CLOS MOGADOR, IL SOGNO DI RENÉ BARBIER di Francesca Fiocchi

 

René Barbier senior. Un mito qui in Priorat. L’uomo che insieme a quattro o cinque altri visionari come Carles Pastrana (Clos de l’Obac, vincola quasi confinante), Alvaro Palacios (Rioja e L’Ermita in Priorat), José Lluis Perez (Clos Martinet e padre di Sarah Perez) ha saputo vedere oltre il proprio naso. Un uomo che avuto la forza di credere in un sogno che ancora non esisteva, per lo meno non a questi livelli, e di tracciarne il profilo. Provando a farlo camminare sulle proprie gambe, nel mondo. Priorat appunto, rediscovered wine region. Barbier è il padre di questo nuovo Priorat, che oggi insieme alla Rioja è la zona vinicola più prestigiosa di Spagna. Per semplificare, sono vini di straordinaria complessità gusto olfattiva, capolavori di intensità e persistenza, eleganti, con tanto tanto territorio, tanto tanto varietale. Ed è proprio questo il loro segreto: espressione territoriale. Nel periodo trascorso tra Barcellona e Priorat nei vini ho sempre sentito una cosa, inconfondibile: la llicorella, il suolo vulcanico nero ricco di quarzo e argilla, risalente al Paleozoico e tipico di questa terra. E ho sempre percepito un uso controllato del legno, questa è l’altra grande svolta impressa da Barbier, un legno che non crea gusti omologati ma apporta aromi terziari che sono pugni di velluto. Bere un Clos Mogador è un piacere. Puro. Soprattutto godendoselo sul posto. Perché Priorat oggi è uno status a livello culturale e ambientale, e di prezzo, sinonimo di “grande vino”. Come insegna anche Robert Parker, estimatore di questo territorio.

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Siamo a Gratallops (250 abitanti o poco più), a est di Tarragona, in Catalogna, a un’ora di macchina da Barcellona. In Priorat DOCa. Fra massicce montagne (Sierra di Montsaint) e il mare (la costa mediterranea). Millenovecento ettari vitati in tutto, dislocati su suggestivi terrazzamenti lavorati a mano, fra i duecento e gli ottocento metri di altitudine. Una differenza significativa di quota che riesce a generare vini completamente diversi fra di loro pur se rientranti nella stessa denominazione, vini con caratteristiche organolettiche che marcano idealmente un Alto Priorat e un Basso Priorat. Dopo un tortuoso e no ending sterrato si arriva a destinazione. Ad accogliermi è il figlio, che guarda caso porta il nome del padre, René appunto, ed è il quarto René Barbier della storia. La vinicola fu fondata dal padre e da sua moglie Isabelle Meyer, una pittrice con la passione per le etichette, che ancora oggi sono disegnate da lei. Era il 1979 e si diede così il via alla nuova era delle “Clos” vinicole. Clos Mogador era il nome del primo vigneto che René iniziò a coltivare negli anni ’70. “Siamo partiti da zero, comprando una vigna che non valeva nulla, quasi seimila euro”, mi spiega il figlio. Da qui nasce un nuovo stile, un novo modo di interpretare la terra che porterà il Priorat alla fama mondiale. Uno stile francese: meno barrique, meno vaniglia, meno omologazione. René Barbier senior fu allievo di Jean Claude Berrouet, enologo per più di trent’anni di Chateau Petrus. Il sogno era produrre in Priorat vini con l’anima. Il primo Clos Mogador nacque nel 1989, grazie all’unione di quattro o cinque produttori visionari. Nel ’92 e da lì in poi ognuno proseguirà in proprio sulla strada ormai tracciata. Per arrivare a quel primo traguardo ci vollero anni e anni di studio, ricerca, aggiustamenti. “La tecnica bordolese di vinificazione l’ha introdotta mio padre: questa è la sua rivoluzione”, spiega René Jr.. Oggi il vino rancio è solo un ricordo. “Prima di mio padre in Priorat si produceva vino ossidato e liquoroso come lo Jerez, l’Oloroso per capirci. Era la tradizione. Con René Barbier si è iniziato a fare un vino più di struttura, elegante, grazie all’introduzione del Cabernet: in Italia ci sono i super tuscan, Sangiovese col Cabernet, qui la Garnacha col Cabernet”, continua. “Fino ad allora non si aveva una bella opinione dell’uva cariñena, perché dava vini rustici, con sensazioni vegetali e speziate dure. Noi abbiamo iniziato a introdurla a piccole dosi sempre di più. Nel ’99 abbiamo scoperto che funziona molto bene in blend, soprattutto con garnacha, syrah e cabernet, tenendola come seconda quando a proporzione. Prima di allora, invece, erano garnacha, cabernet, syrah e una piccolissima percentuale di cariñena. Noi abbiamo tentato anche un esperimento in purezza che ha dato ottimi risultati. Tutto parte da come si lavora la terra”. Mentre si racconta siamo al centro di un anfiteatro naturale, in un punto molto ventilato, con una brezza marina che cerca di farsi sentire. Tutt’intorno i terrazzamenti della DOCa, la denominazione di qualità certificata riconosciuta solo nel 2009 da Madrid. “Prima era solo DO”, sottolinea, “e la differenza è importante: DOCa significa 100% vino imbottigliato, non è possibile lo sfuso”. Se oggi si bevono grandi vini in Priorat riconosciuti da una denominazione più forte è grazie a loro che ci hanno creduto per primi, che hanno creduto che in Priorat era possibile un nuovo sogno, che puntava alla qualità, alla differenziazione, al rispetto della natura e dei suoi cicli. Era possibile scrivere una nuova pagina. Una delle caratteristiche di Clos Mogador è che René Barbier usava come pressa quella per spremere le olive – fanno anche olio, tra l’altro – col risultato di vini molto più concentrati, fruttati, con un’esplosione di aromi. René Barbier senior, lo dice il nome, è discendente di una dinastia di produttori di origini francesi anche se nato e cresciuto in Catalogna, con formazione a Bordeaux, Limoux e in Borgogna.

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Il terreno è l’arma segreta del Priorat, l’indiscusso protagonista della denominazione: la llicorella, che ritroviamo nei vini caldi, scuri, concentrati e di grandissima struttura, con la tipica mineralità dell’ardesia. Un suolo poroso in grado di trattenere la scarsa acqua piovana (400 mm di piogge all’anno), conservando un terreno fresco e umido. Le viti fanno grande fatica per nutrirsi, devono andare in profondità. Le varietà che meglio si adattano a queste condizioni estreme sono cariñena e garnacha. Non solo il vigneto ma tutto il paesaggio è un’esperienza immersiva, con i suoi contrasti magnetici tra chiaro e scuro. Quella di Barbier è una vera e propria obsesion per l’espressione del territorio nel bicchiere, per la biodiversità, per la naturaleza. I vigneti di Clos Mogador, 20 ettari in tutto, sono a 350 metri slm: vigne vecchie di cento anni si alterano ad altre di venti fra piante di rosmarino, timo e lavanda. Nella ricchezza della biodiversità suolo, piante e insetti interagiscono. Ed ecco cicale, rane, grilli, api e calabroni: tutto è in perfetta simbiosi con vigne, ulivi (arbequina è la varietà con la maggior percentuale d’estrazione d’olio), querce secolari, rovi di more e alberi da frutta. “Per fare un buon vino bisogna selezionare tantissimo in vigna e scegliere le uve che ci piace mangiare”, spiega René. Clos Mogador è stato il primo “vino de finca”, una distincion che si somma alla DOCa Priorat e sta a significare che tutta l’uva per l’elaborazione del vino proviene da un’unica parcella.

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(In foto, la llicorella, il suolo tipico del Priorat)

Sono terreni inusuali nella penisola iberica, poveri di materiale organico ma con grande presenza di sostanze minerali. Llicorella è il nome catalano, pizarra in spagnolo, di questa roccia metamorfica che per la sua colorazione scura ricorda la liquirizia e che ricopre a scaglie le colline. Il clima è estremamente arido: la vite produce acini molto piccoli e concentrati. Le differenti altitudini dei terreni portano a vinificare separatamente le singole parcelle.

GREEN COVER, ECOSOSTENIBILITÀ AMBIENTALE. Questo è Clos Mogador. Oggi. Non si coltiva solo la vite, si coltiva prima di tutto l’ambiente, e lo si fa secondo una visione olistica ed ecocompatibile, cercando di modulare correttamente l’agro-ecosistema vigneto. Parola d’ordine: green cover, la copertura del terreno per migliorare la struttura del suolo aumentandone la sostanza organica e l’attività biologica, bloccando il dilavamento degli elementi nutritivi e fissando l’azoto. Tutto questo porta a una maggior biodiversità e a una maggior capacità di reazione della vite agli stimoli esterni. “Stiamo sperimentando la copertura vegetale o green cover per il terzo anno, per ora solo sul Clos Mogador ma l’obiettivo è di applicare a tutti e tre i nostri vini questa filosofia produttiva”, spiega René Barbier.

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Lieviti autoctoni, macerazioni, 50 mila bottiglie e solo tre vini: due rossi e un bianco. Trentamila sono di Clos Mogador, l’alfiere della casa. “Sul cabernet sauvignon stiamo innestando garnacha perché ne voglio di più nel vino, purtroppo sono errori del passato cui cerchiamo di rimediare”, precisa. Oggi l’azienda ha aumentato la coltivazione di garnacha e cariñena e ha ridotto il cabernet. “Nel 1998 c’era quasi il 40% di cabernet nel Clos Mogador, ora è al 10%”. E se prima in Catalogna si beveva più Rioja, oggi il predominio è del Priorat. Da 15 anni è partito anche un progetto sperimentale con Sara Perez, dal nome Sara y René Viticultores, che non prevede l’utilizzo di solforosa. “Sono tre vini e circa mille bottiglie per tipo”, spiega il giovane René, che sogna di riuscire a introdurre sempre di più i bianchi, “almeno quanto i rossi”. Questa sarà la rivoluzione dei figli: un Priorat capace di tracciare una strada bianchista parallela e di qualità non inferiore.

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(Clos Mogador, la barricaia nella pietra)

Dici Priorat dici vini rossi: intensissimi, persistenti come pochi altri. La ricerca dell’unicità si sente già al naso, subito, ed è impattante. In bocca intuisci che c’è margine di migliorare con gli anni: note di liquirizia, di erbe mediterranee, balsamiche, tannino fitto ma estremamente nobile. E un fruttato che ingentilisce. L’azienda si focalizza su due rossi e un bianco, dicevamo. Il Manyetes (“che nasce dopo che sono stato sedotto da una vigna vecchissima di cariñena negli anni 2000”) è un tinto invecchiato 14 mesi in botti di rovere francese. Fruttato, speziato, con tannini dolci, all’inizio assemblaggio di 70% Cariñena, 20% Garnacha, 5% Cabernet Sauvignon, 5% Syrah, dal 2012 è 100% cariñena, col risultato di un vino più maschio. L’altro tinto è il Clos Mogador: invecchiamento sempre in rovere francese, estremamente concentrato, con una certa grassezza e giocato su note di frutta rossa quasi in confettura come la ciliegia, delicate erbe aromatiche, note speziate e di cacao e finale con una bella nota minerale. Blend di garnacha, cabernet sauvignon, syrah, cariñena per un vino di struttura, pieno, elegante. Ma una nota la merita anche il Nelin, un bianco che a occhi chiusi sembra un rosso per corpo e intensità.

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Nelin è un progetto che nasce con René Jr., che ha sempre sognato di mettersi a confronto con qualcosa di diverso per dimostrare che anche i bianchi qui hanno buone potenzialità. E così nell’anno 2000 nasce Nelin, il loro bianco, oggi blend di sette – otto varietà autoctone, la percentuale maggiore (quasi il 50%) è la garnacha blanca, fra gli altri macabeu, pansal (xarello) e pedro ximenez. Ma all’inizio era un assemblaggio di vitigni locali con internazionali come viognier e pinot nero. “Oggi abbiamo deciso di puntare solo sugli autoctoni per renderlo territoriale e inimitabile”, spiega. E credo ci stiano riuscendo. Il Nelin fa un anno di legno in botte grande e sei mesi di acciaio. La fermentazione è molto lenta: un anno. Il risultato è un vino di razza e grande carattere, con una fine nota amarognola, in cui si sente molto il territorio e il varietale – almeno due o tre vitigni li ho individuati. Soprattutto è un vino che dimostra che il Priorat sa lavorare bene anche su quel 4% di uva bianca che coltiva. Un vino che io abbino non con il solito quanto banale pesce ma con carne e formaggi proprio per struttura e complessità. “La mia idea è di non avere vini giovani, il Nelin si esprime con gli anni, un po’ d’anni diciamo”, sottolinea René.

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E infine Dido, la Universal, Montsant 2015, che ho provato all’enoteca Lesense, al Glories Shopping Mall di Barcellona (oltre a un ottimo cava di Sant Sadurnì D’Anoia, quello di Recaredo, il Terrers Brut Nature Gran Reserva 2011). Dido è un progetto di Sara Perez e René Barbier cui partecipano cinque famiglie di conferitori, unica logica sostenibilità ambientale nel lavoro della vigna per creare Venus e Dido e tracciabilità della filiera. La vinicola porta il nome di Venus la Universal, Do Montasant, ed è stata fondata nel 1999 su 4 ettari di vigneto, da terreni di sauló (granito decomposto). Un bicchiere di vino che proietta in Montsant. Fruttato, succoso, minerale, con grande freschezza, da garnacha, syrah, cabernet sauvignon e merlot. Conquista il suo bouquet di violette di campo e l’allungo balsamico. La texture è setosa ma con tannini polverosi. Un vino che prima di essere vino è un fatto culturale, etico, sociale. I miei applausi, René e Sara!

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#WineStoAndGo goes to Priorat!

Livin’ & lovin’ Spain…