TARRAGONA, PRIORATO di Francesca Fiocchi

René Barbier (Clos Mogador), Carlos Pastrana (Clos de l’Obac), José Luis Perez (Clos Martinet), Alvaro Palacios (L’Ermita), Daphné Glorian (Clos Erasmus) sono cinque visionari che hanno reso possibile un sogno: il Priorato (moderno). Oggi sono quasi duemila ettari vitati, per il 96% con varietà a bacca rossa. Ma quando René Barbier (in foto sopra), uno dei due profeti del Priorato, l’altro è Alvaro Palacios (“mi hermanito”, lo definisce René), alla fine degli anni ’70 lascia la Valle del Rodano per insediarsi in queste terre e provare ad accarezzare quello che allora era solo un’utopia gli ettari sono quasi 600, coltivati quasi esclusivamente con carignan, un’uva dal tannino un po’ rustico. La garnacha è l’altro vitigno storico del territorio: vigne vecchissime, fra le poche spagnole ad essere sopravvissute alla fillossera, e proprio per questo hanno costituito per anni una buona riserva per la Francia. Poi, grazie alla nuova filosofia produttiva, sono arrivati gli internazionali cabernet sauvignon, merlot e quel syrah che qui raggiunge punte di eccellenza e dona complessità all’assemblaggio. Il sogno svanisce per cedere il posto pian piano a una realtà invidiabile. Se prima il vino era ricco di alcol e si vendeva ai francesi che avevano bisogno di corpo, i cinque pionieri segnano un nuovo corso. Scala Dei (oggi di proprietà Codorniu) è il primo produttore a seguire la linea tracciata da Barbier: vini più eleganti e meno corposi. Per la nascita del mito bisogna però attendere il 1989: il primo Clos Mogador di Monsieur René. Finalmente il progetto si concretizza, dopo dieci anni: decisivo l’incontro con quei quattro amici enologi e visionari e un viaggio studio a Parigi. Nel 1993 Palacios, le cui bottiglie più pregiate superano tranquillamente i mille euro (sui seicento sono solo le annate più deboli), presenta l’Ermita a un prezzo ancora più alto del Vega Sicilia. Ed è un successo. A metà anni ’90 è la volta di un altro nome di primissimo piano, che dà il via a una seconda generazione di viticoltori del Priorato: la Celler Fuentes di José Maria Fuentes. Non siamo più di fronte a vini di alta gradazione alcolica e fortemente ossidati, ma sempre più bevibili, con potenzialità per essere tra i migliori al mondo. Oggi la Catalogna è questo: dinamismo e modernità anche nei vini, voglia di lavorare.

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Siamo nel nord-ovest della provincia di Tarragona, in una zona montuosa a pochi chilometri dal mare e a un’ora da Barcellona. Il paesaggio è di una bellezza selvaggia. Le vigne, dislocate fra 250 e 600 metri di altitudine, sono incastonate in terrazzamenti di “llicorella”, una specie d’ardesia di origine vulcanica e dal color di liquirizia, ricca di quarzo e argilla nera, che trattiene il calore per le sue proprietà riflettenti. Un tipo di suolo particolarissimo che regala ai vini intense mineralità, rendendoli riconoscibili. Vini di grande consistenza ben sostenuta da sapidità e freschezza. Quasi materici. Vini di slanciata energia e struttura, ricchi e di allungo gustativo come pochi. Sempre in tensione e profondi. Godibilissimi ma che meriterebbero di essere dimenticati in cantina qualche anno prima di essere consumati. Bellissimi. E come la bellezza, sono delle forme d’arte. Una bellezza di forte e precisa impronta territoriale che vorresti quasi accarezzare mentre ti accarezza i sensi e domina la scena.

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Il Priorato oggi vanta forti e numerose richieste di investimento, perfino dal Sudafrica. I vigneti risalgono all’epoca romana, ma sono soppiantati da boschi di pini e macchia mediterranea durante il dominio arabo. Tutto riparte nel 1163 d.C., quando i monaci Certosini fondano il Monastero Scala Dei, i cui terreni sono gestiti dal Priore (da qui il nome dell’intera comarca). Fino alla fillossera, nel 1879, che distrugge tutto. Una data importante è l’anno 2000 con il riconoscimento della Doca Priorat (Docg italiana e Doq in catalano) alla zona dei “cumuli” (Do Montsant è tutta la zona circostante) da parte delle autorità catalane, mentre Madrid prenderà posizione ufficialmente solo nel 2009. Doca è il massimo riconoscimento, condiviso con la Rioja. A tracciare il solco ci ha pensato Monsieur René. Ormai il destino è segnato, e può solo evolversi verso l’alto. Con Barbier inizia già nei primissimi anni ’80 un’intensa attività di ricerca che punta alla qualità assoluta: accanto a vigneti antichi e abbandonati ne vengono innestati di nuovi, con estrema attenzione alla biodiversità. L’acqua non permane in superficie, per via della presenza di roccia sfaldata che favorisce areazione e permeabilità, ma raggiunge gli strati più profondi del sottosuolo obbligando le viti a sviluppare radici profonde. I microclimi, differenti da una zona all’altra, sono influenzati, più o meno a seconda dell’altitudine, dalle brezze marine e da importanti escursioni termiche che vanno a influenzare in maniera notevole le caratteristiche dei mosti e prima ancora determinano vendemmie scalari, da calibrare alla perfezione per evitare surmaturazioni indesiderate. Il risultato sono vini con un’ampia gamma di variazioni degustative, anche se accomunati da uno stile moderno. Una storia antica quella del Priorato, in grado di competere con la Borgogna. Ma ne riparliamo…