ALBINEA CANALI, MONTELEONE 2012… IN MUSICA di Thomas Coccolini Haertl

In una degustazione, talvolta il nome di un grande vino ci condiziona, è difficile essere imparziali; anche fra esperti sommelier potrebbero capitare anomalie: vini sopravvalutati, vini di pregio che perdono punteggio, produttori che non riconoscono il proprio vino. Sarebbe preferibile una degustazione alla cieca e dal nostro terzo incontro di Vino&Vinile ho deciso di provarne almeno un così.

Parto alla ricerca di un vino da scoprire e da far scoprire; girando per cantine, non solo in territori dalla produzione vitivinicola al top, si va a caccia di qualcosa che riuscirà a sorprenderci. Assomiglia al ruolo del produttore musicale o del pigmalione che nel borgo di provincia scopre ad esempio la nuova Iva Zanicchi. Ok, il vino non è cosa da balera, però è proprio sulle colline meno note che si può individuare il vino del futuro, dove le cantine prediligono vitigni di tradizione che garantiscono quantità e continuità; qui può coesistere la piccola vigna destinata ad un pubblico di nicchia con rese di 5.000-10.000 bottiglie.

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Così è stato per Monteleone, Cabernet Sauvignon in purezza, della cantina Albinea Canali, in provincia di Reggio Emilia, nel mio territorio, dove ci si aspetta solo Lambrusco o tutt’al più Spergola. Monteleone è un vigneto di poco più di 2 ettari piantato nel 1999 a 250 metri slm nel comune di Vezzano, esposto a sud e caratterizzato da un terreno prevalentemente argilloso. Il vino è affinato in barriques per 12 mesi e si presenta con una bottiglia slanciata tipo Bordolese a spalla alta, con un’etichetta frontale essenziale, testi incisivi scritti in nero e rosso.

Appena stappato, Monteleone sprigiona una vivacissima sfumatura balsamica, persino quasi invadente; il colore è in sintonia con la giovane età: rosso rubino, con alcuni riflessi granati. All’olfatto, dopo l’impronta balsamica è etereo, intenso, complesso, apre a un sentore di ribes nero e confettura di prugne, poi la maturazione in legno trasmette cacao in polvere, noce moscata. Al palato è deciso, tannico, con una spinta vigorosa; trasmette calore, è robusto, di lunga persistenza. È un vino vibrante e pieno di energia. Monteleone lascia presagire una longevità da esplorare. Così inizia a girarmi in testa una musica…

La copertina è in bianco e nero con l’immagine del disastro dello Zeppelin del 1937. Avete capito… È Led Zeppelin I, 1969. Consiglio la ristampa su vinile 180 grammi Atlantic, oggi Warner Music Co. Quando uscì fu una rivoluzione. Jimmy Page, con gli Yardbirds nel 1966 era già al successo, ma dall’incontro con Robert Plant nel 1968 nacquero gli Zeppelin. Il disco sorprende nella forza, nell’intensità dei brani registrati di getto per replicare l’energia di un live. Coesistono due identità, l’anima blues e quella rock fusi in qualcosa di nuovo, un genere musicale poi definito Hard Rock che nei Led Zeppelin suona ancora incontaminato come un vino realizzato da un solo vitigno dalla natura inconfondibilmente vigorosa. Monteleone si comporta così; lo stappi ed urla già, con quel sentore balsamico inebriante. Poi si chiude, come tanti brani dei Led Zeppelin che dopo l’attacco esplosivo divengono introversi per poi riemergere in pieni che sembrano eseguiti da un’orchestra. È come passare dal sole pieno all’ombra, Monteleone risveglia i profumi del territorio, poi cambia ancora, al palato si fa caldo, la spinta dei tannini è come una rullata di John Bonham e infine concedere spazio ai sentori della maturazione in legno.

Il disco scende in profondità, ma senza eccessi; ha una piacevole presenza fisica nelle frequenze centrali con la chitarra di Page e nelle alte con la voce di Plant e tutti i piatti di Bonham, il batterista che nel 1980 ci ha lasciato decretando la fine della formazione. Il volume di registrazione alto riempie la stanza; a tratti nei pieni strumentali esce una certa “foschia”, ma siamo nel 1969; inutile truccare i master, sono quelli originali, quando si fanno pesanti digitalizzazioni è peggio. L’album inizia con Good Times Bad Times: cosa poteva significare per un giovane dell’epoca scoprire i Led Zeppelin… Energia allo stato puro, una ventata di novità che spazzava via tutto. C’è la forza del blues, il corpo e l’anima di Plant, da allora inconfondibile. In quegli anni il rock era rock e il pop stava prendendo la sua strada, da Bacharach in avanti, passando dai Beatles. Poi a inizio ’80, mentre i Led Zeppelin chiudevano la carriera rimanendo puri, i Rolling Stones hanno dovuto digerire le contaminazioni New Wave inglesi. Il lavoro dei Led Zeppelin sembra più un’attività di ricerca che un’opera d’autore e questo è anche oggetto di pendenze legali su alcuni brani di altri artisti non sempre dichiarati, come se il lavoro liberamente tratto da… Di Page, Plant, Jones e Bonham fosse stato autorizzato dalla divinità del Blues! La sensazione di assoluta novità che si poteva provare allora con i Led Zeppelin è lo stile con cui si può pensare un vino oggi: emozionare e sorprendere con prodotti nuovi, ma recuperati dalla tradizione con sapienza e abilità, senza trucchi.

Infine, Monteleone spiazza per il prezzo: in cantina viene venduto al pubblico a circa 8 euro!

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