Per le vie del mondo. DIVINO ANDINO di Francesca Fiocchi

Mettete un consulente informatico specializzato nella gestione delle risorse umane con contratto a tempo indeterminato. Mettete l’incontro con la donna della sua vita, Marisol, peruviana. Mettete la passione per la scrittura di viaggio. E per il buon vino, il cibo, le tradizioni. Passione per il vino che lo spinge ad aprire un’enoteca. E condite il tutto con una sete di conoscenza in continuo movimento, di vivere i territori e i vini di anni di degustazioni con gli amici. Sono storie queste senza confini umani, culturali, fisici. Quel desiderio di conoscere luoghi e persone lontani geograficamente (anche se il mondo ormai è diventato “piccolo”), ma anche culture, stili di vita e un diversa umanità, sicuramente meno complicata della nostra, sicuramente affascinante. Il viaggio come percorso di crescita e non come punto di arrivo. In senso fisico e metafisico. È desiderio di libertà interiore in purezza: se fosse un vino sarebbe un bianco senza le sovrastrutture della barrique. In sottofondo, la voglia di cambiare, di rimettersi in gioco, di reinventarsi una storia personale. E una buona dose di (in)sano coraggio.

Diceva Steve Jobs “stay hungry, stay foolish”. E da qui incominciamo. Francesco Antonelli, romagnolo di Ravenna, si licenzia e parte. Destinazione il Sud America. Più di 3 mesi di viaggio, oltre 8mila chilometri macinati tra Perù, Bolivia, Argentina, Cile, spingendosi fino alla Terra del Fuoco. Lungo una ruta del vino dalla quale ritornerà cambiato e con diversi progetti. Innanzitutto scrivere. Ne nasce il bel libro che ho appena finito di leggere: “Divino Andino. Viaggi e assaggi all’ombra della Cordigliera“(Polaris Edizioni). Uno stile fresco, veloce, immediato. Caso vuole che proprio in questi giorni Las Damas del Pisco peruviane siano in visita in Italia per un progetto di interscambio culturale con le Donne del vino, un modo di confronto e riflessione su due diverse realtà vitivinicole. Un viaggio che io mi sono fatta tra le pagine di un libro scritto e raccontato da un italiano col quale probabilmente avrei condiviso gli stessi dubbi e certezze.

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“Divino Andino”, già il nome mi suona intrigante: racchiude l’idea del viaggio, ma non di un viaggio qualsiasi, ma di un viaggio consapevole, studiato, meditato a lungo e gustato fino in fondo. Con una buona dose di improvvisazione che mette sale in un’avventura on the road, zaino in spalla per le vie del mondo. Lungo l’affascinante ruta del vino sudamericana. E così eccolo su un autobus sgangherato nella foresta peruviana, su strade improbabili o in una bodega in Argentina o in Bolivia a sorseggiare vino locale e amalgamandosi con la gente del posto. Alla scoperta di territori di immensa bellezza che quanto al vino stanno facendo salti qualitativi importanti, alcuni sono Paesi emergenti. Citazione dalla prefazione del libro: “Il viaggio della vite per il mondo, e di conseguenza del vino, è come il viaggio dell’uomo. Si nutre del caso, degli incontri, di uomini visionari, grandi fallimenti, successi alle volte. È sempre di grande umanità“. Si parte dalla Valle dell’Ica, in Perù e giù verso la semisconosciuta regione vinicola di Tarija in Bolivia, cui l’autore accede attraverso il confine sul lago Titicaca, e che si trova a metà strada fra i 4mila metri dell’altopiano e le basse colline della foresta amazzonica; nella seconda parte del viaggio si procede nella sconfinata Argentina, terra dei celebri Malbec di Mendoza, attraverso la Ruta Nacional 40, una delle più lunghe del Sud America, che corre parallela alla Cordigliera delle Ande fino in Patagonia: nel Nord incanta l’itinerario turistico-tematico di circa 200 km di Salta, in Cafayate; poi si arriva in Cile, patria di ottimi vini come i rossi di Colchagua, una valle ricca di storia circondata dalle Ande, dove ha acquistato dei terreni Veramonte, l’azienda del colosso spagnolo Gonzalez-Byass che dispone di terre vitate anche nella Valle de Casablanca e in quella de Apalta. Un itinerario turistico descritto dall’autore fuori dalle solite rotte, che si spinge fino a Santiago, per poi risalire da Valparaiso, la splendida città coloniale famosa oltre che per il porto per la sua verticalità grazie a stradine ripidissime. Tante aziende, vigne centenarie e una storia ancora da scrivere. ” Ho cercato di vivere come la gente del luogo, mangiando e bevendo le stesse cose loro, immergendomi nella tradizione, viaggiando molto a piedi o su autobus, ma non quelli che di solito usano i turisti: i miei non avevano il pulsante e per prenotare la fermata ‘bastava’ urlare all’autista in prossimità di mercati e semafori, gli unici posti dove sono consentite le soste”, racconta Francesco Antonelli. “Ho girato nei quartieri più pericolosi di Lima, sconsigliati da tutte le guide di viaggio. Quando si viaggia da soli è un po’ come se si viaggiasse con tutta l’umanità”, continua. “Si sa che in Bolivia l’attività più redditizia è la cocaina, ma quanti sanno che la Coca-Cola contiene fra i suoi ingredienti segreti estratti vegetali processati direttamente dalle foglie di coca?”.

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PERÙ. Da qui parte l’avventura. Un Paese ricco di tradizioni millennarie che strizza l’occhio a una nuova modernità, anche nel cibo. Paese che l’autore conosce molto bene grazie alla compagna natia del posto: “Mi ha affascinato da subito la cultura andina che Marisol mi ha trasmesso attraverso il senso del gusto, perchè è una brava cuoca”. Il Paese andino, con poco più di 30 milioni di abitanti e un patrimonio vitivinicolo di 32mila ettari vitati, di strada da percorrere ne ha ancora nel campo enologico, anche se negli ultimi 6-7 anni anni stiamo assistendo a un sostanziale rinnovamento, a una nuova, rinata voglia di fare. È un Paese chiave. Dal Perù è partita la coltivazione della vite in Sud America. Bodegas Tacama è “la primera viña del Perù”. La prima testimonianza di coltivazione e vinificazione di uva in Sud America compare tra gli scritti di Inca Garcilaso de la Vega, storico e scrittore. Dal Perù la vite si diffuse in Cile e Argentina. “È un Paese in cui  il consumatore non è abituato al vino secco ma lo preferisce dolce o comunque abboccato, persino il semi secco è molto più dolce del normale”, spiega Antonelli. “Quando in Perù si parla di vino o lo si ordina è sottinteso che sia dolce, invece in Argentina e Cile i gusti sono più simili ai nostri, anche per effetto di una maggior contaminazione con l’Europa”. Il miglior vino del Paese, e la relativa coltivazione della vite, si concentra nella valle dell’Ica, a sud di Lima, sul Pacifico. “È Ica il miracolo agricolo peruviano”, racconta. “La zona è la maggior produttrice in Perù di vino e del distillato più famoso, il Pisco”.

Food. Tutta l’area si formò in epoca preistorica dallo scongelamento di ghiacciai immensi. E il viaggio enoturistico alla scoperta del vino e del Pisco è uno dei più affascinanti dell’emisfero meridionale, fra valli, spiagge, città mistiche, bodegas coloniali, una natura e una fauna selvatiche e un deserto con figure enigmatiche, le cosiddette Linee di Nasca. Immersi in ritmi afroperuviani da brividi mentre davanti si stende l’orizzonte. Qui di grande fascino è la cucina, sempre più cool e ricercata nei catering internazionali grazie a una nuova era di cuochi creativi che creano commistioni originali, il cosiddetto Fusion: contaminazioni tra tradizione Inca e giapponese (cucina Nikkei) che corrono parallelamente a uno stile più tradizionale giocato sul recupero di materie prime precolombiane (cucina Novoandina). Caratteristico del luogo è cucinare sottoterra: la Pachamanca è un piatto tipico della tradizione a base di carne, verdure, spezie ed erbe aromatiche cucinate appunto sottoterra su pietre roventi coperte di foglie di mais. Un trend in crescita quello del food peruviano, consacrato con la nascita del ristorante Pakta a Barcellona dal mio cuoco preferito al mondo, un cuoco per cui la sottoscritta nutre un’immensa adorazione: Ferran Adrià.

Il Pisco. Introdotto sotto la dominazione spagnola, è parte dell’identità nazionale del Perù (ormai è possibile trovarlo anche in diversi ristoranti italiani). È un distillato di mosto di vino (si produce anche in Cile ma con notevoli differenze): da sette chili di uva si ottiene un litro di Pisco circa. Il grado alcolico varia fra 38° e 46°, non subisce invecchiamento in legno e quindi non appartiene alla famiglia dei brandy. Fra le varietà di uva utilizzate per la sua produzione c’è l’uva Italia, a bacca bianca. La vendemmia avviene tra febbraio e maggio, quando inzia la distillazione. Può essere di vari tipi: aromatico, se ottenuto da uve aromatiche; puro, se si utilizzano uve a bacca neutra; aromatizzato con aggiunta, per esempio, di frutta durante la distillazione; macerato con miele, uva passa, cannella o altro nel mosto per una settimana prima della distillazione; mosto verde, se ottenuto dalla distillazione di un mosto parzialmente fermentato, con un residuo zuccherino; alcolico, che è adatto alla preparazione di cocktail come il Pisco Sour. E può essere monovitigno o un blend di uve diverse, il cosiddetto Alcholado. In Bolivia l’equivalente è l’acquavite Singani.

El Esteco Salta Argentina

(L’autore in una delle bodegas visitate durante il suo lungo viaggio on the road in Sud America)

ARGENTINA. Con gli oltre 11,8 milioni di ettolitri di vino è l’ottavo Paese al mondo per produzione vinicola. “La storia del vino argentino è una storia di immigrazione. Con il sapere agricolo arrivato da regioni come Piemonte, Veneto, Toscana, Rioja e Penedes hanno costruito le basi di uno sviluppo costante dove l’Italia è tuttora fonte di ispirazione”, spiega Antonelli a noi di WineStopAndGo. L’Argentina è la patria indiscussa del Malbec, un vitigno e un vino che dagli inizi del ‘900, quando la fillossera distrusse in Europa le coltivazioni, divenne uno dei simboli di questa nazione. I vini del Nord Argentina e della Bolivia sono detti “di altura” perché le viti crescono oltre i mille metri in territori estremi: aridi, soleggiati, con notti fresche, tutte caratteristiche che portano nei rossi una maggior concentrazione di sostanze fenoliche che li arricchiscono. “Il miglior vino bevuto è un Malbec argentino dell’enologo Marcelo Pelleriti: è la sintesi di questo vitigno come cresce qui. Il colore è di un rubino scuro, molto fine al naso e ampio in bocca, di ottimo equilibrio, con un passaggio in legno calibrato che lo rende più complesso”, racconta – Pelleriti che, aggiungo io, crea melodie col vino allo stesso modo che con la sua chitarra, che suona magistralmente e che pochi hanno la fortuna di ascoltare dal vivo.

“Le cantine che si possono trovare più facilmente in Italia sono Altavista per l’Argentina e Concha y Toro ed Emiliana per il Cile, quest’ultima è certificata bio”, prosegue l’autore. Bisogna dire che nella valle di Uco negli ultimi 20 anni si sono concentrati i maggiori investimenti stranieri, rendendo questo territorio a sud ovest di Mendoza un gigantesco vigneto ai piedi delle Ande, dove i terreni alluvionali, il suolo drenante, l’alta quota (fra 800 e 1200 metri), le elevate temperature diurne e le scarse precipitazioni comportano stress per la vite e di conseguenza ne diminuisce il vigore e la resa produttiva, con aumento della qualità dei singoli grappoli e dei vini, più intensi, carichi di sapore e colore. “In Argentina ricordo il mio primo Santo Stefano in maglietta e pantaloncini in bicicletta e con cartina alla mano a cercare la vera essenza del Torrontes argentino, percorrendo la ruta di Salta, la strada del vino più alta del mondo”, racconta. Se il merlot ha trovato l’habitat ideale nelle umide regioni patagoniche e il malbec a Mendoza, nel centro del Paese il torrontes, principale vitigno a bacca bianca argentino, ha preferito il clima arido e l’altitudine di Cafayate: vigneti oltre i 1600 metri e precipitazioni annue inferiori a 250 millimetri. Si ritiene che questo vitigno sia un incrocio tra il moscato d’Alessandria e la criolla chica, una varietà autoctona. Continua: “Qui ricordo la degustazione alla bodega El Transito, una cantina giovane ma con una buona distribuzione nelle enoteche. Il Torrontes Pietro Marini è un riassunto di tutto ciò che significa la parola Torrontes, con la bella aromaticità intensa del moscato al naso mentre in  bocca, questa è la sua caratteristica, si rivela secco e minerale. Ottimo anche il loro Pedro Moises 2008, prodotto di punta dell’azienda, quadrivarietale, affinato in legno, che unisce in un’unica bottiglia lo speziato cabernet sauvignon, il fruttato del malbec, la giusta dose di tannini del Tannat, legati insieme dalla struttura e dal corpo dello shiraz. Nella bodega Domingo Hermanos, un colosso a cui si accede da un umile ingresso di una casa coloniale, ricordo un Torrontes a raccolta tardiva leggermente abboccato. E poi Nanni, un altro produttore molto distribuito. Da capogiro la bodega Piattelli, ecosostenibile, voluta dal proprietario, il magnate statunitense delle costruzioni Jon Malinski”.

BOLIVIA. Esperienze uniche anche nella Terra di Mezzo, la Bolivia, dove la vite si coltiva tra il 21° e il 23° parallelo dell’emisfero sud e i vigneti crescono tra 1600 metri e 2400, condizioni uniche se consideriamo che la viticoltura mondiale è concentrata tra 30° e 50° gradi. “Nella zona di Santa Ana si trovano i vigneti più datati e le più importanti cantine regionali, come quella fondata da Don Julio, una delle prime a passare da una logica di produzione artigianale a una industriale, affermando il proprio marchio fin dal 1972. Dopo anni di lavoro in miniera, per problemi di salute decise di tornare a Tarija, dove la famiglia aveva comprato un terreno agricolo. Oggi sono 180 gli ettari vitati che l’azienda gestisce. Vicino ai filari si piantano malva ed erba medica per attirare gli insetti parassiti e nutrire le viti, che sono tutte franche di piede e per le quali sono richiesti pochissimi interventi chimici, in ragione della bassa umidità e ricchezza di biodiversità nell’ambiente”, ci racconta invitandoci a provare l’esperienza vibrante di una ruta del vino indimenticabile.

Camino a Machu Picchu

(Oltre 8mila i chilometri percorsi in oltre 3 mesi dallo scrittore-viaggiatore)

CILE. È una parola Quechua e significa “terra fredda”. Il Cile è il più importante Paese vinicolo del Sud America con più di 500 milioni di bottiglie e 120mila ettari vitati, e colpisce per modernità e avanguardia (Valparaiso). È fra i primi dell’emisfero meridionale dove è inziata la produzione di vino, intorno alla metà del 1500, grazie ai missionari spagnoli. In passato è stato risparmiato dalla piaga della fillossera per via della sua particolarissima collocazione geografica: protetto ad est dalla Cordigliera delle Ande, a nord dal deserto di Atacama e a sud dalla distesa antartica. Un clima unico che ritroviamo nel vino, nei suoi profumi: il sole rinfrescato dall’aria fredda delle Ande e una grande escursione termica fra giorno e notte. Dopo un periodo di declino dovuto al regime politico, è con la fine degli anni ’80 e il ritorno della democrazia che la viticoltura ha ripreso slancio. Oggi più del 40% del vino è esportato. “I vitigni internazionali si esprimono con unicità in Cile, come fossero quasi autoctoni”, dice Antonelli. “I vini degli anni ’90 avevano uno stile più americano per via dell’uso di legni nuovi, con tostature spinte che conferivano sentori molto vanigliati, i cosiddetti vini marmellata, che sapevano di chewin gum ed erano fatti con uve surmature. Con il carménère i cileni iniziarono a fare il salto qualitativo, perché qui ci sono le migliori condizioni per la sua maturazione. Anche gli chardonnay oggi sono migliorati, hanno una bella freschezza e sapidità, non sono più legnosetti come in passato. E il cabernet sauvignon è degno di nota”. La zona con la maggior produzione di vino si estende dalla Valparaiso a Bío Bío, l’estremo lembo meridionale della coltivazione della vite in Cile.

Le zone vitivinicole cilene principali sono a nord di Santiago. Un esempio è Aconcagua, costituita dalle sottoregioni Valle de Aconcagua, più calda e terra del cabernet sauvignon, e Valle de Casablanca, più adatta, per via del suo clima fresco, alla coltivazione di bianchi come sauvignon e chardonnay, tanto da essere considerata per il futuro il riferimento qualitativo di questi vini. La Valle Centrale, coltivata a pais (uva a bacca rossa con cui si producono vini per lo più ordinari), merlot, chardonnay, sauvignon blanc e carménère, si divide in 4 sottoregioni: Maipo, un’area vitata importantissima che produce meravigliosi Cabernet Sauvignon, sede di bodegas storiche come Concha y Toro, Santa Rita e Santa Carolina; Rapel, famosa per il merlot; Curicó, con i suoi vigneti centenari e la bella Plaza des Armes, dove ogni anno a marzo, da tempi memorabili, si celebra la Fiesta de la vendimia, momento storico, artistico e culturale per l’intera vallata; Maule, caratterizzata da terreni vulcanici e ideale per i vini bianchi. Più a sud troviamo le zone di Itata e la freschissima Bió Bió, dove si coltivano vini di largo consumo come riesling, gewurztraminer, pinot nero, chardonnay, sauvignon blanc, muscatel e pais. A mio giudizio i migliori vini cileni sul mercato sono Cabernet Sauvignon e Chardonnay. “In Valparaiso degli studenti mi hanno insegnato a bere birra alla maniera cilena, ossia condendola con sale, pepe e paprika. Ci si abitua”, dice.

Il libro apre con una citazione di Fernando Pessoa, con cui io passo e chiudo: “La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo, non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.

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Note: un libro che consiglio a tutti gli amanti dell’avventura on the road come noi di WineStopAndGo. Perché è la strada che ti fa capire e apprezzare l’anima di ogni viaggio.