SANTA SOFIA, LA VALPOLICELLA CHE SA DI FAMIGLIA di Francesca Fiocchi

Strategia dell’eccellenza. Quanto mi garba quest’espressione che Giancarlo Begogni durante la visita a Santa Sofia ripete spesso. E che si riassume per lui in vini classici, diretta espressione del terroir, eleganti, freschi. Da qui partiamo per spiegare quella piccola rivoluzione enoculturale che ha compiuto rilevando l’azienda, già conosciuta per l’ottimo Recioto, dalla contessa Rizzardi, spingendo l’acceleratore sulla qualità e quindi su una scrupolosa selezione in vigna. Era il 1967 e nasce il primo Amarone della Valpolicella Santa Sofia quando il vino seguiva dinamiche produttive e commerciali che lo portavano a essere (s)venduto in damigiana. Ma in quegli anni si iniziavano anche a riconoscere le Denominazioni di origine controllata. Qualcosa stava cambiando nel mondo del vino: erano i timidi albori di una nuova era e Giancarlo, enologo della scuola enologica di Conegliano Veneto, oggi 81enne, aveva dalla sua il coraggio. Il coraggio di osare. E un figlio, Luciano, pronto ad assorbire come una spugna dopo gli studi in Economia e Commercio. Padre e figlio che a un certo punto si sono trovati a guardare insieme nella stessa direzione, consapevoli del potenziale che avrebbero potuto sviluppare. Sogno che oggi continua proprio con Luciano, dopo la prematura scomparsa della sorella Patrizia, con la collaborazione dell’agronomo Fabio Sorgiacomo e con il giovane enologo e ricercatore Matteo Tommasi.

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Siamo a Pedemonte: è qui che ci porta un vibrante press tour alla scoperta della Valpolicella classica, di uomini e storie che sanno di famiglia, di forti passioni. In prima battuta il pensiero corre all’ Amarone, in seconda a vini come il Recioto e il Valpolicella  che hanno raggiunto standard qualitativi elevatissimi  –  c’è anche il Ripasso, ma bisogna credere nella sua filosofia produttiva per amarlo e per me, pur apprezzando i risultati raggiunti da questa azienda, è difficile capirne l’idea sottesa, ossia quella del “ripassare”.

Santa Sofia, dicevamo. Duecento anni di storia, grandi vini, una villa Palladiana del 1565 (iscritta nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco dal 1996). Cinquant’anni fa (traguardo tagliato lo scorso anno) l’arrivo della famiglia Begnoni, con Giancarlo e il figlio Luciano, segna un nuovo corso: forte identità che si sviluppa nell’unicità, nella longevità e nella sontuosità dei vini, già apprezzati nella metà del 1800, e un riposizionamento sui mercati internazionali forte di un microsistema virtuoso in vigna e in cantina e delle capacità imprenditoriali e di marketing di Luciano, che negli anni ’90 inizia l’internazionalizzazione dell’azienda dopo aver lavorato per tutto il decennio precedente su conti, strategie, conquista di nuovi mercati. Ossia, buttandosi a capofitto. Oggi Santa Sofia esporta l’87% della sua produzione e conta 120 importatori: i vini viaggiano in 65 paesi del mondo, tanto per fare un esempio si possono trovare nei ristoranti stellati Michelin “Casa Perbellini” a Verona, “Otto e Mezzo Bombana” al Galaxy Casino di Macao e al “Bocca Italian Cousine” all’Hilton di Abu Dhabi. Una tradizione enologica o meglio enoculturale che si perde nella notte dei tempi: la parte di cantina più antica, completamente in tufo, si trova sotto la villa e fu costruita dai frati di San Bernardino proprio per l’affinamento dei vini  già nel 1300, quando eressero la cappella dedicata a Santa Sofia. Qui oggi troviamo splendide botti di rovere di Slavonia per la maturazione dei rossi di maggior prestigio: Amarone, Valpolicella Superiore Montegradella, Valpolicella Ripasso. Nella cantina più recente, risalente al 1700, riposano in serbatoi d’acciaio i vini più giovani e freschi: Bardolino, Bardolino Chiaretto, Soave, Lugana, Custoza, Pinot grigio, e Merlot Corvina. Nelle barrique di rovere francese invecchiano, invece, il Gioè Amarone della Valpolicella Classico, il Recioto, il Valpolicella Classico Superiore Montegradella e l’ Arleo.  “Alcuni vini richiedono una maturazione più lunga prima di uscire sul mercato”, spiega Luciano. “Noi siamo convinti sostenitori dell’affinamento in bottiglia perché apporta al vino maggior complessità e armonia”. I criteri produttivi sono molto restrittivi e li hanno portati negli ultimi vent’anni ad escludere le annate 1999, 2002, 2012 e 2014 per quanto riguarda l’Amarone. Criteri che sono ancora più selettivi per la riserva Gioè: dal 1964 ad oggi si contano solo diciassette annate storiche. Le più straordinarie per le guide internazionali (Parker & co.) sono state il 2001, 2009, 2011 per l’Amarone e per il Gioè riserva il 2007. “Un’importante riconoscimento per la promozione della Valpolicella nel mondo è arrivato dalla cena di beneficenza con 600 invitati, al Carlton Ritz di Osaka, alla presenza della principessa giapponese Hisako Takamado: unico vino italiano, una bottiglia da 12 litri di Amarone 2011 che è stata battuta all’asta”, sottolinea Luciano.

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(In foto, Giancarlo Begnoni nella cantina storica del 1300)

Santa Sofia e Monte Gradella: il Gioè. Un appezzamento storico che sa sviluppare nei vini profumi eleganti e profondi, corpo, gusto morbido. Tutto questo è racchiuso nel Gioè, il vino più premiato di Santa Sofia, essenza di Amarone che segue un suo percorso di imbottigliamento e invecchiamento. La prima annata di questo nettare speciale fu il 1964. In omaggio a questo territorio, però, viene chiamato Montegradella il Valpolicella Classico Superiore, che si ottiene appassendo le uve con la stessa tecnica dell’Amarone, ma più breve. Oggi l’azienda conta su 24 ettari in Valpolicella classica e su 45 in Valpantena, ma qui, nella Valpolicella orientale, piantati (a guyot) sono solo una quindicina, il cosiddetto vigneto Briago, scommessa della famiglia da un’intuizione di Patrizia Begnoni. “In Valpantena quella di quest’anno è stata la prima vendemmia”, racconta Anna Caprini dell’ufficio comunicazione e ospitalità. “C’è da capire cosa fare, sicuramente un buon Valpolicella Superiore, poi vedremo. Saranno vini innovativi, biologici. Faremo viticoltura organica perché intorno al vigneto c’è un magnifico bosco e tratteremo il meno possibile”. Sono terreni di buona altitudine che consentono di portare avanti un progetto di agricoltura sostenibile e di rispetto profondo dell’ambiente. Ma Santa Sofia monitora la situazione delle vigne su una superficie più vasta: circa 6000 ettari vitati dei conferenti su un territorio di 30000, la maggior parte dei quali insiste su versanti diversi per esposizione e altitudine.

Sul Monte Gradella, nell’intersezione tra i comuni di San Pietro in Cariano, Fumane e Marano, la vista e i colori di un inverno punteggiato da tramonti di rara bellezza creano suggestioni che ritroviamo nel bicchiere. Le uve destinate all’appassimento sono corvina, corvina grossa e rondinella: “La molinara l’abbiamo abbandonata ultimamente, anche il consorzio l’ha tolta dalle uve necessarie per fare l’ Amarone in quanto è molto delicata e non adatta all’appassimento perché contiene molta acqua. Ma la mettiamo nel Valpolicella”, continua Anna Caprini. Forma di allevamento è la pergola veronese. Il terreno è tufaceo, magro, adatto a vini di lungo affinamento e con struttura e acidità elevate. Il clima è sempre ventilato, con buone escursioni termiche. Esposto a sud, è forte il calore che si crea durante il giorno, d’estate: è questo il motivo per cui il monte prende il nome di “gradella”, che è la graticola su cui si mette a cuocere la carne. In questo microclima particolarmente favorevole all’appassimento l’uva sviluppa una buccia molto resistente, l’acino quindi non si rompe e non si creano muffe. Vino a parte, una chicca è la piccola produzione di extra vergine d’ oliva da varietà Leccino, Frantoio e Pendolino. Il risultato è un olio molto fruttato e intenso, indicato con carne e verdure autunnali lessate più che per condire insalate.

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Intelligenza del negociant e lavoro con i conferenti, oggi una trentina. “I conferenti mi aiutano a migliorare il vino in annate non facili: con vigneti di zone diverse e quindi con esposizioni diverse riusciamo ad ottenere vini migliori di quelli che si potrebbero realizzare in una sola zona, per quanto vocata”, spiega Luciano. “È fondamentale la relazione diretta con chi coltiva la vigna per conoscere la qualità delle uve e intuire come si evolverà il vino. La maggior parte degli agricoltori conferiscono il raccolto in base ad accordi che prevedono un controllo diretto sui vigneti. Seguiamo passo dopo passo le fasi del ciclo vegetativo delle piante, i metodi di allevamento, la potatura, i trattamenti e la vendemmia, periodo cruciale e delicatissimo, che viene svolta dal nostro personale di fiducia esclusivamente a mano”.

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La famiglia Begnoni condivide con noi a pranzo una ricca selezione di vini. Il Valpolicella Montegradella Superiore è un bel bere: stessa lavorazione dell’Amarone però in metà tempo: appassimento dell’uva per 45 giorni invece di cento, due anni di rovere invece di tre come per il classico, quattro per il Gioè, la riserva di straordinaria complessità organolettica (15mila bottiglie quando l’annata lo consente) che prende il nome dalla parte superiore del Monte Gradella e che fa un po’ di barrique. Ma cambia anche il tempo di affinamento in bottiglia: nove mesi per il Valpolicella Superiore Montegradella invece di un anno. Montegradella che al naso ricorda l’Amarone con le sue note balsamiche e le suggestioni speziate, mentre al palato tannini vellutati e una bella rotondità con un finale di mandorla amara creano armonia e piacevolezza. Sono utilizzate le stesse uve dell’Amarone: un 30% passa in barrique di rovere francese e un 70% in botti da 20 e 30 ettolitri di rovere di Slavonia. Con l’Amarone sono appena usciti sul mercato con l’annata 2011, quasi sei anni fra maturazione e affinamento in bottiglia. “Il fil rouge sono sempre piacevolezza ed eleganza. Questi vini si lasciano bere, ci si può divertire con loro e si finisce tutta la bottiglia”, spiega Luciano. “Per quanto riguarda il Ripasso, per tante aziende è il vino più importante, mentre il Valpolicella Superiore sta a metà strada. Per noi è il contrario: il Montegradella, che consideriamo il nostro piccolo Amarone, ha una lavorazione a sé che è identica a quella del cugino maggiore, di cui ricorda il profumo”. Mediamente alcolico, ben strutturato e con un quadro polifenolico interessante, oltre che con caratteristiche di fragranza e freschezza notevoli, è anche il Valpolicella classico, che con papà Giancarlo veniva affinato in legno, mentre Matteo, il giovane enologo della casa, è tornato a farlo solo in acciaio, con uno  stile più fresco e fruttato.

Un gioiellino è il Recioto, che riesce a maturare in barrique perché essendo dolce sopporta meglio i legni un po’ più aggressivi. Recioto che mantiene inalterata la filosofia dell’azienda: piacevolezza, struttura, pulizia del palato, equilibrio. Il risultato è un vino vellutato e armonico, con una bella vena acida che equilibra lo zucchero residuo. Due le annate a confronto: 2001 e 2011, a dimostrazione che questo vino regge bene l’invecchiamento. E poi un Ripasso per nulla ruffiano, un po’ atipico, e che proprio per questo mi ha sorpresa.

I vini di maggior prestigio seguono un periodo di affinamento in bottiglia, di fondamentale importanza nella logica produttiva di questa azienda. “L’affinamento è per noi il punto di svolta”, ritorna sull’argomento Giancarlo, per fissare meglio il concetto. “Se si beve un vino dopo solo un paio di mesi di bottiglia è pressoché identico, ma se lo apriamo dopo un anno è già cambiato, perché nel vino ci sono alcoli e acidi che in presenza di ossigeno formano gli esteri, quei componenti che determinano il bouquet. Se al vino non do il tempo per crescere perdo tutto. Tener bottiglie ferme in cantina è un costo, ma ne vale la pena”.

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Gran finale con l’Amaro Riserva 1962, precursore del loro Amarone: 55 anni di bottiglia inalterata, anzi ancora con una certa longevità. “L’ abbiamo già trovato in cantina quando siamo subentrati noi”, racconta Luciano, spiegandoci che è stato creato da un  altro grande enologo, Nino Franceschetti (fondatore di altre tre aziende importanti sul territorio). “Grande rispetto per questo vino e resto sorpreso dalla sua vitalità dopo tutto questo tempo”.

Ricordando Fellini, “un buon vino è come un buon film: dura un istante e ti lascia in  bocca un sapore di gloria”. Un vino che non si degusta ma con cui si fa l’amore, ad ogni sorso.

Photogallery press tour Amarone of Valpolicella Classica:

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