MERANO WINE FESTIVAL, PARTENZA E CHIUSURA COL BOTTO di Francesca Fiocchi

Quando gli altoatesini fanno qualcosa la fanno bene: con rigore, cura del dettaglio, precisione, metodo. Una fatta bene è il Merano Wine Festival, che ha chiuso in bellezza ieri con Catwalk Champagne, vetrina di riferimento dello champagne in Italia: in degustazione oltre cento etichette di 40 maison prestigiose. Una cinque giorni che ha visto (particolarmente) quest’anno un’affluenza straordinaria di pubblico e buyers. Siamo all’edizione numero ventiseiesi e il festival non solo non dà segni di stanchezza ma non ha perso un centimetro di smalto, complice un’edizione ricca di contenuti, esperienze sensoriali, masterclass (come quella seguitissima di Giorgio Grai), degustazioni, idee, spunti e tante tantissime emozioni. Protagonisti i vini della miglior tradizione vitivinicola italiana da nord a sud, per un totale di 450 aziende rappresentate, i grandi produttori con le loro storie di famiglia, 200 artigiani del gusto e 15 chef. Il problema di un festival del vino, e non solo a Merano ma anche in Spagna, è riuscire a portare quelle micro produzioni punte di diamante di un territorio, che devono essere comprese, tutelate, valorizzate proprio perché fatte di pochi numeri, mentre spesso l’attenzione è calamitata sui grandi grandissimi marchi, salvo qualche eccezione. Al Merano Wine Festival quest’anno c’è stata un’attenzione in più, una ricerca di podotti particolari che ci auguriamo di vedere anche nelle edizioni successive amplificata. Un’attenzione focalizzata su vini bio, viticoltura sostenibile e su cibi fermentati e cucina ancestrale di montagna grazie alla partecipazione di Norbert Niederkofler, del ristorante due stelle Michelin St. Hubertus di San Cassiano, in Val Badia, che ha dato il via alla prima edizione di “Wild Cooking” e ha messo l’accento sull’importanza del riciclo degli scarti di cucina. Questo il punto. Un festival deve far discutere, affrontare tematiche e proporre soluzioni. E lo spirito, mi rivolgo agli operatori a vario titolo nel mondo del vino e agli appassionati, non è andarci per “bere e mangiare” ma per capire, osservare, valutare, dire la propria. Cosa che purtroppo non ho visto, letto, sentito.

Quest’anno il Paese ospite è stata l’Istria, con una decina di cantine in rappresentanza. Istria, terra di straordinarie malvasie secche, interessanti anche quelle che puntano sulla macerazione lunga. E poi tanti tantissimi eventi collaterali, come la presentazione della guida ViniBuoni d’Italia 2018, l’unica dedicata ai vitigni autoctoni italiani, e presente con un grande banco d’assaggio con oltre 300 etichette prestigiose. Un valore aggiunto sono stati ancora una volta i fuori salone, tutti ben organizzati, come il Felicetti Lounge: pasta monograno in abbinamento con i Franciacorta di Villa Crespia. Interessanti proposte ci sono arrivate anche dai vini vulcanici dell’associazione “Volcanic Wines”, nata a Soave nel 2009, esposti nella GourmetArena, e da Cantina San Paolo con il suo Sanctissimus 2013, un Pinot Bianco da vigne ultracentenarie che prima di invecchiare in botti grandi macera sulle bucce fino a Natale. Grande successo per i vini sanniti: le “falanghinastories” nell’ambito delle masterclass hanno fatto il pienone, grazie a Luigi Moio e Guido Invernizzi che ce le hanno raccontate. Le effervescenze alternative sono di Bio&dinamica, come Dilì Moscato Giallo 2016 dei Colli Euganei, Terrebianche col Fondo 2016 – Terraquila, un Pignoletto con del Trebbiano prodotto con metodo ancestrale, il prosecco Col Fondo – Case Paolin. E gli orange wines, vini bianchi da invecchiamento maturati sulle bucce, come l’austriaco Frühroter Veltliner – Schmelzer’s Winegut dal fine accenno ossidativo: macerazione per sei mesi e a seguire invecchiamento per due anni in botti di legno. Orange anche la friulana Ribolla Gialla Extreme di Renato Keber: 40 giorni sulle bucce, un anno in legno, tre in acciaio e ancora tre in bottiglia. Un must be esserci che crea dipendenza, un appuntamento cool, o “figo” che dir si voglia, anche se il presenzialismo che a noi non piace è quello eccessivo di chi, giornalisti e non, ci va giusto per esserci e magari poi i vini li capisce così e così… 👎

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Siamo a Merano e dintorni, in provincia di Bolzano, nel centro di una conca naturalmente protetta dove crescono palme, ulivi e cipressi e l’atmosfera mediterranea strizza l’occhio al paesaggio alpino. Qui si incontrano la Val Passiria, la Val Venosta e la Val d’Adige. Una terra sospesa fra arte, cultura, rare bellezze paesaggistiche ed enogastronomia: castelli, musei, chiese e chiostri con ricercate pinacoteche, biblioteche e cantine interne, ma anche palazzi imponenti, basta citare il Kurhaus in stile Liberty, di grande impatto Castel Trauttmansdorff con il suo bel giardino botanico, e poi masi, sentieri ed escursioni didattiche alla scoperta di una vibrante e goduriosa gastronomia così come di vini tipici dell’Alto Adige (Sudtirol wein), patria di grandi rossi e di bianchi da invecchiamento che danno risultati sorprendenti. Vini che sono tra i miei preferiti e che sono sempre più premiati dalle guide di settore: circa il 7% dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2018 sono stati assegnati a vini altoatesini, una zona, peraltro, non vastissima con i suoi 5000 ettari vitati tra 200 e 1000 metri di altitudine e una produzione di 350.000 ettolitri. Altro dato su cui riflettere è che il 98% dei vini prodotti in Alto Adige può vantarsi del marchio di qualità Doc, sintomo di un terroir che punta sull’eccellenza e non conosce mezze misure. Un territorio che fa della sostenibilità, del biologico, della biodinamica una bandiera, con aziende che lavorano in alcuni casi secondo i principi dell’omeopatia. Territorio in cui il Pinot Nero dà grandissime espressioni, se non le migliori, ma così pure il Merlot, il Cabernet Franc e il Cabernet Sauvignon, che si sono acclimatati perfettamente. Perle enologiche sono anche il Lagrein e i vini ottenuti da uve schiava, vitigno autoctono per eccellenza del Sud Tirolo un po’ relegato nelle retrovie, ma chapeau a quei pochi vignaioli seri che hanno deciso di coltivarlo, tirando fuori delle vere e proprie chicche, dei vini lunghissimi, ottimi in monovitigno o tagliati con il Lagrein. Con uve schiava sono prodotti anche il Santa Maddalena (o St. Magdalener) e il Lago di Caldaro (o Kalterersee). Un Sud Tirolo con tante proposte diversificate per chi nel vino cerca carattere, personalità, territorio, come il Terlano, il Muller Thurgau, il Sylvaner (ottimo anche da vendemmia tardiva), il Gewurztraminer, il Pinot Bianco, il Riesling e anche alcuni Sauvignon e Chardonnay, sempre più degni di nota. Una regione estremamente ricca dal punto di vista enologico e del benessere psicofisico se mettiamo nel calderone i numerosi Vinum Hotels (una trentina più o meno), dedicati specialmente alla cura del corpo.

Una chicca super attesa è stata la masterclass “I gioielli di Giorgio Grai”, che ha condiviso 8 favolose bottiglie che lo rappresentano nella sua lunga carriera di vignaiolo e consulente: dall’Esprit de Silène 2016, il più giovane, al Barolo Batasiolo del 1995.

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Ed ora i premi. Che tradotto in bolzanese si significa The WineHunter di Helmuth Köcher, il patron del festival, l’uomo più intervistato in questa cinque giorni sudtirolese, una persona geniale, indubbiamente un precursore dei tempi. La guida da quest’anno è consultabile online e gratuitamente, e i vini sono suddivisi in Rosso, Gold e Platinum. Grandi riconoscimenti sono stati assegnati dalla commissione Stehwein di Merano al Trentodoc, uno spumante Metodo Classico che in Italia non conosce eguali, sia da Chardonnay sia da Pinot Nero. Tante conferme per Teroldego, Muller Thurgau, Marzemino, Nosiola. E infine un ottimo prodotto, il Merlot in purezza Palazzi Igt 2015 di Vini Franchetti, Tenuta di Trinoro (bellissima la grafica!), una cantina che ha in Andrea Franchetti, amante dello stile di Bordeaux, un personaggio intuitivo e carismatico che è riuscito a tirar fuori dei gioielli in un territorio che non è tra i più vocati, vini che sono per la maggior parte venduti all’estero. Tenuta di Trinoro conta su tanti piccoli appezzamenti, in media e alta collina, da terreni di ghiaie alluvionali, calcare e creta. Questo premiato è un vino ancora giovane, che si arrovella sui tannini ed è stato valutato in prospettiva: struttura e capacità di invecchiamento eccellenti, concentrazione, complessità, profondità. Sì, promosso a pieni voti, ma quel “diventerà”… Mah! Avrei preferito sul podio un vino che già “è”. La sua vittoria su tutti i 25 Platinum non mi trova completamente d’accordo, pur riconoscendone la stoffa e intuendone le potenzialità. Detto questo W il Festival! Al vino fa bene parlarne…

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