GAJA COSTA RUSSI 1997… IN MUSICA di Thomas Coccolini Haertl

Gaja
Costa Russi 1997

Robbie Robertson
Robbie Robertson 1987

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Nuovamente con voi per un incontro multisensoriale che forse più di altri trova un connubio davvero straordinario ed eccellente. Difficile fare a meno di un grande vino come Gaja Costa Russi 1997, impossibile dimenticare Robbie Robertson, primo disco da solista con titolo omonimo di dieci anni prima. Ma cominciamo dal vinile. Devo ammettere che il mio primo incontro musicale con Robbie Robertson (classe 1943) nasce per caso, ma scoprii rapidamente chi fosse questo grande musicista canadese. Molti audiofili ed esperti di musica pop/rock contemporanea probabilmente lo conoscono per la carriera negli Hawks ove nasce il sodalizio con Bob Dylan, poi come leader di The Band con cui compose uno dei brani più famosi della storia del rock, The Weight (erano gli anni sessanta). Già potrebbe bastare per una carriera di una star della musica vissuta negli USA, di madre indiana le cui influenze dei nativi americani sono evidenti in tutti i dischi a venire dello stesso Robertson.

La storia di Gaja a Barbaresco è cosa nota e ha origini che risalgono alla ormai remota seconda metà del 1800. L’innovazione, il contrasto cromatico delle etichette e tante scelte rigorose e giuste sono però del figlio Angelo, meritevole soprattutto di aver voluto lavorare su vini non solo monovitigno, ove il Nebbiolo la fa da padrone, creando così gioielli italiani come Sorì Tildin, Sorì San Lorenzo e appunto Costa Russi.

Il cammino per arrivare alla carriera solista di Robbie Robertson è stato lungo, ma l’attesa si fece sempre più pressante quando nei primi anni ottanta il chitarrista e cantante canadese annunciò le sue intenzioni, quindi incontrò la genialità produttiva di un altro musicista della sua terra, Daniel Lanois che stava lavorando a The Joshua Tree degli U2. Così già dal 1986 i due si misero a lavorare al primo disco solista di Robertson. E come usava in quegli anni, i grandi nomi che entrarono a far parte dei musicisti nelle session di registrazione rappresentano davvero un’eccezione. Qualche nome? Peter Gabriel, Manu Kathé, Larry Klein, Abram Laboriel, lo stesso Lanois (autore di dischi eccellenti fra i cantautori e avanguardisti internazionali, oltre che rinomato produttore), Terry Bozzio, Tony Levin, Ivan Neville (Neville Brothers) e tutti gli U2 per alcuni brani.

I capolavori musicali discografici sono l’insieme di tante menti, un grande vino è spesso la fusione perfetta di più vitigni, così Gaja Costa Russi è Nebbiolo e Barbera provenienti dal vigneto omonimo, l’annata 1997 eccellente. La vinificazione fu svolta con la fermentazione e macerazione in acciaio di circa 20 giorni, poi il vino è maturato in barrique per 12 mesi e altri 12 in botti di tradizione piemontese. Il resto l’ha fatto il tempo nell’affinamento in bottiglia. Conosciamo espressioni del Nebbiolo in purezza da Barbaresco e Barolo che ci regalano sensazioni uniche, poi inseguiamo queste uve che cambiano in altri territori del Piemonte e così scopriamo altre varianti ancora nella versione lombarda con il vitigno Chiavennasca. Quindi già in purezza il Nebbiolo coniuga tante variabili territoriali, se poi lo si unisce alla Barbera lavorata da maestri e cresciuta in territori vocati, nasce un grandissimo vino. Tornando alla musica, cosa aspettarsi da un musicista mezzo indiano d’America che dal Canada si trapianta in USA e si circonda di musicisti d’oltreoceano ma anche inglesi e non solo? Nasce un capolavoro annunciato. E nasce sul finire degli anni ottanta, più precisamente nel 1987 in cui escono anche, annata evidentemente creativa per la musica, The Joshua Tree dei già citati U2, Nothing Like The Sun di Sting (mio precedente incontro multisensoriale), Still life (talking) di Pat Metheny, Bête Noire di Bryan Ferry, Secrets of the Beehive di David Sylvian, sicuramente fra i migliori. Vinili di cui avremo modo di riparlare.

Ho stappato Gaja Costa Russi 20 anni dopo, sul finire del 2017 in una serata fra amici esperti sommelier in una degustazione alla cieca. La rosa dei vini era notevole, sei bottiglie senza limiti europei, ma quando è stata la volta di questa bottiglia che nessuno di noi poteva identificare, se non da un numero casuale, nessuno ha avuto dubbi. Parere unanime, vino eccellente, distinto da un’armonia straordinaria, lunghissima persistenza, sulla scia di un colore perfetto e un olfatto elegante, vellutato e ricco di sensazioni difficilmente ripetibili. Un vino di grande corpo che concede equo spazio ai due vitigni, prendendo il meglio da entrambi. Trent’anni fa Robbie Robertson e Daniel Lanois creavano un disco arrangiato con grande raffinatezza, forse più pop d’avanguardia che rock, come ci si sarebbe aspettati dal suo autore, con più influenze degli U2, ma solo in Sweet Fire of Love e Testimony, che della sua cultura d’indiano d’America, cosa che sarebbe emersa con forza decisamente maggiore nei suoi dischi successivi (Storyville del 1991 e in particolare Music For The Native Americans del 1994). E ho fra le mani due fortunate edizioni in vinile uscite per la Geffen Records e già questo basterebbe, gli audiofili lo sanno, per garantire una grande qualità del disco nero e della registrazione: quella made in USA e… l’edizione canadese che esce da un impianto stereo High End in modo egregio e sottolineando un perfetto equilibrio nella gamma cromatica di suoni e frequenze. Dimenticando per un attimo la copertina che non mi pare all’altezza del disco, il vinile si apre con Fallen Angel scritta da Martin Page (e ripresa infatti nel 1993 con il titolo Soul on Board da Curt Smith, ex Tears For Fears nel suo disco solista), caratterizzata da un intro percussivo lento profondo come le cripta di una chiesa gotica. Entra nelle ossa. Poi Manu Katché, allora il batterista più in voga, collaboratore fisso di Peter Gabriel, ma anche di Sting, elabora un pattern ritmico fantastico, come altri nel disco, di complessità e ricerca tipici di quegli anni, perché si lavorava su vere e proprie suite musicali con il risultato di una costruzione monumentale dei brani. Cioè arrangiamenti per palati fini. E se vogliamo, il colpo di genio di Katché sta nell’elaborare un tempo che nel suo disegno ritmico sembra una cavalcata nella distesa della riserva indiana. Un momento di rara intensità creativa sottolineato dai cori di Peter Gabriel. Poi il disco comincia a trasformarsi, se nel primo brano è universale, come un vino destinato a rimanere inalterato nel tempo, subito pronto, poi maturo negli anni al punto da essere sempre perfetto, in Showdown At Big Sky l’LP sembra iniziare di nuovo e diventa più americano, ruvido, ciò è proprio come degustare un vino, prima c’è il bouquet floreale e il sentore dei legni della prova olfattiva, poi arriva la spinta e la potenza del palato. Ma non si riesce a dire che il disco sia diventato rock, i musicisti continuano a pensarlo evidentemente pop, pur sprigionando un vigore e una vivacità di chitarre che ovviamente sono date dalle stesse mani di Robertson, ma anche da Bill Dillon. E dunque si apre un capitolo nuovo. Anni prima, cioè agli inizi degli ’80, le chitarre elettriche sembravano morte, i Rolling Stones con la loro impronta musicale fra rock e blues arrancavano, le tastiere e i synth avevano fatto pensare alla morte del rock e poi arriva un signore di 44 anni come Robbie Robertson che ci dice qualcosa di nuovo, anzi no, scava sotto terra e da buon indiano trova origini e forza inimmaginabili per rassicurarci. Il rock non è morto, si è evoluto, ha cambiato volto, ma sta in mezzo a noi. Vorrei qui citare anche, in fatto di grandi musicisti che hanno salvato il rock, Gary Moore e un disco che forse non tutti hanno capito fino in fondo, Dark Days in Paradise. Sono qua e là delle perle che allietano il nostro cammino, guide che potrei definire spirituali e da cui non ci si separa. Analogamente la mente registra dei profumi e dei sapori, dentro a un vino come Costa Russi che per noi sono un riferimento e a cui ci rifacciamo negli anni a venire, come un faro nella notte. Scorrono i brani, è difficile perdersi, la traccia del vinile è sempre limpida, gli strumenti escono ognuno nello spazio al proprio posto e nel giusto ordine, poi arriva un altro gioiello immortale: Somewhere Down The Crazy River. Musicisti come Manu Katché, Daniel Lanois, Tony Levin e Bill Dillon ci suonano così bene questo brano parlato e cantato da Robertson che non saprei come concepirlo in un altro modo. Ed è la stessa sensazione che provo quando penso a Costa Russi. Se si ha la fortuna di degustare grandi Barolo o Barbaresco si pensa che il mondo potrebbe fermarsi lì, poi però qualcuno, Angelo Gaja, ci dice che se si vinifica il Nebbiolo col Barbera si può fare ancora di più. Un’intuizione di saggezza e armonia. Un vino indimenticabile. Un disco immortale. Perché si può anche decidere, ogni tanto nella vita, di fermarsi qualche istante e pensare solo a evocare; Gaja Costa Russi e Robbie Robertson ci rendono la vita meravigliosamente astratta e al tempo stesso concreta in un vino e un disco memorabili.