“BOTTIGLIE APERTE” RIFLETTE SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO di Francesca Fiocchi

A pochi giorni dalla chiusura di Bottiglie Aperte, la due giorni dedicata al vino organizzata a Milano da Federico Gordini, si tirano le somme di una manifestazione riuscita quanto ad afflusso di pubblico (semplici appassionati, esperti del settore enologico e imprenditoriale, comunicatori del vino, produttori), nonostante la concomitanza con Modena Champagne Experience. Mi complimento con Gordini, tra l’altro fondatore della Milano Food Week, soprattutto per la scelta delle aziende in degustazione, tutte di alto profilo e con prodotti top di gamma, e per la rappresentanza omogenea dell’Italia. “Nel 2016 Bottiglie Aperte aveva segnato un mutamento importante, evolvendosi da kermesse del vino a tutto tondo a manifestazione maggiormente dedicata all’horeca, impegnata a mettere in contatto produttori, operatori e giornalisti”, spiega Federico Gordini, che ho incrociato alla Vendemmia di via Montenapoleone, naturalmente davanti a un buon calice di vino italiano (di una grande azienda di cui vi parlerò nel prossimo articolo). “L’edizione 2016 è stata quindi l’anno zero di un format nuovo, ed è stato un vero successo. Con AbsWine abbiamo costruito un programma denso e bilanciato fra gli Awards del vino, le Masterclass e tre convegni pensati per approfondire problematiche inerenti il mondo eroico. Ora guardiamo avanti con fiducia, a Bottiglie Aperte 2018, ma a breve ci saranno altre novità”. Un’edizione, la sesta appena conclusa, che si è dimostrata la più forte e ricca di sempre: oltre 4mila presenze in due giorni, di cui l’85% horeca, agenti e giornalisti. Anche noi di WineStopAndGo eravamo presenti e tireremo le somme qui sul blog direttamente con alcune cantine, quelle che più ci hanno emozionato, rappresentative dei loro territori di appartenenza. Un evento che è riuscito nell’intento di diffondere la cultura enoica grazie a masterclass e convegni mirati. 

Francamente dai colleghi giornalisti mi sarei aspettata più attenzione per il panel sul cambiamento climatico, con focus su clima e vigna, in sede di apertura dell’evento domenica mattina: sala affollata ma pochi colleghi a seguire l’argomento in base alle aspettative, forse perché molti erano impegnati a degustare a titolo personale e a mangiare. Un convegno, dicevamo, di primo piano per l’argomento trattato, che tocca tutti, e per l’ottima scelta dei relatori (in foto in evidenza), che hanno fornito molti spunti di riflessione: Ernesto Abbona, di Marchesi di Barolo e neo presidente di Unione Italiana Vini (UIV), associazione presente con una nutrita delegazione e sensibile a questo tema, l’enologo (sartoriale) pisano Luca D’Attoma, Luciano Rappo, direttore generale di Cesarini Sforza (di cui parleremo a parte) e Daniele Cernilli Doctor Wine. A moderare l’incontro Andrea Grignaffini, che è riuscito ad “amalgamare” perfettamente tutti i presenti mettendo a confronto i vari punti di vista.

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(Sopra, la grande affluenza di pubblico nella due giorni milanese)

Dopo l’intervista qui sul blog a Marcello Lunelli, in rappresentanza di Winegraft, e ad Attilio Scienza, si torna inevitabilmente a parlare di cambiamento climatico e dei suoi effetti negativi sulla viticoltura. Una riflessione sulle grandi sfide del futuro, che riguarda vari temi strettamente connessi: acqua, siccità, riscaldamento globale, alluvioni, uragani, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento medio dei livelli del mare a livello globale, aumento delle concentrazioni ad effetto serra.

Il cambiamento climato e il suo impatto sulla viticoltura offrono spunti di dibattito interessanti su una delle maggiori sfide che l’umanità intera, e non solo l’Italia, dovrà sostenere in misura sempre maggiore in un futuro che è già realtà. Cambiamento climatico, forzato dalla mano dell’uomo, che sta determinando nuovi equilibri e assetti planetari. Gli effetti dannosi sono sotto gli occhi di tutti. La torrida estate appena conclusa è un esempio di un’anomalia favorita dal mutamento climatico: in Napa Valley, che sta bruciando con danni incalcolabili, leggo che il critico enologico James Suckling si lamenta dei 30 gradi di questo mese di ottobre. Come dargli torto! Soprattutto come Donald Trump può sostenere il contrario!

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(In foto sopra, il terribile incendio che ha devastato Napa e Sonoma Valley, nel  nord della California)

Di abituarsi pian piano a una diversa normalità parla anche il National Geographic e tanti sono gli interrogativi ancora aperti. Una delle minacce principali per habitat ed ecosistemi è proprio il riscaldamento terrestre. Basta pensare che la comunità scientifica teme un aumento medio della temperatura globale di 4° c rispetto all’epoca preindustriale, un serio pericolo se consideriamo che attualmente l’aumento è di circa 0,8°c e si parla di rischio a 1,5°c. Altre emergenze sono le improvvise ondate di calore e gli intensi periodi di siccità. Ma tutto questo cosa comporterà in agricoltura? Come ripensarla in armonia con l’impatto ambientale e al tempo stesso come salvaguardarla dalla forza di una natura che si sta ribellando alla mano pesante dell’uomo?

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Abbiamo visto che una prima risposta la sta fornendo proprio Winegraft in collaborazione con l’Università di Milano con i portainnesti M, di ultima generazione e resistenti alla siccità. “Il clima è l’elemento più fantasioso, quello su cui l’uomo non interviene. Lo gestisce qualcuno da Lassù che con i problemi che ha non può ascoltare tutte le nostre richieste”, esordisce Ernesto Abbona. “I cambiamenti sono visibili anche sulle nostre colline e creano problemi di sostenibilità. È un problema che stiamo affrontando da anni con la messa a punto di pratiche vinicole sagge che ci consentono di superare per ora gli eccessi del clima. Pratiche che stimolano le viti a un radicamento più profondo, e quindi ad essere più protette. A questo scopo è importante anche l’inerbimento, perché crea sul suolo un tappeto di erbe spontanee che protegge il terreno e fa da cuscinetto. La vite ha bisogno di acqua d’inverno, quando sembra che stia dormendo: d’estate la pioggia crea problemi di malattie fungine. Noi abbiamo provato a migliorare la gestione della chioma: se venite nelle Langhe dopo la vendemmia vedrete viti con i tralci, che normalmente sono cimati, e che sembrano salici piangenti. D’inverno occorre creare risorse idriche sufficienti, per esempio con le precipitazioni nevose, che vengono assorbite lentamente e vanno a rimpinguare il vigneto. Piccole ma importanti pratiche. Dobbiamo esserne consapevoli e guardare il lungo periodo”.

La parola passa poi a Daniele Cernilli, esperto e fine degustatore, alias Doctor Wine, che invita a riflettere su una intensificazione delle vendemmie tropicali negli ultimi anni, come quella appena conclusa, a fronte di pochissime annate fredde, come il 2014. Negli anni ’70 e ’80 il rapporto era capovolto. “Per quanto riguarda il regime idrico dell’ultima annata vediamo che è piovuto la metà rispetto a quello che accade normalmente. La situazione è drammatica: c’è una situazione di progressiva desertificazione che creerà problemi. Cosa si può fare? Nel 1709, anno della piccola glaciazione che distrusse la viticoltura del Nord Europa, ci fu un abbassamento drastico delle temperature: oggi stiamo ritornando a situazioni che erano pre 1709, basta pensare che su commentari della metà del 1500 si legge di vendemmie in Trentino a fine giugno o inizio luglio, quindi la temperatura era probabilmente più elevata. Questo non significa che non ci sia oggi una responsabilità umana”, interviene Cernilli. “Ci sono studi internazionali, sperimentazioni e applicazioni in viticoltura che possono essere estesi a tutta l’agricoltura, in particolare mi riferisco al professor Attilio Scienza e al suo team, che ha ottenuto portainnesti particolarmente resistenti a situazioni siccitose, portainnesti modificati dal punto di vista genetico, ossia basati sul togliere alcuni geni particolarmente sensibili all’acqua. Un’altra risposta, e una delle ultime, è il ritorno a sistemi di viticoltura tradizionali. Un esempio eccellente è Francesco Valentini, viticoltore molto tradizionalista e grande fautore della pergola, che consente di avere ombreggiatura del grappolo e maturazioni un po’ più lente se gestita bene. Altro aspetto interessante è il ritorno all’alberello, un sistema antico di allevamento che in Italia, in alcuni posti, è stato pericolosamente abbandonato: è rimasto un po’ in Sicilia, in Sardegna, quindi in zone mediterranee. Una sostanziale tropicalizzazione dei climi in ambito mediterraneo porterà a una meridionalizzazione delle caratteristiche dei vini, con vini del Nord che assomiglieranno a quelli del Sud, come sottolineava Scienza in uno degli ultimi interventi su Cronache di Gusto. In Germania stanno incominciando a piantare varietà a bacca rossa come il Syrah, incredibile solo pensarlo fino a qualche anno fa. La produzione spumantistica nel Sud dell’Inghilterra sta cominciando a prendere piede. In pranzi ufficiali della regina Elisabetta lo champagne è stato tolto a favore di english sparkling, forse è un po’ un’esagerazione ma è una realtà di fatto. Questo significa che il limite settentrionale della coltivazione della vite si sta spostando sempre più verso nord. Non è solo un fatto di siccità, ma anche di riscaldamento globale terrestre”. E conclude: “Non dobbiamo pensare che il nostro gusto personale sia l’unico praticabile. A chi non piace un grande Borgogna o un grande vino delle Langhe? Tra dieci anni rischieremo di essere spiazzati e perdere i punti di riferimento”.

Andrea Grignaffini nel suo intervento come moderatore sottolinea che la piccola glaciazione ci ha portato in dono i violini di Stradivari. “Ci fu un primo medioevo molto caldo, poi uno freddo, fino a questa piccola età glaciale che secondo alcuni scienziati tornerà, si parla del 2030-2045. Sono cicli e ricorsi della meteorologia, ci stiamo occupando della siccità ma non ci sarebbe da stupirsi se succedesse il contrario”.

Per Luca D’Attoma, enologo sartoriale che lavora con estrema cura nelle sue aziende sparse in tutta Italia, bisogna parlare di agricoltura e non solo di viticoltura, di pianeta Terra. Sottolinea: “Rispetto a 30 anni fa quando ho iniziato, c’è stato un cambiamento sostanziale. Prima andavamo verso maturazioni spinte, che davano vini più muscolosi, alcolicità importanti. Maturazione che ci permetteva di avere prodotti apprezzabili fin dai primi anni. Oggi questa non è più una strada percorribile perché se andiamo a cercare nei nostri vini maturazione spinte rischiamo di fare delle marmellate pure, questo da nord a sud. Dobbiamo rivedere i nostri parametri. Una volta per raccogliere l’uva si seguiva la maturazione zuccherina, quindi quando si arrivava a 13 gradi e mezzo o 14 di alcol massimo si doveva correre a vendemmiare, o 12 e mezzo se la viticoltura era in alta collina. La civiltà era un parametro importante, non ci si basava su meri dati analitici. Bisogna essere più critici e raccogliere quello che l’annata suggerisce. In questa appena conclusa chi è riuscito a vendemmiare velocemente farà dei vini buoni, da invecchiamento, invece chi ha aspettato cercando una maturazione fenolica non raggiungerà dei risultati. Dobbiamo tornare indietro per andare avanti. In linea di massima bisogna anticipare le vendemmie e puntare molto di più sulla freschezza del vino, proprio come accadeva una volta”. Su quali siano le regioni con una maggior incidenza del cambiamento climatico D’Attoma non ha dubbi: “C’è stato un importante cambiamento nel Centro Nord, al Sud bene o male estati molto calde si sono sempre avute. Il problema non è stata solo la siccità ma anche i venti, lunghi e caldi nel periodo prevendemmiale. Quest’anno manca il 50% di vino in Italia”.

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Conclude Luciano Rappo, direttore generale di Cesarini Sforza, marchio di proprietà del Gruppo La-Vis. “Porto la mia esperienza da trentino, della cooperativa che rappresento. Abbiamo a che fare con 800 soci e famiglie, dobbiamo fornirgli risposte: il contadino vuole qualcosa di concreto. Vicino a noi ha sede l’istituto agrario di San Michele con la fondazione Mach, che ha iniziato alcune ricerche e delle prove con i portainnesti M. In Trentino la temperatura è aumentata di un grado e mezzo, che significa che il cambiamento del terreno è stato di ben 2 gradi e mezzo, e questo è basilare per la viticoltura. Cambiare un portainnesto non è come cambiare un software: ci vogliono anni prima di vedere un risultato. Noi come Cesarini Sforza facciamo ottimi spumanti, abbiamo la fortuna di essere in Val di Cembra, a circa 450 metri di altitudine, ma la soluzione non è questa: abbiamo puntato sui terrazzamenti, dove l’acqua si ferma, non sfogliamo. Basta con le cimature, si fa un bell’ombrello. Erano 25-28 anni che in Trentino non si finiva la vendemmia a fine settembre: tra qualche anno cominceremo ad assaggiare dei rossi maturi anche qui”.