ANDREA BERTI E LA SUA IDEA DI BARBERA di Francesca Fiocchi

I suoli sono di medio impasto e molto ricchi di calcare attivo, particolarissimi: “Vanno dal 13% che ho sull’albana a salire”, ci racconta Andrea Berti. Siamo a un’altitudine di quasi 300 metri, sui Colli Bolognesi, dentro al parco regionale storico di Monte Sole, un’area protetta tra le più incantevoli d’Italia quanto a bellezza naturalistica e ricchezza faunistica. La Valle del Reno, terra di storie e leggende, è tutt’intorno. Di fronte a noi il Corno alle Scale, una serie di balze rocciose a gradinate dell’Appennino tosco-emiliano, che svetta a quasi 2000 metri e chiude la vallata. L’habitat è alpino. “Le perturbazioni che arrivano dal Tirreno scaricano sulle montagne e i venti sono asciutti”, spiega. “Per incappare in malattie fungine dovrei fare qualche cappellata, come diciamo noi a Bologna”. Quanto a microclima questa è una specie di enclave dove le uve maturano alla perfezione e le acidità sono ben presenti.

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Siamo partiti con il racconto del territorio perché intorno a questo concetto ruota tutta la filosofia produttiva di Andrea Berti: sostenibilità, valorizzazione degli autoctoni, identità, Fivi. Il segreto è arrivare in cantina con uve perfette, che consentono di intervenire il meno possibile. Quindi il grosso del lavoro è in vigna, in un’attenta cura della vite. Andrea Berti ha ventinove anni, è enologo, ha studiato a Bordeaux, viaggiato tantissimo e in quello che fa e dice sa trasmettere non solo preparazione e competenza ma tutta la passione della sua età. Passione che lo colloca felicemente in quest’angolo di mondo come libero battitore, uno di quelli che rifugge mediocrità e banalità (con una Barbera che in cantina troviamo a 50 euro, e li vale tutti!), uno di quelli che sogna rossi da invecchiamento e uno spumante Metodo Classico da uve autoctone in grado di puntare alla Doc. Tutto questo sui Colli Bolognesi. “Perché l’Emilia Romagna deve identificarsi, e questo è il mio sogno, non solo con il tortellino e la piadina, oltre che con altre mille straordinarie tipicità dell’agroalimentare, ma anche con grandi vini capaci di competere senza timori reverenziali nelle sfide internazionali”, continua.

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La Barbera, dicevamo. Che qui sui Colli Bolognesi ha una storia plurisecolare, retrodata al 1300. Ma non vi parliamo di una Barbera qualsiasi, ma di quella che “spacca” della Tenuta Folesano, la Barbera Raggi. Barbera che qui sui colli ha sempre fatto a pugni con la sua storia antica, ma che oggi grazie a produttori come Andrea Berti ha imboccato la strada della qualità assoluta, della differenziazione. Nulla da invidiare a quelle di territori più blasonati. Anzi. Una Barbera che è la risposta ai cambiamenti climatici. Nelle sue parole si legge chiaramente tutto l’amore per la sua terra, Bologna, ma non si tratta di un amore statico, ma di uno di quegli amori in movimento, che ha voglia di fare, di sperimentare, di trovare nuove vie partendo dalla storia, rivivendola con altri passi, e altri occhi. Riscoprendo quei marcatori indiscussi di un territorio che sono gli autoctoni. Cercando nuove chiavi di lettura attraverso una rilettura più attenta che deve farsi guidare da un solo faro: qualità, basse rese, tanta selezione. “Il vitigno di terroir per me è quello che in cantina ti permette di rovinare le uve il meno possibile”, spiega Berti. “L’acidità nella Barbera è ottima, gli accorgimenti durante la vinificazione sono minimi e i tannini non sono sgarbatissimi: è un vitigno che si esprime con bevibilità e freschezza. Io gioco su rese basse perché è un vino che dà il suo meglio così: con rese alte si farebbe fatica a degradare gli acidi, già ben presenti in questa tipologia, in più abbiamo molto calcare nel terreno che va ad accentuare l’acidità. In questo contesto è fondamentale trovare il punto di equilibrio ottimale”. E continua: “Le nostre scelte di agricoltori hanno una valenza trentennale o addirittura quarantennale, dobbiamo guardare con un occhio avanti, con del margine e in questo caso valorizzare una storicità che c’è. Tra noi viticoltori occorre darci un appuntamento qualitativo, individuando tipologie in grado di fornire una qualità altissima a seconda di territori eterogenei, con esposizioni e altitudini molto differenti”.

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Quanto alla Barbera, alla Tenuta Folesano si è sempre coltivata. Oggi sono 0,4 ettari, ma ne sarà piantata dell’altra sovrainnestandola al merlot, altro vitigno portabandiera dell’azienda  (il Guidesco è il loro Merlot in purezza, dal nome di uno dei Conti di Panico che abitarono la casa torre dell’XI secolo, oggi sede dell’agriturismo). “In passato avevamo puntato su uno Charmat lungo rosé da Barbera, mai su un rosso. Quando sono tornato dall’estero, nel 2014, mi sono dedicato completamente all’azienda. Per prima cosa ho iniziato a studare i suoli per capire cosa potevo tirar fuori di eccellente, così per il clima e le viti: quelle di Barbera hanno quindici-sedici anni e sono andate in equilibrio quasi subito”. La Tenuta conta su sei ettari complessivi, bio certificati dal 2013 “ma in realtà siamo sempre stati bio”. Oltre al vitigno barbera troviamo albana (“non ho il problema della surmaturazione perché il terreno è esposto a nord ed è umido”), sangiovese, merlot e cabernet. “Farò un Bologna Rosso, un blend dei colli con Merlot, Cabernet e Sangiovese”, continua Berti. La produzione oggi si attesta sulle 30-35mila bottiglie, ma varia a seconda dell’annata: “In questa se arriviamo a 16-17 mila è tanto”, puntualizza.

BARRIQUE. Le preferisco di secondo o terzo passaggio, di legno d’Allier, che è discreto, conferisce aromi sottili e una buona carica tannica. “Non amo il gusto standardizzato perché appiattisce la personalità del vino, quindi non seguo sempre le stesse regole per l’affinamento e la maturazione in legno: tutto dipende dall’annata, dalla vendemmia, da cosa trovo e dall’obiettivo che quell’anno mi prefiggo. Per esempio, nel 2015 l’invecchiamento è stato di un anno, il 2016 invece ce l’ho ancora in botte e devo decidere come travasarlo. Vorrei introdurre qualche tonneaux. Anche l’affinamento in bottiglia varia: in genere i miei vini danno il meglio dopo 5-6 mesi dall’imbottigliamento, non li metterei mai in commercio prima di due mesi”, spiega. “Per l’invecchiamento non sono mai bourguignonne di primo passaggio perché sono troppo aggressive. A me piace sentire il varietale ma al tempo stesso non voglio barrique estremamente esauste, con ossigenazione deficitaria per quello che cerco di ottenere. La Barbera ha la tendenza alla riduzione: va bene non ossidare i vini ma va altrettanto bene dare un minimo di ossigeno perché abbiano un po’ di evoluzione”. Il suo segreto? La degustazione. “La mia formazione a Bordeaux era improntata sull’importanza della degustazione. Mi sono allenato a riconoscere aromi e difetti. Un palato fine è fondamentale in cantina per l’assaggio tecnico”.

SPUMANTE. L’obiettivo è la Doc. “A fine giugno ci siamo riuniti in azienda da me per fissare le linee guida del nostro primo spumante. Eravamo una decina di viticoltori dei colli, anche se speravo di coinvolgerli tutti. Siamo concordi su alcuni punti: deve trattarsi di uno spumante Metodo Classico; varietà cardine, che quindi ci deve sempre essere, è la Barbera, vinificata in bianco o in rosé; in assemblaggio sono consentiti altri vitigni autoctoni del territorio, come alionza, che è una varietà a bacca bianca che sto studiando per capirne le potenzialità qualitative, albana o anche vitigni rossi vinificati in bianco. Lasciamo una certa libertà nell’assemblaggio perché ciascuno di noi ha terreni ad altitudini differenti. Con questa vendemmia abbiamo preparato le basi, ora dobbiamo tirar fuori i prodotti e poi punteremo alla Doc. Per uscire col primo prodotto ci vorranno due o tre anni, non abbiamo fretta”, continua Berti.

E poi la filosofia Fivi, quella dei  vignaioli indipendenti. “È un mondo bellissimo. Essere Fivi è un’opportunità, vuol dire metterci la faccia. I vigneti sono il mezzo per tenere vive le nostre colline. Attraverso il valore del vino creiamo paesaggio, sostenibilità. Noi viticoltori siamo l’ultimo baluardo prima della desertificazione del mondo”.