CHATEAU LATOUR PREMIER GRAND CRU PAUILLAC… IN MUSICA di Thomas Coccolini Haertl

Nel mio secondo articolo per WineStopAndGo vi racconto il CHATEAU LATOUR, Premier Grand Cru, Pauillac 1993, un Bordeaux fuoriclasse, e l’intramontabile MILES DAVIS con il suo Seven Steps to Heaven 1963.

In uno dei nostri ritrovi di Vino&Vinile si diceva che il vino deve essere bevuto pronto, oppure maturo, mai vecchio. Nella vita di un vino esiste una giovinezza vigorosa, un’età centrale di espressione perfetta fino alla maturità ottimale; come la vita di un uomo, poi piano piano la limpidezza cala… Ci troviamo in sei, come i bicchieri in cui si divide una bottiglia di vino, di fronte allo stereo High-End di cui ho raccontato nel primo episodio, per un ascolto che esalti il vinile.
Quando nei primi anni ’80 arrivò il Cd, Compact Disc, le case discografiche modificarono i cataloghi introducendo il nuovo supporto digitale e il mondo ne fu invaso. Tutti ne erano abbagliati. Vi furono collezionisti di dischi che dispersero centinaia di vinili per i Cd. Io non ne fui mai proprio convinto, in particolare all’inizio, perché i campionamenti digitali erano poco evoluti, come i computer di allora se confrontati con i PC di oggi. Ho sempre sostenuto che tradurre in digitale, poi ritornare all’analogico per la riproduzione sono passaggi in più, cioè una dispersione di energia e inevitabilmente un processo peggiorativo. Oggi, con il senno di poi, grazie ad alcune piccole case discografiche che ristampano su vinile di alta qualità, possiamo dire con certezza che il vinile è meglio del Cd, poi mutato in DVD e Blu-Ray e i file audio ora sono compressi e vanno su chiavette USB o lettori tipo iPod, superato a sua volta dagli smartphone. Tutto assomiglia all’invasione del mercato dal dopoguerra ad oggi delle bevande dolci e gassate dal gusto artefatto. Ma il vino, vicino all’uomo da sempre, è sopravvisuto alla fillossera, alle guerre e a tante calamità naturali, per questo è insostituibile. Del resto il consumo nel mondo e le superfici coltivate a vite lo dimostrano. Nel vasto panorama vitivinicolo esistono in particolare luoghi e circostanze che per mano dell’uomo e per natura, con l’aiuto di enologi d’eccezione, creano vini unici. Così è Chateau Latour, un incontro fuori dall’ordinario.

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L’altro giorno uno dei sei amici mi ha consegnato una bottiglia di Chateau Latour del 1993. Annata difficile, secondo Robert Parker siamo poco sopra a 90 punti, la stessa cantina di Pauillac racconta di una stagione complessa. La classica annata minore. Ma a questi livelli, le annate minori di grandi cantine possono gratificare il palato con un perfetto equilibrio acidità-tannini anche con anni di anticipo, oppure alla lunga ipotizzare una parziale revisione del millesimo giudicato minore. La bottiglia l’ho aperta la mattina del giorno di degustazione: tappo perfetto. A metà pomeriggio, dopo una verifica olfattiva, ho decantato. Alle 19:30 si inzia. L’abbinamento sono Castelmagno e Murianengo, un erbazzone reggiano realizzato ad arte, alcune fette di culatello. Aprendo con un giovane Amarone e un Brunello di Montalcino. Pronti i calici ampissimi, e finalmente ha inizio la degustazione. La tipicità centrale della zona di Bordeaux, nella regione dell’Haut-Médoc, emerge già dal colore, che si presenta perfetto fra il rubino profondo e il granato. Limpido da manuale. È un taglio bordolese atipico con Cabernet Sauvignon anche oltre l’80%, Merlot per circa il 15%, Cabernet Franc e Petit Verdot che non arrivano al 5%. Nelle annate migliori la percentuale di Cabernet arriva a sfiorare il 100%. Dopo oltre 20 anni di bottiglia al naso arrivano sentori floreali che lasciano spazio alle note di un vino maturo schierate in armonia: cioccolato, caffè, pane tostato, ma anche una punta di grafite; all’assaggio tutto è controllato da tannini rotondi, equilibrati con ancora una freschezza gratificante. Come se il tempo si fosse fermato.

Straordinari come Chateau Latour, esitono vinili registrati in modo unico, frutto di momenti storici ben precisi, musicisti all’apice, produttori e tecnici illuminati. Un esempio è Seven Steps to Heaven, di Miles Davis. Una squadra perfetta crea un disco perfetto. Sulla copertina rossa che sfuma all’arancio c’è la grande scritta Miles Davis Seven Steps to Heaven con un piccolo omino nero con la tromba più una scritta che accompagna le 2 frecce di STEREO: 360 Sound. Siamo nel ’63 e gli anni monofonici della Prestige sembrano lontani. La puntina accarezza il disco sul solco di Basin Street Blues, ancora sentiamo lo Chateau Latour in bocca, nel naso, nella testa, come se la persistenza fosse infinita. Dopo l’introduzione arrivano le prime note di Miles. Spazzano via tutto. L’amico che ha portato la bottiglia, al posto d’onore, scivola in avanti; la nostra mente è ipnotizzata da Miles. La tromba vola leggerissima nell’aria a un altezza perfetta, magistrale tocco del produttore Teo Macero. Impressionante: Miles è tra noi. Davvero; la tromba di Miles Davis è perfetta, è sopra a tutti, limpida come il più grande dei vini. È suonato da Feldman, Hancock alternati al piano, Coleman al sax tenore, Frank Butler o Antony Williams alla batteria e un monumentale Ron Carter al contrabbasso che nel crescendo dei musicisti esce dalla stanza, ci penetra dentro ricordandoci che siamo fatti di materia viva.
La serata di Chateau Latour e Miles Davis apparso tra noi è finita. Abbiamo vissuto un momento che ricorderemo e racconteremo. E allora, grazie ad un prodigio della mente ci ritorneranno sempre quelle sensazioni al naso, quelle note all’orecchio che fanno della memoria gustativa e uditiva una ricchezza che non si cancella mai, così domani potremo di nuovo rinocoscere un Chateau Latour e la tromba di Miles.

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