CARLO DI PRADIS, IDENTITÀ E APPARTENENZA di Francesca Fiocchi

Oggi vi voglio raccontare un’altra bella storia, fatta di vignaioli veri, di mani sporche di uva e di vino. È una storia fortemente identitaria quella di Carlo di Pradis, di grande appartenenza territoriale, al Friuli, al Collio in particolare (è tra le famiglie fondatrici del Consorzio). Rispetto della tradizione e territorio che ritroviamo espressi in tutta la loro eleganza e unicità nei vini di Boris e David Buzzinelli, terza generazione, uomini di fatti e di poche parole. David Buzzinelli è in vigna quando durante il tragitto lo raggiungiamo telefonicamente per una visita fuori programma. Ma siccome è una persona gentile ed educata, non manca di farci provare i suoi vini. Arriviamo in azienda quasi contemporaneamente. Constato di persona che è vero quanto scritto sul sito aziendale riferendosi alla cantina: <<Il nostro piccolo regno dove troverete sempre chi vi accoglie con un sorriso e un calice di vino>>. Chapeau! Iniziamo bene. Sono di buonumore.

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Mi trovo a Cormons, precisamente a Pradis, nel Goriziano. Terra di marne  e arenarie, il cosiddetto flysch di Cormons, ma anche terra di aziende che hanno scritto la storia vitivinicola del Friuli Venezia Giulia, regione dai tanti e diversissimi terroir che danno vita a vini personalissimi, distintivi. Boris e David hanno fatto delle scelte precise di rispetto ambientale: l’olio di colza per i trattori, l’energia del sole per la cantina, la tecnologia del freddo per i vini. I vigneti, quindici ettari, si trovano per metà intorno all’azienda, nel Collio, e per l’altra metà nei comuni di Moraro e Mariano, nella Doc Isonzo. David Buzzinelli mi racconta che stanno entrando in produzione nuovi vini di collina, legati a una scelta di valorizzazione dell’autoctono. Una decisione ponderata, di carattere culturale più che economico. Lo Scusse, che in gergo locale significa “bucce”, è il loro Friulano portabandiera, un bel vino macerato, l’unico loro bianco che fa legno: fermentazione lunga 18-20 giorni sulle bucce, affinamento in botti di rovere francese da 1500 litri per uno o due anni e battonage settimanali per tenere in sospensione i lieviti.  L’azienda produce sulle 70mila bottiglie, per il 90% è una tradizione bianchista: Friulano, Pinot grigio, Sauvignon Blanc e Chardonnay, quest’ultimo esce solo con la Doc Isonzo. Il restante 10%  è rappresentato da Merlot e Cabernet Franc, ma sempre e solo in pianura. <<Nel Collio non facciamo più il vino rosso, ci stiamo focalizzando sugli autoctoni bianchi>>, mi racconta David Buzzinelli. <<Quando abbiamo preso in mano l’azienda da nostro padre, Carlo, nel ‘92,  producevamo diverse qualità in Collio: traminer, pinot bianco, pinot grigio, sauvignon blanc, merlot, cabernet. Abbiamo cominciato a stringere: l’obiettivo è di arrivare a coltivare quasi esclusivamente gli autoctoni in collina e spaziare con gli internazionali nella parte pianeggiante. Non è un passaggio immediato: in questo momento in Collio coltiviamo friulano, pinot grigio, sauvignon e stanno entrando in produzione ribolla e malvasia istriana>>. Guai a parlargli di Ribolla spumantizzata. <<Non fa per me. È quasi eretico parlare di spumantizzazione della Ribolla nel Collio. A meno che si tratti di Collavini: il suo è un prodotto di alta gamma, un metodo Charmat molto lungo, vicino a un Metodo Classico. Qui, ormai, molti parlano di Ribolla gialla spumante che forse vede l’autoclave sì e no 40 giorni. Mi piange il cuore a veder distruggere in questo modo un prodotto che potrebbe essere una punta di diamante. La ribolla è un vitigno altamente autoctono per il Collio, ma viene usata come moda in altre zone>>, continua, rimarcando che <<non bisogna cercare di creare un prodotto che concorra col Prosecco, è riduttivo, non è una scelta di crescita per un territorio, di rispetto dei suoi valori intrinseci, anche perché non si potrà mai concorrere vista la vastità di terreno del Veneto>>.

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David si diverte, da appassionato quale è e da piccolo vignaiolo che fa questo mestiere ancora con un sentimento, a metter da parte qualche bottiglia di vini macerati e non per studiarne l’evoluzione nel tempo, per superare se stesso. Sono bottiglie che non possono essere bevute ma vanno degustate, centellinate seduti amabilmente intorno a un tavolo. In un’occasione speciale. <<Se le mettessi sul mercato le venderei subito>>, mi dice. Come alcune bottiglie di Collio Bianco del ‘99. Che sono lì…

La Ribolla gialla e la Malvasia stanno entrando in produzione. <<Gli impianti sono giovani, nascono per creare un Collio Bianco molto tradizionale: sarà un uvaggio territoriale, resteremo sugli autoctoni in purezza per un futuro nella Docg delle grandi selezioni. L’obiettivo è creare un vino bianco unico nel suo genere. Credo che tra un paio di anni ci saremo>>, spiega David Buzzinelli. <<Per piantare malvasia e ribolla abbiamo dovuto togliere parte del sauvignon blanc: non è stata una decisione facile perché in questo momento storico è tra i vini più richiesti dal mercato. La nostra è la scelta di non seguire le mode, ma di pensare al territorio e alla sua crescita culturale, anche perché quando si impiantano i vigneti si fanno investimenti minimo a 30 anni. In un’area particolarmente vocata a certe varietà non si possono appiattire la storia e la cultura di un vino, al contrario dobbiamo prenderne coscienza valorizzando le tipicità, differenziandole. In un bicchiere non troviamo solo un vino, anche perché chi andrebbe a lavorare in collina solo per questo? Noi difendiamo la nostra purezza, l’unicità in tutto quello che facciamo>>. E conclude: <<La pianura friulana ha cominciato a produrre vino perché il mais non rendeva, è stato quindi un discorso economico non un discorso legato a un fattore culturale. Le linee guida di questa economia non si possono seguire: se domani il mais torna a rendere toglieranno la glera e pianteranno di nuovo il mais. Chi invece lavora 10 – 15 ettari di terreno non è un imprenditore: è uno che fa sacrifici, fa filosofia in vigna e non farà mai i soldi>>.

davUna bella lezione, peccato che il tempo scorra velocemente. Troppo. Passiamo ora ai vini degustati. Parto con l’anteprima del Sauvignon 2016, di cui in vigna David Buzzinelli mi ha fatto assaggiare l’uva aromatica (sanissima). Un vino che ha sulle spalle solo dodici giorni di bottiglia. Mi spiega che le consegne le fa generalmente a settembre ma i clienti scalpitano perché sono rimasti senza scorte. Si tratta di un bianco indubbiamente ancora giovane (tra un paio di mesi un gran bel bere), che mostra più corrispondenza al palato che al naso. Ma un buon Sauvignon si riconosce subito. Lo giudico senza paragoni con altri terroir, come la Loira, Bordeaux.  È un vino che esprime elegantemente il suo varietale, con una bella carica aromatica cui fa da contrappeso una buona sapidità. In bocca è fresco, di buona acidità, fa sentire tutta la vivacità degli aromi, arricchiti da delicate note vegetali  e finemente erbacee senza per questo essere un vino pungente, anzi con una bella armonia gustativa e olfattiva, complice sicuramente un’uva raccolta a buona maturazione.  La componente fruttata conserva la sua freschezza, piacevolissime le note agrumate e l’accenno di mandorla in chiusura. Ricorda il profumo dell’uva. Giovane, scalpitante ma con delicatezza.

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Passiamo alla Ribolla Collio 2016. È equilibrata, piacevolmente beverina. Un vino che non vuole essere altro da quello che è: finemente floreale, con un ritorno aromatico finale. Di gradevole acidità ed elegante freschezza. Ottimo anche per un aperitivo. Il Friulano Collio 2015 rispecchia il vitigno come da copione: di spiccata mineralità, con un sottofondo di mandorla amara, in equilibrio tra sapidità e morbidezza. Note vegetali di camomilla e fiori d’acacia richiamano il varietale e sono in armonia con sensazioni di frutta a polpa gialla e tropicale unite a quelle tipiche dell’uva pienamente matura. Di esemplare pulizia.

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E ora la Malvasia, un vino che in questo territorio si carica di grande fascino e dà il meglio se interpretato virtuosamente, in questo caso con una lentezza esasperante: poco più di vent’anni. Degustiamo la Malvasia del ’96 e del ’97 assemblate, pochissime bottiglie: sono stati ricavati cento litri su dieci quintali. Al naso e in bocca è ossidata e molto aromatica, da uve mature, evolute. Vinificata proprio con un approccio ossidativo che gli conferisce originalità gustativa e generosità organolettiche. In bottiglia senza solforosa. Direi che si tratta di una Malvasia fieramente ossidata. Sono vini che se li immagini sbagli. Accadono. Credo che David Buzzinelli non mi possa smentire. L’ossidazione, si sa, non è per tutti. Restituisce un territorio in una chiave di lettura diversa. Gioca su equilibri precari, difficilissimi da controllare. A volte crea il confine tra vini da meditazione e non, un humus che prima che essere tattile è culturale. Si sentono il fico, l’albicocca disidratata. Avvolgente. Chiude con una elegante nota amarognola. In bocca belle sensazioni volumetriche. Un vino che ha bisogno di occasioni per essere stappato. Non per tutti. Si potrebbe correre il rischio di banalizzarlo, o peggio fraintenderlo. Quando si dice l’importanza dei difetti…