibrio che in un vitigno come il tocai, che tendenzialmente ha un crollo di acidità nella maturazione, si raggiunge solo con vendemmie scalari. Altro chapeau! Di grande personalità è il Vos da Vigne, Pinot Grigio 2006 Collio, dieci anni di differenza rispetto al precedente: annata calda, gradazione sostenuta. Qui esce la ponca in tutta la sua essenza. Una bottiglia di un’integrità assoluta, avanti così…

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Il Friulano Colli Orientali 2016, 14% Vol., è il classico Tocai da vigna vecchia, con note iniziali di pietra focaia e grande corrispondenza in bocca. Un vino che sa di miele, acacia e mandorla, con sensazioni vegetali. Cremoso, lungo, caldo e di intensa mineralità. Un vino da vigne di 50 – 60 anni, frutto di  tre vendemmie scalari: all’inizio della maturazione per ottenere una base di freschezza e acidità; a maturazione e in surmaturazione, quest’ultima solo per le uve sulla ponca, che essendo sempre in stress idrico non dà problemi di marciume al grappolo. Prima dell’imbottigliamento viene effettuato l’assemblaggio.

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Lo Spiule è lo Spiule, uno Chardonnay Colli Orientali Riserva 2014, che fa legno per un 20% in tonneaux da 500 litri dove viene svolta anche la malolattica. I due vini dopo l’assemblaggio affinano un altro anno in bottiglia. Due le vendemmie: la prima a maturità dell’uva per un 70-80%, un 20% in surmaturazione. Naso fresco, fragrante (brioche, crosta di pane), con note di frutta gialla. Buona ricchezza in bocca e struttura per un vino rotondo, morbido, elegante, molto preciso sul finale. Di ottima acidità.

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Quando i friulani lavorano sui rossi autoctoni ecco che escono vini di carattere, grintosi. Voglio parlare di due in particolare: lo Schioppettino Colli Orientali 2015 e il Pignolo Riserva 2012 Giulio Locatelli. Per il primo vinificazione stile francese. Maturazione tardiva delle uve e prefermentazone a freddo, intorno agli 8 gradi, per almeno due giorni per estrarre il più possibile il patrimonio aromatico della buccia. L’affinamento è in tonneaux  per sei mesi e per altri sei in acciaio per preservare il frutto, la speziatura, l’aroma tipico del varietale. È imbottigliato nel mese di ottobre dell’anno successivo alla vendemmia. Schietto, di buon corpo, con aromi accentuati senza cedere in eleganza. Finale piacevolmente amaro. Come scriveva Mario Soldati nel suo Vino al vino, lo Schioppettino è un solitario senza macchia. Il Pignolo è ancora giovane a mio avviso ma promette di essere un capolavoro. Solo mezzo ettaro di vigna, difficile da gestire perché i germogli sono molto sottili. La sua caratteristica principale da domare è il tannino, che in questo caso si presenta maturo. La fermentazione avviene in legno nuovo in tonneaux o in barrique che sono posizionate verticalmente, viene tolto il tappo e fatta la follatura alla vecchia maniera. Affina  4 – 5 anni nel legno e poi un altro in bottiglia. Al naso è un trionfo di china e pepe nero. In bocca è croccante, con note balsamiche e di cuoio. Buona corrispondenza. Ideale con un bel brasato di cinghiale. <<I tannini li togli o con la chiarifica di gelatina, che noi non facciamo, o con la pazienza, aspettando, lasciandolo riposare nel legno nuovo, magari travasandolo una volta all’anno. Solo così fa sentire il suo carattere unico. Solo così si riesce a tirar fuori un grande vino>>.

Concordo, Alessandro Dal Zovo! Il Pignolo è un vino che va amorevolmente atteso se si vuole fare un grande rosso, altrimenti si corre il rischio di banalizzarlo. Letto in prospettiva, da applausi.

Sotto la photogallery della splendida degustazione alla Tenuta di Angoris:dav

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