CINA ED EXPORT DEL VINO A WINE2WINE di Francesca Fiocchi

Mercato cinese e vino italiano, quale futuro? Se ne parla a wine2wine, a Verona, negli incontri “Lo stato dell’arte dell’e-commerce in Cina” e “Perché l’Italia sta cedendo terreno alla Francia sul mercato cinese”, in programma rispettivamente lunedì 4 dicembre alle ore 15.30 e martedì 5 alle 9.45. Cina che ormai è il principale obiettivo del trend enologico mondiale. Il mercato cinese è dominato dalla percezione che i vini importati siano migliori e necessita di importanti riflessioni strategiche e di (ri)posizionamento dei brand (non dimentichiamoci che i popoli in Oriente si innamorano delle etichette, del nome e del fascino del produttore). Cina che ha visto aumentare negli ultimi 6 anni le proprie importazioni di vino del 255%, risultato che attesta la domanda cinese al terzo posto al mondo per valore importato. E si prospettano ancora margini significativi di crescita a fronte di una domanda di consumo in costante aumento. Secondo un rapporto Vinexpo e IWSR, dopo il sorpasso sulla Germania, a breve lo stacco dovrebbe toccare anche il Regno Unito, facendo del paese del dragone il secondo mercato vinicolo più prezioso al mondo dopo gli Usa. Ed entro tre anni dovrebbe diventare il primo importatore al mondo di vino, con un mercato stimato in 21 miliardi di dollari, calcolando che i cinesi bevono più di 16 milioni di hl l’anno. Cina che oggi è il principale consumatore mondiale di vino rosso davanti ad Italia e Francia. Ed è proprio il vino a segnare il trend di crescita più alto dell’export agroalimentare italiano con una media verso la Cina del +32% all’anno a partire dal 2007. Secondo Ismea le esportazioni sono trainate dai vini in bottiglia, che nei primi sei mesi dell’anno hanno registrato un +19% a volume e un +25% a valore rispetto ai primi sette mesi del 2016. Per un totale di 67,9 milioni di euro (erano 54 a luglio dello scorso anno). Ma le importazioni non sono omogenee in tutta la nazione per quantità e prezzi, fino ad arrivare a consumi prossimi allo zero in alcune regioni. Questo a causa di differenze socio economiche abissali fra le varie città.

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Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari, a margine di Vi.Vite, evento milanese dedicato al mondo vitivinicolo associativo, commenta: “È ancora forte il gap con la Francia ma stanno aumentando gli investimenti delle aziende italiane. La Cina non è un mercato facile da interpretare, servono sinergie fra più attori e occorre operare anche con diversi importatori in maniera capillare per coprire tutto l’ampio territorio”. Francia che detiene il primato assoluto delle esportazioni di vino in Cina (e che quest’anno ha superato l’Italia anche sul mercato statunitense) con una quota che si attesta sopra il 40% a valore delle importazioni da parte del Paese. Gap non facile da colmare perché la Francia ha un vantaggio storico dovuto al fatto che con i suoi vini è arrivata prima dell’Italia e lo ha fatto presentandosi come sistema e non in modo frammentato, inoltre con un posizionamento alto grazie al traino degli champagne. Continua: “I francesi accompagnano la presenza in Cina delle loro etichette con una quota di investimenti in azioni di marketing di gran lunga superiore a quella delle aziende italiane. Fondamentale è stato l’anno scorso l’accordo con Alibaba per la piattaforma di e-commerce cinese, che ci sta dando buoni risultati”.

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Un mercato quello dell’export di vino Made in Italy che vale in generale 6 miliardi di euro e che grazie a un aumento del 7% in valore ha registrato nel 2017 il record di sempre (da un’analisi Coldiretti su dati Istat dei primi otto mesi dell’anno). Italia che mantiene il primato mondiale tra i produttori nonostante la scorsa vendemmia, tra le più scarse del dopoguerra con un taglio della produzione del 26% rispetto all’anno prima. E che si trova a competere in un mercato estero con la Francia sempre più agguerrita. Servono nuove chiavi di lettura per agire con modelli di lavoro targettizzati in base alle specifiche dinamiche della domanda. Fondamentale sarà alzare l’asticella qualitativa abbattendo i costi di produzione. Ma con la qualità e senza i numeri non si va da nessuna parte. La risposta potranno fornircela ricerca e sperimentazione, di cui l’italia è leader, che in questo periodo sono al centro di convegni e dibattiti.