LA GERLA BRUNELLO DI MONTALCINO 1988… IN MUSICA di Thomas Coccolini Haertl

Fattoria La Gerla
La Gerla 1988
The Dolphin Brothers
Catch The Fall, 1987

Questo nuovo incontro multisensoriale nasce, come gli altri che vi ho raccontato, da un disco pubblicato prima del vino, in particolare Catch The Fall è solo di un anno antecedente la vendemmia 1988, millesimo storico per molti aspetti, in Toscana. Negli annali si parla di una raccolta eccezionale con un andamento climatico favorevole: forte piovosità in primavera, poi un’estate calda e asciutta e il raccolto sotto un clima fresco e non umido. Dalla parte del disco, la carriera dei Japan, formazione pop/NewWave d’avanguardia dei primissimi anni Ottanta, si concludeva con l’avvio alla fase solista dello straordinario David Sylvian, uno degli autori inglesi più significativi a cavallo dei due secoli. Il fratello batterista e percussionista, Steve Jansen (cognomi d’arte diversi, in realtà entrambi nati Batt), assieme all’altro membro della precedente formazione, Richard Barbieri, tastierista, decide di uscire con un disco che riprende le stesse atmosfere dei Japan, anzi dimostra addirittura che Steve possa riprodurre al meglio la stessa voce baritonale del fratello cantante e leader della band che avevano condiviso fin dal 1974, anno in cui si fonda il gruppo.

Intanto in Toscana, a Montalcino, Sergio Rossi proseguiva nel suo cammino l’esperienza di neo-viticoltore nata nel 1976 con l’acquisto della tenuta il Colombaio dalla famiglia Biondi Santi. Dopo il grande 1982 – che ho avuto occasione di bere nell’espressione del Sangiovese ai tempi in cui ero a Firenze –  arriva la buona annata del 1985 e poi il millesimo di conferma, l’88. Il Brunello di Montalcino nel suo essere un vino da monovitigno è estremamente sincero nel ricondurci al territorio e per questo nelle annate migliori si comporta come un insieme di brani musicali contemporanei di rara bellezza: arriva prima alla mente, attraverso i nostri sensi e passando per il cervello tocca il cuore, così non si dimentica più. E con questo criterio sono scritti i grandi dischi dell’avanguardia musicale pop d’oltremanica di quegli anni, in cui la filosofia di pensiero era dettata da Brian Eno, Bryan Ferry ora su percorsi diversi dopo il cammino comune con i Roxy Music, poi i Simple Minds e naturalmente l’immenso Peter Gabriel. Senza dimenticare alcune cose speciali dei Tears For Fears, ma anche i Talking Heads,
per non addentrarsi oltre nelle più estreme correnti di pensiero musicali, così al limite da essere merce rara, oltre che di difficilissima comprensione.

E nella perfezione del 1988 bevuto quasi trent’anni dopo si coglie la grande contemporaneità del Brunello di Montalcino. Un vino eccellente che ha saputo mostrare con coraggio la sua grande storia senza rimanervi incastrato dentro, evolvendosi con i tempi, ma non mutando mai. Questo disco, Catch The Fall, è frutto di un percorso analogo, è l’evoluzione di una band che non nega il passato, rimanendo in linea con una non banale prosecuzione del cammino. Il vinile è una più che egregia stampa inglese della Virgin che restituisce al meglio il ventaglio strumentale e la profondità di campo di questo genere musicale. Proprio come il Sangiovese che nella sua espressione di Montalcino è un vino da cui non riesco a separarmi più, fin dagli anni in cui usciva questo disco ho conservato nella mente brani come Host to the Holy, la stessa Catch the fall che apre il lato A, poi Love that you need e naturalmente il capolavoro, My Winter. La Gerla 1988, dopo tanti anni presenta ancora un colore perfetto, profondo ma limpido e regala un profumo persistente e ampio. La precisione nel delineare, nella sua grande longevità, i sentori di sottobosco, poi naturalmente il legno dell’affinamento, ma anche piccoli frutti asprigni e una leggera nota erbacea raccontano La Gerla come la qualità cristallina degli strumenti nell’organico del gruppo del disco, fra cui cito Phil Palmer e David Rhodes, riflettono arrangiamenti pop praticamente perfetti. La Gerla e Catch the fall sono entrambi eleganti, armonici, ma sprigionano anche forza e alla fine lasciano una lunga persistenza gusto-olfattiva e uditiva.
Questo disco arriva dopo il primo lavoro da solista di David Salvian, Brilliant Trees,
immediatamente adorato dalla critica e dai fans, per questo nello sforzo del fratello Steve appare l’intenzione di regalare una fatica altrettanto ricca di tensione artistica. E l’intento riesce, anche solo perché c’è My Winter, però nell’insieme i brani veloci come Second Sight ci restituiscono ancora atmosfere in perfetto stile Japan, il che non guasta visto che nel disco di Sylvian, David prende le distanze da quel mondo che diversamente sarebbe caduto nell’oblìo. E se dalle note non si percepisce mai la mancanza di Sylvian, dalle foto di fronte e retro della copertina, sembra chiara l’intenzione di mostrare il vuoto, uno spazio in cui manca qualcuno. Probabilmente, da quella grande formazione avanguardista e raffinata che furono i Japan, il musicista di cui si sente più la mancanza è il meraviglioso Mick Karn che purtroppo nel 2011 ci ha lasciati.
Lungo il nostro cammino multisensoriale, anno dopo anno, La Gerla 1988 e Catch the Fall del 1987 segnano tracce indelebili nella memoria che ci appartiene.

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