APPUNTI DI VIAGGIO/DA MIAMI A NAPA di Francesco Antonelli

La chiamano terra dei sogni, quella dove tutto è possibile, dove una buona idea si può trasformare in una grande opportunità. Laggiù non c’è crisi, la terra è ricca e la mentalità sempre aperta a qualcosa di nuovo. Con queste affascinanti premesse ho accettato di buon grado l’invito di un amico per rimettermi in viaggio, verso ovest, verso la terra dei sogni, l’America. Ho passato buona parte del tempo nella Florida del sud, a Fort Lauderdale, poco sopra Miami ma poi appena ho potuto sono salito di nuovo su un aereo ancora più verso il selvaggio West, nella San Francisco capitale della tecnologia e mecca del vino a stelle e strisce. Dopo l’Uragano Irma e un periodo di stallo di alcuni mesi necessari per ripulire e riordinare gli effetti della devastazione, nel Sunshine State è ufficialmente cominciata la bella stagione, verso inizio Dicembre. Con i primi freddi invernali, le assolate spiagge di Miami, Hollywood e Fort Lauderdale sono prese d’assalto da turisti provenienti da ogni parte del continente. Li chiamano snow birds, come gli uccelli migratori che scampano al gelo volando verso un clima più favorevole. Il mio osservatorio privilegiato era un ristorante italiano, molto gettonato in zona, aperto da appena un anno da questo amico che mi ospitava. Da lì, con occhio discreto, ho potuto osservare le abitudini di consumo dell’americano a tavola cercando di capire in che modo il vino poteva rientrare nella lista dei loro desideri. Premessa doverosa: l’America è terra volumetrica, di grandi spazi, grandi consumi, e anche sul tema delle bevande qualsiasi cosa possa essere servita e sorseggiata deve necessariamente prevedere la versione king size XXL. Per intenderci, la misura da 24 once (710 ml) per il caffè grande è considerata l’ideale da sorseggiare a spasso o mentre si lavora al computer. I cocktail in offerta sulla Ocean Drive sono magnificamente confezionati in ampolle da 33 once (quasi un litro) e lo stesso concetto quantitativo vale per centinaia di altri succhi, estratti, bibite colorate di cui non avevo mai sentito parlare, caffè freddo alla spina, bevande energizzanti o dalle esotiche proprietà benefiche come la kombucha, fermentato a base di the verde, l’estratto di cranberry, frullati ed estratti con ghiaccio o senza ghiaccio… Ebbene, voglio rasserenarvi. In un mercato così fortemente spinto all’eccesso, posso affermare che il vino mantiene l’eleganza e il rispetto che merita. Non capienti bicchieroni in plastica colorata ma classici calici e flute per esaltarne le qualità. Il consumatore tipo, secondo la mia esperienza, è donna, adulta, economicamente benestante, curiosa, che sa dedicare al vino e alla degustazione il dovuto tempo. Di vino si parla, ci si confronta, è molto apprezzato il racconto attorno al prodotto. Non c’è problema a pagare “qualcosa in più” se questo extra è motivato da ricerca e qualità. Tra i vini italiani ci sono degli standard ormai affermati, granitici, da cui il consumatore medio difficilmente si distoglierà. Prima fra tutti, suona scontato, la Toscana; Chianti in particolare. Molti confondono il Montepulciano d’Abruzzo col Nobile di Montepulciano e per questo lo comprano, perché suona “toscano”. A sorpresa (mia) bene anche la Barbera, e il Sangiovese, che sconta un colore scarico non sempre apprezzato. Sui monovarietali ci si sposta decisamente verso gli internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon, capaci di avvicinarsi maggiormente alle caratteristiche tipiche richieste dal consumatore americano in fatto di vino: rotondità, facilità di beva e intensità olfattiva. Sui bianchi c’è poco da dire: primo, Pinot Grigio; secondo, Chardonnay; terzo, per chi desidera il vino abboccato o dolce, Moscato o Riesling, poche altre richieste, soprattutto al calice. Ma… quale può essere un esempio di vino che racconti in maniera didascalica virtù e difetti dello stile vinicolo degli States? Sicuramente un rosso. Di prodotti ce ne sono tanti ma credo sia abbastanza rappresentativo Meiomi Pinot Nero 2016, un blend di Pinot Nero provenienti da tre vallate diverse della costa californiana: Monterrey, Santa Barbara e Sonoma. È un vino molto richiesto, figura in molte carte dei vini, distribuito in tutti i Wallgreen’s; mi è stato consigliato da più di una persona. Analizziamolo bene: è un uvaggio di vitigno internazionale, impostato chiaramente secondo un “gusto internazionale”. Molto carico di colore, di un rosso rubino intenso; potente all’olfatto con frutti neri maturi, more, ciliegie sotto spirito che sono da ricercare sotto a un massiccio rovere francese tostato che dà il classico aroma di legno e vaniglia. In bocca è molto rotondo, armonizzato probabilmente da un utilizzo di gomma arabica; non lo trovo persistente ma certamente piacevole alla beva, anche agevolato dai 6 mg/l di zucchero e una bassa acidità con tannini leggermente percettibili. I vini delle tre vallate sono mantenuti separati fino al momento dell’assemblaggio fatto a seconda delle esigenze ricercate dall’enologo poi, prima dell’imbottigliamento, riposa in botti di rovere francese per 6 mesi. Un prodotto costruito pensando alla fetta più grande del mercato interno, che ci conferma, ancora oggi dopo decenni, una tendenza all’uso spinto dell’effetto della tostatura del legno come dominante tra gli aromi terziari. La versione 2013 prese 92/100 su Wine Spectator, quindi direi che il successo (anche di vendita) è incontestabile. Se dovessi segnalare un difetto o quanto meno una cosa che non mi è piaciuta di questo vino direi che la lavorazione che ne è stata fatta ha sovrastato troppo la finezza e l’eleganza tipica del vitigno, che purtroppo si avverte poco.

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Alla fine della mia permanenza nello “Stato del Sole” ho volato verso l’altra costa, la West Coast della San Francisco capitale tecnologica e della Napa Valley. Bill Bryson nel suo “America Perduta” (un lungo racconto di viaggio che mi ha accompagnato e guidato in questi mesi), ricordava come dagli anni sessanta in poi, i matti, i sognatori, gli hippy e gli autostoppisti di tutta America fossero sempre diretti verso Ovest. Lasciavano il cemento e la razionalità delle grandi città dell’est in favore delle dolci colline e del clima favorevole della costa pacifica. Qualcuno tentava la fortuna nel mondo del cinema o della televisione. Il West era visto come la nuova terra promessa, o meglio, la terra promessa nella terra promessa. La California è anche terra di forti contrasti. Volandoci sopra, in meno di un’ora vedi deserto, montagne innevate e oceano. Il punto più basso d’America si trova proprio lì, nella Death Valley – 86 metri sotto il livello del mare – e al tempo stesso su di essa si affaccia il punto più alto (senza considerare l’Alaska), il Mount di 4421 metri. È uno stato dove in meno di 12 ore puoi surfare le migliori onde al mondo e alcune ore dopo allacciare gli scarponi e sciare.

Climaticamente parlando, la parte a sud della California è di tipo sub-tropicale mentre l’area a nord, che interessa San Francisco, è più di tipo mediterraneo temperato contraddistinta da scarse precipitazioni (mediamente 500 mm/anno a S. Francisco); qui la corrente fredda oceanica si insinua nella baia condizionando il clima delle aree immediatamente vicine, e in particolare proprio nel periodo estivo dà giornate fresche caratterizzate da nebbia e foschia. In città si respira futuro. Degli Hippy degli anni settanta neanche l’ombra, di contro invece tantissimi Millennials nemmeno trentenni che sognano e inventano un mondo nuovo a partire dal web e dalle tecnologie informatiche. Da quando il sindaco ha deciso di aprire alle grandi multinazionali dell’informatica della Silicon Valley, molta forza lavoro giovane ha risposto popolando la città e in pochi anni anche lo skyline si è modificato e sono spuntati grattacieli come funghi. Anche di questi dettagli a mio avviso bisogna tenere conto per comprendere meglio il vino espressione di questa parte di mondo. Un prodotto tecnologico, fortemente condizionato dalle scelte dell’uomo, molto aperto al cambiamento e alla variabilità, con radici storiche poco profonde: l’esplosione demografica del “Golden State” avviene appena nella seconda metà del 1800 con la stabilizzazione di migliaia di cercatori d’oro arrivati nel selvaggio West, guarda caso, in cerca di fortuna. Nei supermercati, soprattutto in quelli carissimi bio-organici supertrendy, si trovano a scaffale forme di “imbottigliamento” del vino decisamente alternative. Ho immortalato alcune immagini pensando ai molti amici contrari al cambiamento: in quella sezione c’erano vini in lattina alcuni dei quali aromatizzati con estratti vegetali del tutto insoliti come jalapeno e spezie.

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Sempre sul tema vino e Silicon Valley ho provato Ones and Zero la cui etichetta è un dichiarato omaggio al codice binario alla base del linguaggio informatico. Lo produce Jason-Stephens winery a Gilroy, nella zona a sud della vallata più tecnologica al mondo. È un blend di Zinfandel e Shirah, un vino di fascia media prodotto solo in 2500 bottiglie. Ha un colore molto intenso, profumo di frutta rossa matura e un forte sentore di tostatura del legno, dovuto a un invecchiamento di ventotto mesi in botti di rovere.

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Dopo alcuni giorni di permanenza in città, con la complicità di un sole d’oro sono partito alla volta della Napa Valley, probabilmente, l’area vitivinicola più conosciuta del continente. Devo dire che le premesse mi avevano messo un po’ in guardia. Leggendo le recensioni di altri visitatori sul web avevo finito per prefigurarmi una specie di parco giochi del vino, con costruzioni bizzarre e vini con più o meno sentori di legno tostato, invece devo dire che dopo la visita mi sono ricreduto e l’ho trovata davvero interessante. Le costruzioni barocche, a volte pacchiane, effettivamente ci sono ma si alternano le une con le altre riempiendo un paesaggio che tutto sommato una storicità rurale non ce l’ha: è un territorio nuovo. C’è la replica di un castello medievale italiano, una cantina a forma di tempio greco con tanto di colonne e statue, più minimale ma sempre ispirata all’Italia l’affollatissima cantina di Mondavi che per anni ha comunicato al mondo i vini californiani e molte altre che stanno a mio avviso a metà fra un capriccio milionario e la voglia di comunicare un’idea di stile. Lasciando la città dall’imponente Bay Bridge (7.180 mt!!) percorriamo prima la US101 poi la 29 e in poco meno di un’ora siamo nel Sud della vallata, a Carneros, un’area condivisa tra Napa e Sonoma. Dove non ci sono prati verdi, ma emergono chiazze di terra rossa, un terreno fortemente carico di minerali vulcanici, come l’origine delle rocce che ne segnano il confine con la Valle di Sonoma e il Monte Sant’Helena (i suoli sono argillosi e rocciosi, molto drenanti).

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Carneros essendo più esposto all’influenza fredda della corrente oceanica è un’area con un microclima più fresco: per questo è più vocato a Pinot Nero e bianchi, tra cui Chardonnay, Pinot Grigio e Sauvignon Blanc. Viceversa l’area più a nord, tra Oakville, St. Helena e Calistoga è territorio per vitigni che richiedono meno sbalzo termico e più sole e infatti qui crescono i migliori Zinfandel e Cabernet Sauvignon. La prima cantina visitata si chiama Madonna Estate, di proprietà della famiglia Bartolucci, americani di quarta generazione arrivati dalla Romagna, come me; più precisamente da Rimini! La scelta produttiva di questa cantina è totalmente votata a una produzione organica (sono tra i pochi certificati in vallata) e a basso impatto ambientale. Per scelta aziendale fanno dry farming, cioè non ricorrono a irrigazione del vigneto, cercando in questo modo di sviluppare la naturale capacità della vite di ricercare acqua in profondità. Ciò che può causare uno stress produttivo della pianta, si traduce in un miglioramento qualitativo dei pochi grappoli prodotti. I vini assaggiati mi sono sembrati tutti molto interessanti e per nulla scontati; di grande carattere. Tra questi cito sicuramente 2014 Estate Pinot Noir, che mi ha colpito per la sua finezza ed eleganza: colore scarico ma brillante, al naso, non intenso, bacche rosse, fragola e un sottofondo terroso molto interessante e persistente, con tannini morbidi ed eleganti. Particolare anche 2012 Estate Merlot, con frutto nero, prugna, ribes e un retrogusto che restituisce in maniera fine la tostatura leggermente affumicata delle botti di sherry in cui fa un veloce passaggio. Sicuramente un vino da gustare meglio da solo piuttosto che in abbinamento, ma comunque un prodotto interessante. Madonna Estate ha una piccola distribuzione nazionale e per scelta i loro vini si possono trovare solo in alcune enoteche selezionate, ordinandole direttamente dalla cantina. Dopo questi primi, stimolanti assaggi mi rimetto in viaggio, risalendo la vallata, deviando rispetto alla 29 in una strada più sotto collina chiamata Silverado Trail. Da questo percorso si riesce ad ammirare l’apertura e l’ampiezza della valle particolarmente soleggiata. Ci sono campi di fragole, nuovi impianti di vigneti che brillano per effetto di migliaia di lastrine di alluminio messe per allontanare gli uccelli. In alcuni punti rimangono indelebili nel terreno e tra gli arbusti le bruciature del gigantesco incendio appena passato che ha rischiato di rovinare terribilmente molte cantine della zona tra cui quella di proprietà della famiglia Antinori.

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Sempre sul tema costruzioni bizzarre, nello Stags Leap district, poco prima di deviare verso Sant’Helena, c’è la Chimney Rock Wineyard, una cantina costruita interamente secondo lo stile coloniale Sudafricano. Rientrando sulla 29 faccio sosta alla Sutter Home Winery, di proprietà della Famiglia Trinchero, una etichetta tra le più vendute di tutta America. Oltre alla linea per la grande distribuzione hanno anche alcuni prodotti di fascia alta molto interessanti, tra questi lo Zinfandel 2011 selezione del fondatore Bob Trinchero, uno Zinfandel proveniente dalla Amador County vicino Sacramento. Scarico di colore, molto fine al naso, con una alcolicità che uniforma frutta rossa sotto spirito, cuoio, tabacco. In bocca è molto pieno e persistente anche a livello di tannino. La storia di questa cantina è fortemente legata allo Zinfandel, che vinifica da tempo immemore ed è considerato il più rappresentativo dell’enologia californiana. Le ultime ricerche genetiche hanno dimostrato che lo Zinfandel non è altro che il Primitivo, partito dalla Puglia in un periodo imprecisato e perfettamente adattatosi ai climi soleggiati della California.

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Ultima tappa prima del rientro attraverso il maestoso Golden Gate Bridge è stata la cantina di un italo americano che ha lasciato il segno: il pilota automobilistico Mario Andretti. Mi sono appassionato alla storia della sua vita e sono andato ad approfondire su internet alcuni passaggi che mi erano occulti. Nato italiano in Istria prima della assegnazione alla Jugoslavia, fu costretto a spostarsi a Lucca dove era stato allestito un campo di accoglienza per profughi subito dopo la guerra, qui conobbe per la prima volta i motori, lavorando come apprendista meccanico. Nel 1955, appena quindicenne ottenne il visto per gli Stati Uniti e iniziò ufficialmente la sua carriera nelle corse, che lo avrebbe portato, successo dopo successo, a vincere numerosi gran premi e il titolo mondiale di Formula 1 nel 1978 con la Lotus. A quelle radici italiane e alla parentesi toscana è dedicata la sua grande cantina nel cuore della vallata, nella Oak Noll region, poco sopra il villaggio di Napa. Tra i vini proposti, molto classici i bianchi Chardonnay e Sauvignon Blanc, sicuramente emblematico il Cabernet Sauvignon realizzato con uve di proprietà cresciute proprio nella Napa Valley. Color rubino intenso, molto caratteristico e intenso al naso, persistente e ancora giovane in bocca, con speziature e varietali tipiche del vitigno: si trattava di un 2016 appena imbottigliato e non ancora pronto alla vendita. Il Cabernet Sauvignon è tra i rossi il più rappresentativo dell’enologia californiana, ormai conosciuto in tutto il mondo e amato in primis dagli americani, che quando lo ordinano lo chiamano confidenzialmente col nomignolo Cab (pronunciato Chèb). Sulla strada del rientro ho attraversato la parte Sud di Sonoma, notando fin da subito un aspetto più rurale. Ci sono fattorie con mucche al pascolo, rivendite di frutta e molti prati verdi incolti. A Sonoma (valle della luna, secondo gli indiani Onasti) si produce di più e ci si mostra di meno. Dell’80% del vino prodotto in California, un buon 58% proviene da Sonoma, mentre solo il 4% da Napa. Un’ altra regione interessante nella Costa Nord è sicuramente Mendocino; nella South Central Coast direi Paso Robles e Santa Barbara, resa famosa dal film Sydeways. La Central Valley invece è quella area più orientata alla wine industry, con importanti produzioni nella zona a sud di Sacramento ma anche da San Joaquin fino a Fresno. Insomma, un’America, da nord a sud e da est a ovest, tutta da scoprire… Partendo dal bicchiere!

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