ALBERTO MANFREDI, UN PITTORE CHE HA INCONTRATO IL VINO di Thomas Coccolini Haertl

Retrospettiva Alberto Manfredi
Dipinti 1953-2000 – La collezione Giacomo Riva
Palazzo da Mosto, 14 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018.

Si è aperta in questi giorni a Reggio Emilia la mostra dedicata al pittore Alberto Manfredi, nella splendida cornice del Palazzo da Mosto, della Fondazione Manodori. Nel 2000, a pochi mesi dalla morte deli pittore reggiano (1930-2001), Palazzo Magnani gli dedicò un’importante retrospettiva e ora Manfredi ritorna con 130 opere per questa nuova mostra a cura di Sandro Parmiggiani, promossa dalla Fondazione Manodori e realizzata in collaborazione con la Fondazione Palazzo Magnani e CREDEM. In esposizione la ricca collezione di Giacomo Riva, che seguì con passione la vita artistica del pittore e collezionò quasi 200 dipinti a olio, centinaia di acquerelli e incisioni. Manfredi, oltre l’ambito locale della sua città, ha avuto riscontri a livello nazionale già in passato; nel 1954 espose in una personale a Firenze poi a Milano; si laureò a Bologna con una tesi sulle incisioni di Mino Maccari per cui fu poi invitato alla XXVII Biennale di Venezia, divenendo assistente di Maccari all’Accademia di Belle Arti di Roma. Ha Insegnato all’Accademia di Belle Arti di Lecce poi a Firenze fino al 1999.

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Ma ciò che ci coinvolge di Manfredi, per cui vi sarete chiesti cosa ci fa un sommelier in una mostra di quadri, forse lo avrete già capito, è il punto d’incontro fra Alberto Manfredi e il vino, possiamo dire che si tratta proprio di un pittore che ha incontrato il vino. Tutto inizia per caso, perché da ragazzo abitavo al terzo piano di una palazzina reggiana dove al primo piano stava Alberto Manfredi. Lui aveva una voliera al posto della cantina e ci teneva quaglie e colombi che poi abbiamo visto nelle sue opere dedicate agli animali. Dipingeva presso un’altana in pieno centro, in via Emilia e anche qua, da quell’altezza, come i colombi dominava la città dai tetti. Lo andai a trovare in quel suo laboratorio, ove lavorava anche alle sue incisioni,
con il fotografo Marco Montanari che ricordo gli fece un bellissimo ritratto. Così fissai nella mente il suo stile, dedicato in particolare a ritratti di figure femminili che sembrano nascere nella Parigi di inizio del secolo scorso, fondendosi con i tratti e le geometrie del cubismo.

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Poi iniziai gli studi di architettura a Firenze, avvicinandomi con tanta curiosità al Chianti, al Sangiovese e ai vini toscani. E un bel giorno degustai Le Pergole Torte 1990. Una folgorazione. Fui subito attratto dall’etichetta, perché riconobbi immediatamente l’inconfondibile stile di Alberto Manfredi; questo incontro fra pittura e vino si deve al padre di Montevertine, Sergio Manetti, che verso la fine degli anni sessanta si ritirò a Radda in Chianti per stravolgere la tradizione e ribellarsi al disciplinare del Chianti classico facendo nascere uno dei più significativi Supertuscan, Le Pergole Torte (sangiovese in purezza).
La genialità di Giulio Gambelli, come Sergio Manetti anche lui già scomparso, trovò in questa porzione di toscana un po’ fredda e molto boschiva un territorio di eccellenza, rinnovando il modo di lavorare la vigna e la filosofia del Chianti stesso. Personalmente ritengo questo vino un punto di riferimento dal punto di vista enologico e la simbiosi con Manfredi un traguardo di perfezione artistica. Oggi c’è una parola che descrive l’incontro di arti e sensazioni che coinvolge la vista, l’olfatto e il palato, il tatto e ne delinea la realtà detta multisensoriale.                                         Puó sembrare quindi un’operazione facile, ai giorni nostri, ma quando l’idea venne a Sergio Manetti era fuori dall’ordinario, come del resto per Manfredi disegnare un’etichetta ogni anno diversa, deve essere stato estremamente stimolante. Oggi Martino Manetti continua lungo il solco tracciato dal padre, attingendo al materiale di Alberto Manfredi, per mantenere anno dopo anno un’etichetta inedita per il suo Le Pergole Torte e una delle domande che gli ho fatto, quando ci siamo visti in cantina a Montevertine è stato proprio chiedere se esiste ancora materiale nuovo per andare avanti. Fra Alberto Manfredi e Sergio Manetti si è creato qualcosa di più di un incontro di lavoro e artistico, ne è nata anche un’amicizia che ha scolpito, ritratto dopo ritratto, tanti momenti attraverso schizzi e note curiose che hanno riempito anche la vita di Martino.

Per dare un’ampiezza a 360 gradi a questo mondo multisensoriale, l’anno scorso ho voluto creare il primo abbinamento nel percorso di Vino&Vinile con un vino di riferimento e proprio con Le Pergole Torte accostandolo ai percorsi evocativi e rarefatti del capolavoro dei Simple Minds, il vinile New Gold Dream del 1982; lo stesso Martino Manetti, quando ci siamo incontrati la prima volta, mi ha confidato che questo è uno dei suoi dischi preferiti. Affinità elettive. Incroci di pensieri e di cammini, sogni e pennellate di un mondo ideale, onirico.

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