LA MELONERA, FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE di Francesca Fiocchi

La Melonera. Un vitigno autoctono dai grappoli striati e squisitamente aromatici. Che dà il nome a una cantina arroccata sulle montagne andaluse e a un ambizioso progetto di recupero di varietà estinte. Un sogno che riunisce non proprio due persone a caso. Il ceo è Jorge Viladomiu Peitx. Il presidente, nonché suo cugino, è Javier Suqué Mateu. Non vi dicono niente i due nomi? Javier Suqué è enologo di una delle più importanti famiglie vinicole spagnole ed è presidente del gruppo Perelada: il Castillo de Perelada, in provincia di Gerona, produce vini e cavas di qualità e nelle sue cantine sotterranee la produzione va avanti dal XIV secolo. Secondo Gilbert & Gaillard il Castillo è una delle migliori sei cantine di Catalogna: l’ultimo investimento, di 30 milioni di euro, con l’obiettivo di portare il suo nome e la DO Empordà nel mondo, prevede la costruzione di una nuova cantina, che sarà pronta nel 2019, prima in Europa costruita con certificazione di sostenibilità ambientale ed energetica LEED® BD + C e opera di uno studio di architetti premiati col Pritzker. Jorge Viladomiu Peitx, invece, ha girato il mondo per conoscere, imparare, studiare altri metodi di coltura e vinificazione, fino ad approdare in Puglia, a Ostuni, dove ha vissuto per più di dieci anni in un trullo, imbevendosi di cultura e lifestyle italiani, prima di rientrare in Andalusia.

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(In foto, l’uva autoctona Melonera)

Nei primi anni Duemila si concretizza il loro sogno di ricerca, che va avanti a livello teorico già da qualche anno: La Melonera, a Ronda, fra vigne, uliveti, querce secolari, orti strabilianti e fiori. Tutto in regime biologico. Un luogo di un fascino senza tempo che oltre per i vini particolarissimi e dalla mano riconoscibile ti prende l’anima con il mistero del suo paesaggio silenzioso ma pulsante, teatro di incontro fra cultura araba, romana e fenicia. È in questo contesto naturalistico che l’equipe della Melonera, con alla testa l’enologo artista José Luis Perez Verdù, sì proprio il pioniere della Do Priorat (Mas Martinet), anche lui grande viaggiatore e “investigatore”, ha recuperato una tradizione vinicola con più di tremila anni di storia, andando a ricercare in anni e anni di studio e sperimentazioni quei vitigni autoctoni che con la fillossera si erano estinti. La gestione della parte vitivinicola è dell’equipe enologica del Grupo Perelada, con la talentuosa Ana de Castro a supervisione di vigneti e cantina. Il progetto di ricerca è cominciato 20 anni fa con l’esplosione della cucina spagnola. Oggi con i suoi 1400 ceppi di uva Melonera, l’azienda ha dato vita alla maggior estensione al mondo di questo vitigno dai grappoli di grande impatto cromatico. La Melonera entra in blend al 25% nel loro pluripremiato MHV, edizione limitata, insieme alle varietà Romé (25%) e Tintilla (50%).

Tutto ha inizio dalle pagine di un libro conservato nel castello di Perelada, di proprietà appunto della famiglia Suqué Mateu, e scritto nel 1807 da Simon de Rojas Clemente, che descriveva l’antica coltivazione della vite in questi luoghi mitici e i vitigni autoctoni distrutti dalla fillossera nel XIX secolo. Da qui la decisione di  riappropriarsi delle proprie radici culturali. Un percorso, all’inizio forse più un’utopia, che li ha portati a scommettere su alcune varietà a bacca rossa come Tintilla, Blasco, Romé e Melonera e su alcune a bacca bianca come Moscatel Morisco, Pedro Ximenez e la rarissima Doradilla.

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Il paesaggio ha un ruolo fondamentale nei vini e nella filosofia aziendale, che ruota intorno a un concetto basilare: innovazione significa recupero delle tradizioni. La Spagna è il Paese che ha guidato l’avanguardia culinaria europea negli ultimi vent’anni, basta pensare all’immenso Ferran Adrià. E di pari passo c’è una Spagna enologica in fermento che sta facendo sperimentazione, puntando sulla qualità e non più sulla quantità, creando vini espressione della cultura locale, vini che ti fanno bere un territorio preciso. In questa direzione si sta muovendo molto bene l’entroterra andaluso, che tradotto significa Serrania de Ronda per i tintos (vini rossi), e la costa del Sol, con Manilva e l’Axarquia, per i vini dolci da Moscatel e Pedro Ximenez. Si stanno facendo strada tutta una serie di enologi pionieri e di cantine che investono su vitigni autoctoni rari o quasi estinti. Sta nascendo una nuova cultura, più territoriale, di appartenenza. Non che i vitigni internazionali siano abbandonati, anzi. Ma si punta su vini identitari, di carattere, vini che quando vanno in giro per il mondo parlano andaluso. La tradizione vinicola qui iniziò ai tempi dei Fenici. Attraverso le lettere di Plinio apprendiamo che continuò con i conquistatori Romani, grandi custodi di questa arte.

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Ronda, prototipo delle città romantiche dove l’industrializzazione non è ancora arrivata, offre scenari irripetibili, genuini: lo spettacolo del Tajo, uno strapiombo da brividi sulla Serrania; l’avventuroso mini canyon; il Guadalevin, il fiume che divide in due la città; il ponte nuovo (El Puente Nuevo), opera spettacolare dell’ingegnere Juan Martin de Aldehuela e conosciuto come “puente del Tajo”, che congiunge la città nuova e quella antica. E poi le valli tutt’intorno, come quella del Genal. Una rotta del vino che ti si appicca addosso con i suoi sapori, profumi, colori spiazzanti. Un paesaggio che nel XIX secolo affascinò, con la sua anima un po’ araba, un po’ romana e un po’ gipsy, artisti, poeti e scrittori in cerca di ispirazione, come James Joyce, Garcia Lorca, ma anche Ernest Hemingway e Orson Welles che qui vissero.

La Serrania de Ronda è abbracciata alla cordigliera montana della Sierra de las Nieves y de Grazalema (riserva biosfera) e con i venti che soffiano dall’Atlantico è un’enclave perfetta per la coltivazione della vite, una sottozona della Sierras de Malaga talmente pregiata da essere indicata in etichetta. Nella valle del Guadiarola la vista si perde su un mare di alberi da frutta e orti. A nord di Ronda, nella valle del Genal, le viti regalano vini con molto corpo, varietali. Uno spettacolo da non perdere, da metà novembre a fine mese, è la “Primavera de cobre”, dove la natura regala colori talmente intensi e forti che sembrano usciti da pennellate di luce di Picasso. Un autunno magnetico, metallizzato, che alimenta il corpo e l’anima fra boschi di castagni e funghi. Se capitate da queste parti provate il guiso de cordero con castañas (stufato di agnello con castagne) o il solomillo de cerdo relleno de setas (filetto di maiale ripieno di funghi). E poi distese riposanti di rose selvatiche, erica, alberi di giuggiole.dav

(In foto, veduta dall’alto della tenuta la Melonera, a Ronda)

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La Melonera è circondata da querce secolari e ulivi e copre globalmente 200 ettari. I terreni oscillano da 650 a 950 metri, con intense escursioni termiche, anche di 20 gradi, fra il giorno e la notte. La varietà più rappresentata è la Tintilla de Rota. Originale il sistema di  coltivazione ad anelli, intorno ai quali la vite si arrampica e cresce a forma di cerchio: l’obiettivo è massimizzare la superficie fogliare e dare ai grappoli l’opportunità di maturare sani. In azienda adottano anche una specie di sistema a doppio binario sullo stesso filare, che crea competizione fra le radici e le piante lavorano “tirando fuori” più qualità.

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Le 5-6mila bottiglie del Payoya Negra non finiscono l’anno che sono già esaurite. Il loro vino più venduto è il rosso La Encina del Ingles, blend di varietà autoctone e internazionali. Con Ana de Castro degusto due vini simbolo della Melonera: il bianco della linea La Encina del Ingles e il Payoya Negra. Quest’ultimo deriva il nome da una capra andalusa, Payoya appunto, con il cui latte si produce l’omonimo saporito formaggio. È un rosso che ha l’anima (e il corpo) di un grande vino: complessità aromatica, eleganza, struttura. È un ricco blend di Garnacha (40%), Syrah (30%), Cabernet, con una discreta percentuale di Tintilla de Rota e altre autoctoni come il Romé. Annata 2014. Diciotto i mesi di crianza (invecchiamento) in barrique di rovere francese. Le varietà autoctone sono quelle che fanno la differenza. La Tintilla è un’uva rustica, di carattere, molto potente, che scalpita e va domata: è lei che dà colore, acidità, apporta bei tannini e volume in bocca. Una varietà che funziona in blend con altre uve capaci di conferire più eleganza, come Romé e Garnacha, quest’ultima regala particolari intensità fruttate. Al palato il ritorno di uva passa e fichi è quasi palpabile, ruffiane le note speziate del legno su fondo leggermente tostato, accattivanti quelle balsamiche, terrose e di latte. Un vino rotondo, dai tannini maturi,  in cui si sente il cuoio, quasi selvatico. Di grande personalità e bevibilità, persistente.

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La Encina del Ingles blanco 2016, da Moscatel Morisco, Doradilla e Pedro Ximenez, è un vino bianco senza invecchiamento. Al naso sprigiona aromi dolci, in bocca colpisce il gusto secco e il volume, che fa pensare più a un vino passato in barrique, invece il volume, in questo caso, è conferito dall’evoluzione in bottiglia del Pedro Ximenez. La nota salina è dovuta alla Doradilla. Un vino fruttato, fresco, con piacevoli note tropicali e di agrumi citrini, pesca e albicocca.

Una ruta del vino che mi ha lasciata con tanta voglia di Spagna, di sole, di cose autentiche. Ancora.

Photogallery della Melonera:

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(In foto sopra, con Jorge Viladomiu Peitx)

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(In foto sopra, con l’enologa de La Melonera Ana de Castro)

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(In foto, vini Castillo de Perelada)

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(In foto, folklore in vendemmia)

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(In foto, montagne andaluse e uliveti verso Ronda)

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(Sopra, un caratteristico pueblo blanco)

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(Sopra, vista sulla Serrania de Ronda, sottozona Do Sierras de Malaga)

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